Syriana: una questione di troppe linee rosse

Tra geopolitica e diplomazia

Sono settimane difficili per il 44° presidente degli Stati Uniti d’America. Barack Obama si trova in questi giorni nell’impervia situazione di dovere scegliere un’accettabile linea d’azione per il “gioco siriano”, da molti considerato come ormai inesorabilmente a somma negativa. Per di più, fatto assolutamente da non trascurare, si auspica che la strategia americana abbia una profondità temporale di medio periodo, quanto mai necessaria data la repentina mutevolezza delle congiunture di riferimento mediorientali. Anche alla luce di ciò dei recenti sviluppi delle relazioni diplomatiche fra Russia e Usa. In pratica, un nuovo gelo.

Il piano su cui si muove Washington è sempre più inclinato. Proprio la giustezza di una linea di condotta di ampio respiro solleva la questione della fattibilità tattica e della verosimiglianza strategica di un piano d’attacco che dovrebbe, secondo quanto fin’ora elaborato, imperniarsi su un dispositivo bellico strutturato su quattro destroyers classe “Arleigh-Burke”, più eventuali quattro sommergibili, tutti muniti di missili a lungo raggio Tomahawk (Tomahawk Land Assault Missiles) e un supporto francese, da impiegare su postazioni del regime di Bashar Al-Assad, a seguito del presunto impiego di armi chimiche (gas sarin) da parte delle forze governative il 21 agosto scorso, forse anche il 26.

Lo “short term” previsto dal panel del Senato, sessanta giorni più eventuali trenta di proroga e uno “Joint Targeting Cycle” (gli obbiettivi si scelgono in base all’effetto che la distruzione di quest’ultimi comporta per il nemico) di dubbia pianificazione, portano alla magra constatazione che la punizione che Obama vuole infliggere ad Assad per aver superato l’arcinota linea rossa delle armi chimiche non rappresenta un obiettivo militare sensato. Per due ragioni. Sia per l’evidente motivo per cui la deterrenza contro un ulteriore impiego di gas chimici ben si discosta dalla punizione del presunto responsabile. E sia per la mera circostanza militare per cui i missili Tomahawk sarebbero assolutamente insufficienti per eliminare l’impianto logistico di Assad per le armi chimiche. Cui prodest dunque?

Obama non ha e non avrà vita facile. È infatti stretto tra la necessità di non voler destabilizzare ulteriormente il Medioriente, che muta spesso equilibri più velocemente delle sabbie del deserto, tra le pressioni del Congresso, che pure vorrebbe occuparsi più di debt ceiling, health care e budget agreement. Ma anche tra le esigenze degli alleati nell’area confinante con la Siria, coi turchi, gli israeliani e gli arabi fedeli, quelle sì di breve periodo perché ritenute vitali. Per questo il presidente americano ripensa forse con amarezza allo Smart Power sostenuto anche in ausilio alla macro spostamento di proiezione di potenza imbastito con il “Pivot to Asia”. Sicuramente, all’inizio del suo mandato, una condotta multilaterale e multi-opzionale basata su difesa, diplomazia e sviluppo, risultava appetibile, anzi desiderabile, per uscire dal pantano in cui aveva fatto precipitare gli Stati Uniti la doppia presidenza di George W. Bush. L’operazione per ristabilire la giusta immagine e considerazione in ambito internazionale (si ricordi la famosa “mano tesa” all’Iran del 4 Giugno 2009) e una strategia, uno shift verso l’Asia interessante per la prospettiva, ma impreciso nelle sue fondamenta, veniva scalzata e frustrata per via di debolezze sviluppate sia in ambito interno sia per contingenze internazionali, come la crisi finanziaria e poi economica.

L’America, all’inizio del mandato di Obama, era sì fiduciosa nel cambiamento offerto dal presidente democratico, ma molto meno disposta a ricadere in errori passati e, purtroppo, condivisi e ripetuti. Il credito goduto da Bush, in termini di sostegno dell’opinione pubblica ad azioni in campo estero, nel post 11/09, era per certi versi immensamente superiore rispetto a quello a disposizione di Obama. Il “Nation Building at Home” tanto desiderato dal presidente nel suo secondo mandato, era in fin dei conti quanto richiesto dagli americani fin dall’inizio della sua prima elezione; in mezzo le exit-strategy pianificate per Iraq e Afghanistan, il caso Libico, Osama Bin Laden, il Data Gate e una serie innumerevole di piccole problematiche ostiche ben più degli avversari granitici creatisi da Bush.

Ora se ne pagano le conseguenze e la linea d’analisi e l’opinione generale sono confuse. C’è chi pensa che il Presidente si auguri una bocciatura del piano da parte del Congresso, come Edward Luttwak, che sostiene il non desiderio di Obama di impegnarsi; c’è chi dubita dell’intelligence sulle armi chimiche, c’è chi cerca di strattonare l’amministrazione democratica, come i repubblicani Marco Rubio e Ron Paul, che hanno votato contro nel panel del senato, c’è chi come John McCain sostiene il presidente ma afferma che “l’America, per avere ancora influenza, deve esercitarla”. Se a queste forze destabilizzanti si unisce un’opinione pubblica internazionale, soprattutto quella, molto superficiale, perché molto influenzabile, dei social media, iper critica nei confronti della linea d’azione americana, il quadro di riferimento diviene molto fosco.

