L’Italia commissariata perché non ha tagliato la spesa

Le parole di Bini Smaghi e il complotto

Giovedì 12 settembre Ambrose Evans-Pritchard – un giornalista specializzato nell’analisi delle vicende finanziarie “oscure” – afferma sul Telegraph che l’Italia intendeva lasciare l’euro nel 2011, con Silvio Berlusconi Presidente del Consiglio, e cita in proposito quanto scrive Lorenzo Bini Smaghi – già membro del Consiglio Esecutivo della Banca Centrale Europea. La vicenda è subito ripresa da Zero Hedge – un sito statunitense specializzato in retroscena finanziari. Ed ecco che la vicenda dell’uscita dall’euro nel 2011 approda due giorni dopo in Italia –da notare che il libro di Bini Smaghi era uscito ben cinque mesi fa – coronata da un editoriale de Il Giornale del 14 settembre. La lettura che viene data, alla fine, è quella della Sovranità nazionale eclissata dai Poteri Non Eletti.

La famosa lettera della Banca Centrale Europea al Governo italiano del maggio 2011, quella che chiedeva delle riforme per poter procedere nell’acquisto dei nostri titoli del Tesoro, articolava delle richieste. (L’idea retrostante la lettera è che le riforme avrebbero lanciato lo sviluppo che avrebbe ridotto il peso del debito pubblico, rendendolo immediatamente sicuro e quindi acquistabile). Innanzitutto delle riforme strutturali – come le liberalizzazioni, la riforma del mercato del lavoro e della contrattazione sindacale. La manovra sul bilancio pubblico – si noti – arrivava dopo ed includeva il taglio delle spese inefficienti insieme al completamento della riforma delle pensioni. Infine, dopo le riforme strutturali e il taglio delle spese presenti e prospettiche, si richiamava la riforma delle provincie. (Bini Smaghi, Morire di austerità, versione Kindle, posizione 1700)

Da maggio 2011 fino ai mesi successivi, nulla di quanto richiesto fu fatto, e perciò scattò la pressione dei mercati finanziari. Bini Smaghi ricorda che nel settembre 2011 – quindi prima della grande crisi che portò alla rinuncia di Berlusconi – il Fondo Monetario Internazionale offrì un pacchetto di aiuti finanziari “di tipo precauzionale e a condizionalità morbida” per far fronte all’instabilità dei nostri titoli del Tesoro. Il Governo italiano rifiutò l’aiuto offerto – secondo Bini Smaghi per non sembrare prigioniero dei poteri internazionali a meno di due anni dalle elezioni. A quel punto la crisi si accentuò. (Posizione 1270)

Le riforme richieste nel maggio 2011 per continuare con gli aiuti della Banca Centrale, e gli aiuti offerti nel settembre 2011 dal Fondo Monetario non avevano avuto una “sponda” in Italia, e la crisi finanziaria si accentuò. Quelli erano i tempi con lo spread in prima pagina e in prima serata TV. Siamo così giunti alla vexata quaestio dell’intervento dei “poteri forti”, che emerge dopo l’estate del 2011. Il ragionamento che segue richiede una premessa da “teoria dei giochi”. La minaccia di uscire dall’euro non è una posizione negoziale solida. Infatti, inietta ulteriore sfiducia nei mercati, che devono comprare il debito del “minacciante”, mentre rende sospettosi gli altri paesi che devono concedere gli aiuti, i “minacciati”. Detto in altro modo, aumenta la debolezza di chi minaccia, mentre alimenta la fragilità del sistema. E il sistema cerca, ovviamente, di cautelarsi.

Secondo Bini Smaghi, “non è un caso” che Papandreu diede le dimissioni subito dopo aver annunciato un referendum sull’euro, e che Berlusconi fece altrettanto, dopo che ci furono degli incontri riservati con i Capi dei Governi dell’Euro-area in cui fu “ventilata l’ipotesi di un’uscita dall’euro” dell’Italia (Posizione 501). Insomma, chi tocca l’euro salta. Ma “perché” salta, e poi “come” salta?

Sul “perché” uno salti se tocca l’euro, lo svolgersi delle vicende potrebbe essere stato questo. Non essendo stato Berlusconi in grado né di rilanciare la crescita, né di tagliare la spesa, non gli rimaneva, per evitare la crisi, che il rialzo delle imposte, ma, facendo così, avrebbe smentito la sua “ragion d’essere” (= Meno Stato Più Mercato). Naturalmente non poteva che rifiutare gli aiuti del Fondo Monetario, per non offendere la “dignità nazionale”. Berlusconi rimase perciò fermo, e per tentare di tenere in piedi le cose, tentò, secondo Bini Smaghi, la carta del ventilare riservatamente l’ipotesi di un ritorno alla Lira. L’ipotesi seppur solo ventilata, fece scattare l’allarme. Per evitare un’eventuale grande crisi in tutta Europa, Italia inclusa, crisi che si sarebbe avuta con il ritorno alla Lira, ecco che scattarono le “garanzie di sistema”. E siamo al “come”. Sia quelli che in Italia erano atterriti dal ritorno della Lira sia quelli che lo erano negli altri paesi hanno incominciato a lavorare ad una alternativa. Alternativa che, alla fine, poteva andar bene anche a Berlusconi, perché la via che aveva imboccato era senza uscita. E fu così che arrivò Monti.

Berlusconi non fu capace di evitare la crisi nel 2011, mentre Monti, anche con l’appoggio di Berlusconi, ci riuscì. La crisi fu evitata, ma a parti invertite rispetto alla prima richiesta della Banca Centrale Europea: infatti, con Monti, prima ci fu il “Salva Italia” e poi il “Cresci Italia”.

La tesi di Bini Smaghi è che, non essendo la politica, quando è sotto pressione, capace di riordinare le cose nella direzione della crescita, essa finisce per concentrarsi solo sul bilancio pubblico. Più precisamente: poiché il taglio delle spese pubbliche è difficile da attuare – il taglio “selettivo” richiede molto tempo ed è sottoposto a molti freni, si approda inevitabilmente al rialzo delle imposte, perché queste ultime sono pochi capitolati abbastanza facili da mettere in opera. (Posizione 1581). Altrimenti detto, quando si ha una crisi, la raccolta delle imposte ha meno vincoli immediati del taglio delle spese. Il taglio delle spese, a sua volta, condivide il primato di frenare il mutamento con i provvedimenti di liberalizzazione, che si annunciano ma non si attuano.

Ma è proprio così? Osserviamo il secondo blocco di grafici, della Banca dei Regolamenti Internazionali (pag 39, vedi foto in alto) I Paesi che hanno meno subito la pressione dei mercati finanziari – il grafico a sinistra – sono quelli che hanno meno reagito alle raccomandazioni di riforma (approssimate dai suggerimenti del “Going for Growth” dell’Ocse). L’asse orizzontale misura il rendimento puntuale dei titoli di stato prima e dopo la crisi. Se questo è sceso – e dunque si è a sinistra rispetto all’asse dello zero – allora le raccomandazioni non sono state seguite e viceversa. Il grafico a destra mostra come le raccomandazioni siano seguite quanto maggiore è la recessione. Le riforme si fanno quasi sempre (“quasi sempre” rende a parole il senso della statistica riportata) se le cose vanno davvero male – il costo del debito pubblico che aumenta e la crisi che morde – altrimenti si preferisce lasciare il mondo tale e quale, sperando che col tempo tutto si aggiusti.

Il che ci porta alla domanda: è la Crisi la Levatrice del Mutamento? Se la risposta è sì, allora il momento migliore per fare le riforme in Italia – liberalizzare e tagliare la spesa inefficiente, ma non alzare le imposte – lo abbiamo avuto alla fine del 2011 inizi del 2012, quando la pressione dei mercati era massima. La crisi fu evitata, ma a parti invertite rispetto alla prima richiesta della Banca Centrale Europea: infatti, prima ci fu il “Salva Italia” e poi il “Cresci Italia”. L’ordine delle raccomandazioni (che seguiva la logica del “crescendo ti salvi”) della Banca Centrale Europea avrebbe potuto essere seguito in maggio, ma a novembre era troppo tardi (infatti, fu seguita la logica del “prima ti salvi e poi cresci”). Che fosse difficile seguire l’ordine delle raccomandazioni a maggio lo si evince dai problemi che si sono avuti in seguito con il programma “Cresci Italia” del 2012. Vedremo ora, col debito pubblico sostanzialmente sotto controllo, se con il Governo Letta avremo il “Cresci Italia”.

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