Basta pannicelli caldi, Letta faccia vere riforme

Quale legge di stabilità

L’opinione comune è che grazie alla spaccatura del Pdl l’orizzonte temporale del governo Letta si sia spostato almeno fino alla fine del semestre Italiano di presidenza della UE. Qualcuno ritiene addirittura – o forse spera – che la durata del governo possa estendersi ben oltre il 2014 arrivando a fine legislatura.

L’allungamento delle aspettative di vita del governo è potenzialmente un’ottima notizia. Per rilanciare la nostra economia e aumentare l’occupazione non sono sufficienti interventi di breve periodo, ci vogliono azioni incisive e coraggiose che guardino al futuro disegnando una visione paese organica e complessiva; e che prendano anche atto delle specificità Italiana emerse ben prima degli ultimi cinque anni di crisi. Dal 1999 a oggi il Pil pro-capite dei paesi del G7 è cresciuto in termini reali di circa 10 punti percentuali. Alcuni paesi hanno fatto meglio di altri: in Germania il Pil pro-capite è aumentato del 20% circa; in Francia è salito dell’8 percento. In Italia è diminuito del 3 percento.

Letta dovrà e vorrà sicuramente rilanciare l’azione del suo esecutivo. Nelle interviste rilasciate negli ultimi giorni il premier ha mostrato fiducia nella possibilità di “far ripartire la crescita”. La legge di stabilità sarà il prossimo banco di prova: lì si capiranno non solo le priorità, ma anche il modo in cui il governo intende affrontarle.

Certamente nella legge di stabilità verranno prese misure per tagliare “l’insopportabile” peso del cuneo fiscale e contributivo, cioè la differenza tra costo del lavoro e retribuzione netta. In Italia questa differenza è particolarmente elevata: a 100 euro di retribuzione netta percepita in busta paga da un lavoratore corrisponde un costo del lavoro per l’azienda pari a 190 euro.

La scelta di intervenire per ridurre il cuneo è appropriata, perché ciò concorre a aumentare la competitività delle imprese e, incrementando il reddito disponibile dei lavoratori, anche a rafforzare i consumi. Tuttavia, ciò che pare insufficiente è la portata finanziaria dell’intervento. Il governo intende destinare soltanto fra i 5 e i 7 miliardi alla riduzione di oneri contributivi e prelievo fiscale sulle retribuzioni lorde. Una azione limitata a questa entità rischia di scontentare tutti, poiché non sarebbe sufficiente ad aumentare in modo significativo la competitività delle imprese e contribuirebbe in maniera solo marginale a stimolare la spesa delle famiglie. Stimiamo che un intervento di 5 miliardi ridurrebbe il cuneo fiscale di circa il 2,6%, portandolo dal 47,6% al 45% del costo del lavoro. Una riduzione del cuneo di 2-3 punti percentuali poco farebbe per avvicinarci alla media Ocse, pari al 35,6%.

Certo, si dirà che 5 miliardi costituiscono comunque una somma importante, che liberando risorse contribuirà a rilanciare l’occupazione. Un altro semplice calcolo ci aiuta a quantificare tale effetto. Se metà dei 5 miliardi venissero usati per ridurre le contribuzioni, un’impresa con 1.000 dipendenti risparmierebbe mediamente circa 220 mila euro all’anno. Se questi risparmi venissero utilizzati esclusivamente per nuove assunzioni, ipotesi estremamente ottimistica, l’impresa potrebbe assumere 5-8 nuovi dipendenti (un aumento quindi inferiore all’1%). I nostri calcoli sono approssimativi, perché basati su valori medi, ma purtroppo indicano con chiarezza l’insufficienza della somma che si ha in mente di stanziare.

Sarebbe quindi necessario un intervento più vigoroso e coraggioso sul fronte costo del lavoro. Ma anche un intervento nell’ordine dei 20 miliardi potrebbe non essere sufficiente a generare crescita economica stabile e accrescere i livelli occupazionali in maniera significativa. Per raggiungere questi obiettivi è necessario investire per un aumento della produttività. Negli ultimi 20 anni l’Italia ha perso il 20% del valore aggiunto rispetto ai Paesi Ue, ovvero il valore dato dalla differenza fra ricavi e costi; un’emorragia di capacità di generare ricchezza che bisogna bloccare. Per farlo occorre investire sulle competenze e sulle nuove tecnologie.

Il sistema di istruzione italiano ha diversi problemi strutturali. Siamo sotto la media Ocse in termini di percentuale di adulti che hanno concluso un percorso di formazione secondaria superiore. Le performance degli studenti, misurata dai test standardizzati internazionali PISA, soprattutto in matematica e scienza abbondantemente inferiore alla media Ocse (si veda il rapporto Education at Glance). L’Italia ha la più bassa percentuale di laureati in Europa e la penultima fra i paesi Ocse; nessuna delle nostre università è nei primi cento posti dei ranking internazionali. In questa situazione di certo non rosea, le risorse per la scuola continuano a ridursi e manca un piano di riorganizzazione del sistema formativo

Si potrebbe continuare con altri dati sconfortanti, che delineano il quadro di un sistema educativo in forte declino. Quello che non è più possibile è ignorare che la formazione del capitale umano è il fulcro attorno al quale ogni politica di sviluppo deve necessariamente basarsi. Farlo sarebbe anche costoso: per adeguare la spesa pubblica italiana in istruzione alla media dei paesi Ocse bisognerebbe aumentarla di circa 25 miliardi all’anno. Troppo visto lo stato della nostra finanza pubblica, ma bisognerà prima o poi capire che gli unici decreti con i quali si potrà creare lavoro sono quelli che saranno seriamente mirati ad accrescere il capitale umano nel nostro paese. 

Un’altra area di intervento per aumentare la produttività del sistema paese è la pubblica amministrazione. La burocrazia è ormai un freno insopportabile per imprese e cittadini. La World Bank classifica la macchina statale italiana all’ottantasettesimo posto per efficienza. La Germania è diciannovesima, la Francia ventinovesima; l’Inghilterra è settima. È possibile rivoluzionare l’amministrazione pubblica mediante la sua completa informatizzazione. A dire il vero il governo sta lavorando sull’Agenda Digitale, una serie di misure di modernizzazione delle infrastrutture informatiche della PA. Come per la scuola, tuttavia, l’impressione è che anche questa questione vitale per la crescita non sia in cima alla lista delle priorità. 

La vera sfida per il governo Letta è dunque quella di allargare gli orizzonti e capire (in fretta!) che, oltre a diminuire il costo del lavoro, a migliorare l’accesso al credito, rimodulare le aliquote IVA — tutte misure che saranno nella legge di stabilità — sono anche altre le cose su cui puntare per far crescere di più e stabilmente l’Italia.

Twitter: @nicolaborri @giuragusa

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