India, condannati a morte gli stupratori di Delhi

Nel Paese uno stupro ogni 22 minuti

Sono stati tutti condannati a morte i quattro impuntati per lo stupro di gruppo Delhi, ovvero l’omicidio di una studentessa dello scorso dicembre. Un delitto che nove mesi fa scosse l’opinione pubblica indiana e aprì finalmente il dibattito sulla condizione delle donne nel subcontinente.

La corte ha accolto la richiesta dell’accusa. I crimini per cui Mukesh Singh, Akshay Thakur, Pawan Gupta e Vinay Sharma sono stati giudicati colpevoli e rientrano secondo i giudici nel novero dei casi “rari tra i più rari”, per i quali è prevista la pena capitale in India. Lo stupro di Delhi «ha scosso la coscienza della società», ha detto il giudice Yogesh Khanna. E ha aggiunto: «In tempi nei quali i crimini contro le donne sono in aumento, i tribunali non possono chiudere un occhio. Non ci può essere tolleranza».

I quattro condannati fanno parte del gruppo dei sei ragazzi che il 16 dicembre scorso assalì, stuprò, torturò e scaraventò fuori da un autobus una ragazza, morta dieci giorni dopo in un ospedale di Singapore. Degli altri due aggressori, uno, Ram Singh fu ritrovato impiccato nella cella del carcere di massima sicurezza di Tihar. L’altro, ancora minorenne all’epoca dei fatti, è stato condannato a tre anni di riformatorio.

La sentenza di primo grado contro i quattro imputati va incontro alle richieste delle piazza. Fuori dall’aula di tribunale non sono mancate le manifestazioni di protesta che ne invocavano l’impiccagione. All’entrata in aula i quattro si sono rivolti alla folla chiedendo ai “fratelli” di salvare loro la vita. Gli avvocati della difesa sono pronti al ricorso, come avevano annunciato già prima del verdetto nell’eventualità che la condanna potesse essere, come è stato, alla pena capitale. 

«Non è una vittoria della verità, ma una sconfitta per la giustizia», ha detto uno dei legali, citato dalla Reuters, secondo cui il giudice si sarebbe fatto influenzare nella sua decisione da «pressioni politiche che non tengono conto dei fatti». Già in passato la linea difensiva degli imputati aveva sollevato l’argomento degli abusi subiti dai quattro per estorce loro una confessione. Il processo passerà quasi sicuramente per altri due gradi di giudizio.

«Questa è giustizia», ha detto il fratello della vittima al quotidiano britannico Guardian, pronto a chiedere che sia estesa la condanna a morte anche per il minorenne. Soddisfatti della sentenza sono anche i familiari dell’amico che accompagnava la studentessa il 16 dicembre e che fu picchiato durante la violenza.

La ferocia di un delitto “brutale e “diabolico”, per usare le parole dell’accusa, ha convinto il giudice a pronunciare la condanna a morte. Già nelle settimane successive allo stupro di gruppo erano state varate leggi più severe in materia di violenza sessuale. Secondo i dati del governo, in India c’è una vittima di stupro ogni 22 minuti e appena un quarto degli imputati è condannato.

La convinzione che una pena esemplare per un delitto che ha fatto tanto scalpore e mobilitato la società indiana come non mai possa fungere da deterrente contro la violenza di genere non è tuttavia accolta da tutti. «Il carcere a vita sarebbe stato meglio. Occorre ridurre la violenza non aumentarla», ha scritto su Twitter la giornalista Shom Chaudhury, firma del magazine Tehelka, che chiede che le vittime di stupro possano avere giustizia più velocemente.

«Invece di guardare alle cause reali della violenza sessuale contro le donne, guardiamo alla pena di morte come a una soluzione rapida. Come se, una volta impiccati questi quattro uomini, gli stupri dovessero finire», ha detto alla Reuters Kavita Krishann, a capo della All India Progressive Women’s Association.

Le cause vanno ricercate nella cultura patriarcale e misogina. In una lettera aperta alle parlamentari dell’Upa – la coalizione di governo guidata dall’Indian National Congress di Sonia Gandhi – la scrittrice e poetessa Annie Zaidi le esortava a intervenire a difesa delle donne. Ad esempio facendo in modo di istruire i ragazzi «sul modo corretto, rispettoso e umano di approcciare le ragazze, come parte dell’educazione sociale in scuole e college. Insegnategli a danzare. Insegnategli a esprimere i propri sentimenti». Bisogna smettere di incolpare le vittime per le violenze subite. E bisogna perseguire tutti gli stupratori, siano essi anche poliziotti o soldati come avvenuto in alcune pagine buie della storia indiana. Inoltre bisognerebbe istruire gli agenti su come gestire i casi di violenza per scongiurare che una donna diventi vittima due volte.

Il dibattito sulla pena per i quattro deve essere legata a progetti per rendere l’India un paese sicuro per le donne, scrive sempre su Tehelka un’altra giornalista, Revati Laul. È una lista di cose da fare “lunga e dolorosa”. Dalla riforma dell’addestramento della polizia fino alla battaglia per cambiare la mentalità degli indiani, è necessario affrancarsi da ciò che prescrive la propria cultura. Bisogna riconoscere la propria sessualità, la propria violenza e, conclude, anche l’attitudine “più vergognosa di tutte”, la propria misoginia. 

Twitter: @chinafiles

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