Tutti i figli che muoiono sono figli unici, come Pablo

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I figli che restano senza padre sono orfani. I coniugi che chiudono gli occhi del cadavere del loro sposo sono vedovi. Ma noi padri che firmiamo i documenti del funerale dei nostri figli non abbiamo né un nome né uno stato civile. Siamo padri per sempre. Padri di un fantasma che non cresce, che non diventa adulto, che non andremo mai a prendere a scuola, che non conoscerà mai una ragazza, che non andrà all’università e non se ne andrà mai di casa. Un figlio che non ci darà mai un dispiacere e a cui non potremo mai rimproverare nulla. Un figlio che mai leggerà i libri che gli dedichiamo. Mio figlio Pablo aveva dieci mesi quando entrò in ospedale e stava per compiere due anni quando spargemmo le sue ceneri. Mi sono imposto di non chiamare mai bambino il bambino. Né marmocchio, né bimbo. Cucciolo sì, ma non in questo libro. Non voglio inventare pseudonimi. Non voglio usare le iniziali. Soltanto Pablo. Soltanto il suo nome. Fin dal giorno della sua nascita, mi ha sembre infastidito molto che lo spersonalizzassero. Ogni volta che qualcuno, ora, anche sua madre, parla di lui come il marmocchio, il bambino o questo marmocchio, questo bambino, intervengo e chiedo di quale “bambino” o “marmocchio” stiano parlando. Lotto invano perché Pablo sia sempre Pablo. Lo nomino con ognuna delle lettere del suo nome, dalla prima all’ultima, affinché la sua presenza non svanisca neppure per logoramento dei bordi, affinché appaia netto e in carne o ossa in mezzo alla vita.
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*Sergio del Molino. Scrittore e giornalista spagnolo. È nato a Madrid nel 1979, ma vive a Saragozza, dove ha lavorato per quasi dieci anni come reporter dell’Heraldo de Aragón, giornale con cui continua a collaborare, scrivendo per l’edizione domenicale. È autore dei libri No habrá más enemigo, Malas influencias e La hora violeta, in cui racconta la morte del figlio Pablo e da cui proviene questo estratto. Il suo blog.

Etiqueta Negra è una raffinatissima rivista peruviana, capace non solo di fare da palestra per gli scrittori e i giornalisti del Perù ma anche di attirare le firme straniere più prestigiose appassionate di narrative journalism. Il suo motto è «una revista para distraídos»; “una rivista per distratti”, perché non insegue l’attualità e non ha paura di approfondire un argomento anche a mesi di distanza. Mensile, è stata fondata nel maggio 2002 da Julio Villanueva Chang, che ora la codirige (dopo averla lasciata tra il 2007 e il 2011) con Elda L. Cantú. Il sito internet

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