La vittoria tedesca e i pessimi auspici per il Pd

La sindrome di Occhetto

Vuoi vedere che le elezioni tedesche, dove il centrodestra stravince, dovrebbero essere un campanello d’allarme anche per la sinistra italiana? Vuoi vedere che anche il Partito Democratico, dilaniato in queste ore dalla guerra tra Matteo Renzi ed Enrico Letta rischia di contrarre “la sindrome di Occhetto”, ovvero la certezza della vittoria annunciata che ti porta inevitabilmente a perdere?

Non è un anatema, quello di cui parlo, ma un dubbio che sorge spontaneo, davanti al film surreale a cui stiamo assistendo in questi giorni nel dibattito politico: nell’assemblea del Pd che si è chiusa senza quorum dopo quarantott’ore di dibattito sul nulla, si è vista una rimozione collettiva drammatica dei problemi reali. Una sorta di amnesia attraversa ogni volta il popolo della sinistra e i suoi dirigenti, e rende difficile individuare i sintomi di questa malattia autolesionista. Non è una coincidenza ma un segnale ammonitore il fatto che questa fase di euforia suicida e rissosa, coincida con la pubblicazione della terza autobiografia di Achille Occhetto, intitolata, con sublime autoironia “La gioiosa macchina da guerra”.

Nel 1994 i Progressisti erano convinti di vincere e si divisero solo sul nome di chi avrebbe dovuto fare il premier, tra lo stesso Occhetto e Mariotto Segni e il leader del Patto per l’Italia. Vinse Berlusconi, come è noto, e nessuno dei due si riprese. Nel 2001 Margherita e Ds erano certi che un candidato giovane e centrista come Francesco Rutelli avrebbe prevalso su un Berlusconi impegnato a ricostruire con fatica la sua alleanza, dopo lo strappo della Lega. Nel 2006 Romano Prodi partiva addirittura con venti punti di vantaggio, vincitore annunciato, e invece si ritrovò un Senato dove non aveva i numeri per governare e due anni dopo cadde. Nel 2008 tutti i leader del centrosinistra andarono in processione a scongiurare Walter Veltroni, che era al culmine della sua fama e della sua popolarità di sindaco (un po’ come Renzi oggi) perché corresse da premier. Perse, come è noto, al pari di Pierluigi Bersani, che era convinto di “smacchiare il giaguaro” ed invece finito nell’incubo della “non vittoria”. Si potrebbe dire che l’unica volta in cui il centrosinistra ha vinto, nel 1996, con l’Ulivo di Prodi, è stata l’unica volta in cui non aveva nessuna certezza.

Che spettacolo devastante e autolesionista poi – venerdì e sabato – quello dell’assemblea del Partito Democratico impegnata per due intensi giorni di schermaglie cavillose a decidere di non decidere, quell’assemblea che si è divisa per l’ennesima volta sulle regole e sulle date, cioè su nulla che possa suonare meno che ostrogoto alle persone normali: un dibattito sul nulla. Gli interventi dei due grandi duellanti, Gianni Cuperlo e Matteo Renzi, sono stati all’altezza delle rispettive nomee, riflessivo e pieno di ragionamento, il primo, scoppiettante e pieno di ingegnosità il secondo: ma entrambi erano ancora privi di vera grandezza. Non è colpa loro. O meglio: non è solo colpa loro. È colpa di questa malattia drammatica della sinistra italiana, un morbo che si è manifestato immancabilmente dal 1989 a oggi: la sindrome di Occhetto è la certezza di avere già vinto.

Uno stato d’animo che attraversa i militanti, i dirigenti, i media, e che porta a sbagliare. Una malattia molto insidiosa, perché ha come primo effetto collaterale quello di abbattere drammaticamente le possibilità di vittoria realmente esistenti, e poi perché acceca i leader, e li cementa nell’errore.

Il Pci-Pds-Ds-Pd sembra il protagonista di quella deliziosa commedia americana – “Ricomincio da capo”, con uno strepitoso Bill Murray – in cui il protagonista si sveglia ogni giorno con nello stesso letto, nello stesso giorno della festa della marmotta, con gli stessi problemi e le stesse persone da incontrare. L’invenzione straordinaria di quel film è che il protagonista di “Ricomincio da Capo”, ad un certo punto capisce che deve usare il tempo che ha a disposizione per imparare a fare delle cose nuove e a non annoiarsi. Mentre sembra che il centrosinistra tenda ad usare il tempo che ha per litigare.

Uno dei campanelli di allarme che arrivano dalla Germania dovrebbero far riflettere anche noi. Nel parlamento di Berlino i moderati del Fdp, il partito liberale, non sono nemmeno entrati: avevano il 15%, hanno perso dieci punti. Questo dovrebbe far riflettere, visto che anche in Italia esiste una forza liberale che è in crisi drammatica, il partito di Mario Monti, che sta precipitando dal 10.54% raccolto alle politiche al 4%-5% dei sondaggi di oggi. Se quello che è successo in Germania accadesse anche in Italia, c’è il rischio che i moderati abbandonino il centrosinistra, e scelgano di andare a destra. Ecco perché la sinistra deve stare molto attenta alla sindrome di Occhetto, alla vittoria annunciata che porta male e finisce per preparare la sconfitta. Non è un caso che ieri un dirigente di lungo corso del Pds, Claudio Petruccioli ieri abbia twittato questo laconico messaggio: “2013 Italia PD 25,4% Germania SPD 25,7% La coincidenza è perfetta e fa pensare”. Fa pensare davvero. 

 @lucatelese

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