La Costa e l’Italia, appese al filo del salvataggio

Una metafora italiana, ieri come oggi

Che cosa incredibile, questo maledetto relitto che ci perseguita come una potente metafora italiana. La cosa che più stupisce è che la Costa Concordia era un simbolo dell’Italia a picco già nel 2012, quando si adagiava sui fondali del Giglio togliendoci il fiato in una notte di emergenza e di orrori, e lo è ancora oggi, quando dovrebbe ritornare a galla con un enorme dispiego di mezzi. Era la metafora della fuga con il duello tra capitan Schettino e Capitan De Falco, lo è oggi con la ricomparsa dell’unica istituzione italiana credibile, quella che non a caso si occupa delle emergenze, la Protezione civile.

Ma la Concordia – nel tempo della decadenza che non decade – è oggi la migliore metafora del salvataggio precario, che in Italia non è mai definitivo, e che porta con se una pena, in questo caso il contrappasso di una possibile scia di veleni, ettolitri di solventi, agenti chimici e carburanti, e (secondo qualcuno) persino lo sprigionarsi di una piccola nube di gas. La Costa Concordia è metafora italiana con i suoi calcoli infiniti e i suoi costi ovviamente lievitati (speriamo non gonfiati) come in tutti gli appalti italiani. La Costa è metafora della delocalizzazione, perché è già lotta per il cantiere che la dovrà smaltire, la Toscana vorrebbe tenerla per se, e spolparla come una scheletro, perché si tratta di un lavoretto da cento milioni di euro, mentre la Costa voleva demolirla in Turchia (perché lì, ovviamente, la manodopera costa molto meno e la compagnia risparmierebbe).

Insomma, non so se riusciremo ad emergere davvero da questo naufragio, se riusciremo a liberarci dal relitto, che in questo paese diventa sempre monumento, come nel caso dell’Itavia di Ustica, che oggi è addirittura ospitato in un museo. La Concordia è oggi metafora anche sul piano giudiziario, dove sembra che il capitano Schettino si dichiari già innocente, vittima di un errore giudiziario, e addirittura perseguitato.

Intanto, mentre ci distraiamo con la cronaca, in Parlamento continua la saga provvisoria e quindi infinita della decadenza: sembrava che finalmente nella giunta del Senato qualcosa che non sia la melina potesse accadere con il voto di mercoledì, ma la guerra si è già spostata in Aula, a Palazzo Madama, dove l’imminenza di un voto segreto ha riattivato l’eterna saga dei potenziali franchi tiratori, con tanto di “trucco dell’indice” escogitato dal senatore piddino Miguel Gotor per poter identificare i traditori. Ma questa è l’ultima follia italiana, il tradimento come motore della storia nazionale: dal tradimento di Craxi a quello di Berlusconi, dal tradimento di Prodi a quello di Bersani, noi siamo sempre lì, sospesi tra la sorpresa di chi abbatte gli idoli di ieri e la catastrofe che sommerge tutti. “C’est la decadence”, cantava Ivano Fossati, molto prima che che la giunta votasse. 

Twitter: @LucaTelese

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