Eppure, basterebbe una visione meno ideologizzata e più razionale e realista per rendersi conto di come i dati fattuali, in fin dei conti, esprimano una situazione complessa sì, ma sufficientemente spiegabile. L’approvazione richiesta al Congresso, che non ha mai, nella storia degli Stati Uniti, respinto una misura del presidente di tale tipo, viene dopo lo smacco inglese e mira a dar un barlume di immagine positivamente condivisa e di minor precarietà alla già confusa manovra americana.

Obama certamente ha commesso alcuni errori, come quello, nel suo pivot verso il mar Cinese, di considerare stabilizzata la situazione in Medioriente, di non avvedersi di richiami a future “Primavere”, di non puntellare gli alleati storici. Quanti analisti internazionali previdero tali sviluppi? Un numero assai esiguo. Al presidente non si può imputare molto: la reticenza a intervenire prima in Siria, motivata da validissime ragioni, in primis quella per cui Assad non è isolato sul piano internazionale, come era Muammar Gheddafi, e il terrore di apparire come il suo predecessore – lo dimostrano i continui suoi richiami alla sua antica opposizione alla guerra in Iraq – hanno purtroppo contribuito al brodo di coltura della crisi siriana, ma di certo non hanno inasprito lo scontro quanto le innumerevoli faglie conflittuali che albergano nell’area mediorientale e la situazione attuale è decisamente più sfumata di quanto la si voglia presentare.

I media internazionali e l’opinione pubblica nel suo complesso, altamente emozionale, cadono spesso nell’errore di adattare i fatti reali alle proprie teorie, invece dell’inverso. Con un’altra prospettiva d’analisi e andando al di là delle notizie di facciata, si sarebbe potuto annotare come in realtà il regime di Assad non stia guadagnando quelle posizioni di totale supremazia nel paese di cui si parla. Esso ha respinto i ribelli via da Homs, ma continua a soffrire la loro presenza intorno a Damasco e riflette l’incapacità di condurre operazioni su vasta scala su più teatri contemporaneamente. La tesi di molti e di Vladimir Putin tra tutti, per cui ad Assad vincitore non sarebbe convenuto minimamente usare armi “penalizzanti” come quelle chimiche, trova meno appigli, dunque, di quanto si possa pensare, nella metastasi del conflitto siriano.

Nel gioco incrociato delle rispettive guerre di propaganda tra i fronti coinvolti si rischia di perdere il bandolo della matassa. La strategia americana d’attacco è confusa solo per gli obiettivi che si pone e per la poca verosimiglianza. Quando la decisione di intervenire con la forza è presa, diviene precario controllare le dinamiche del coinvolgimento e in questo forse l’attesa di un responso ONU (seppur quasi inutile) o il deferire la questione chimica alla Corte Penale Internazionale tramite il Consiglio di Sicurezza, vista anche l’impiego non proficuo sullo scenario siriano di un mezzo altresì efficiente come i droni, sarebbero state le soluzioni più proficue, anche se non si sa fino a che punto.

Putin stesso ha affermato che la Russia appoggerebbe un bombardamento sostenuto dalle Nazioni Unite e questo basta per dubitare sulla sua reale possibilità. La soluzione non è dunque dietro l’angolo e il G20 di questi giorni a San Pietroburgo si decisamente arenato in maniera inesorabile su questioni non definibili prima del voto americano di questa settimana, sempre che tale voto ci sia. Si, perché la proposta russa del ministro russo degli Esteri Sergej ViktorovičLavrov, che ha raccolto una battuta di John Kerry, di far consegnare l’arsenale chimico di Assad a una commissione internazionale, potrebbe ribaltare i piani d’azione.

Per ironia della sorte, peraltro l’iniziativa russa, volta allo sgarbo diplomatico nei confronti di Obama, rischia quasi di essere gradita al presidente americano. Molto meglio uno stallo internazionale che un eventuale no del Congresso, poco probabile, tuttavia.

Questa ultima vicenda fornisce però la preziosa immagine di quanto la teoria dei giochi mediorientali sia a infinite variabili, elementi che debbono, a volte, essere complicati per rendere più semplice. il risultato del loro processo. Nel quadro complessivo, nondimeno, sono state poste troppe linee rosse, quella americana e quella, come dice Obama, mondiale, sulle armi chimiche. Poi c’è quella sul nucleare iraniano, quelle delle paure israeliane, quella turca e quella di Hezbollah e troppi timori di “percezioni distorte” (L’Iran considera debole o forte l’antagonista americano?). Tutte queste variabili impediscono una strategia mirata. A tracciare troppe linee rosse si rischia per non vederne il limite. E questo è il problema maggiore.  

Twitter: @Lupo_Stefano

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