Non c’è nessuna persecuzione: Berlusconi deve decadere

La baruffa Pdl offende le istituzioni

Non si può giudicare l’attuale vicenda di Berlusconi se la non si inquadra nella sua lunga lotta contro la magistratura. Perché anche la valutazione (politica più che giuridica, certo) sui fatti di oggi è diversa se si pensa che Berlusconi sia veramente un perseguitato. Se si pensa che verso di lui siano stati commessi gravi soprusi, addirittura violando l’ordine costituzionale.

Dopo un periodo così lungo è ormai possibile dire, con pacatezza – ma con altrettanta fermezza – che la verità è del tutto diversa. È proprio la ventennale opera di Berlusconi che può essere definita una autentica distruzione della legalità. Contro la legalità fu il suo ingresso in politica, nel ’94, e la sua candidatura alla guida del governo, in violazione delle regole fondamentali sul conflitto di interessi e sulla separazione di poteri. È proprio grazie a queste violazioni che Berlusconi fu in materie delicatissime come la televisione autore e beneficiario di atti di governo; controllore e controllato; proprietario o controllore di gran parte delle reti televisive, contro il principio del pluralismo dell’informazione. Ancora più grave fu il fenomeno delle leggi ad personam, con il grottesco spettacolo di avvocati deputati che intervenivano sulle leggi in formazione per incidere sui processi in corso.

Per profondità ed ampiezza tutto questo non è nemmeno paragonabile al detestabile fenomeno dell’azione politica di alcuni magistrati. Fenomeno precedente a Berlusconi (ricordiamo i pretori d’assalto) e che ha inciso su episodi anche gravi; ma non in grado di inquinare, come l’altro, gli organi istituzionali più importanti, come il governo e il parlamento. Con conseguenze pesanti sul corso politico generale, perché spesso la coalizione berlusconiana è stata paralizzata da questi episodi, e disastrose per la coscienza collettiva che ha perso drammaticamente il senso dello stato e delle regole.

È dunque alla luce del principio di stretta legalità, quella che va ricostituita in Italia, che va giudicato il caso odierno. Il cittadino Silvio Berlusconi, non il leader politico Berlusconi deve decadere da senatore?

Osservo intanto che se lunedì la Giunta delle elezioni dichiarasse la sua decadenza nessuno potrebbe affermare che è stata violata la legge. La giunta si limiterebbe ad applicare la legge Severino, che è di una chiarezza adamantina, e di cui nessuno ha messo in dubbio il significato. Ma, si dice, potrebbero esserci dubbi di costituzionalità, e la giunta potrebbe – o dovrebbe secondo alcuni – rinviarla alla Corte Costituzionale. Che possa farlo mi sembra indubbio. Ma il rinvio sarebbe legittimo, si badi, solo se sussistono dubbi non infondati di costituzionalità. Di dubbi di questo genere, con sincerità, non vedo nemmeno l’ombra.

È singolare intanto che questi dubbi non siano stati avanzati in Parlamento, visto che la legge è stata approvata pochi mesi fa. Considerazione di costume, certo, più che giuridica. Ma un po’ più giuridico è il fatto che la legge Severino sia stata già applicata 37 volte a consiglieri regionali e comunali senza alcuna polemica. Ma vi è una considerazione di elementare buon senso, ma con una forte valenza giuridica, che può essere fatta. La legge Severino fu approvata poco prima delle ultime elezioni per evitare l’ingresso in Parlamento di persone che avessero tenuto comportamenti infamanti e tutelare così la pubblica moralità, esigenza in quel momento particolarmente sentita. Ed esigenza di rilievo costituzionale, perché attinente al buon funzionamento della vita pubblica. La legge Severino non poteva che applicarsi in quel momento a casi già avvenuti: limitarla a episodi futuri avrebbe significato svuotarla completamente di efficacia, dato che le elezioni erano alle porte.

Ma anche sul piano strettamente giuridico, oltre che del senso comune, è ammissibile una interpretazione che svuota completamente di efficacia una legge diretta a tutelare un bene di alto valore, come la pubblica moralità? È quindi una legge, in altre parole, che nasce retroattiva, e che solo così interpretata svolge il suo ruolo.

La verità è che per motivi politici, e solo politici, si è cercato di superare il significato della legge e la sua caratteristica intrinseca, e cioè che non si tratta di norme penali, e quindi costituzionalmente irretroattive, ma di regole che definiscono lo status in materia elettorale, e che necessariamente si riferiscono a eventi rilevanti per la loro caratteristica oggettiva, non per il momento in cui sono stati commessi. Non è per punire il reo che gli si vieta di candidarsi. Lo si fa per tutelare la dignità del Parlamento. La punizione del colpevole è sancita in norme diverse.

Qui si vuole salvare la dignità della istituzione, e non si vede come tale dignità non sia più lesa se un comportamento infamante è stato commesso dopo il gennaio 2013 o alcuni mesi prima. Si è alzata una indegna canea per aprire per ragioni politiche, e solo politiche, un problema politico che non esiste. 

Twitter: @Mario_Segni

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter