Buon compleanno Luis Sepúlveda

L’autore cileno e la sua opera simbolo

Ecco i primi due capitoli di una delle opere più conosciute di Sepúlveda, Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare,pubblicato in Italia da Salani. L’autore cileno, nato il 4 ottobre 1949, ha iniziato a pubblicare nel 1969 e vent’anni dopo ha fatto uscire un’altra delle sue opere di maggior successo Il vecchio che leggeva romanzi d’amore.

Capitolo Primo
Mare del Nord

«Banco di aringhe a sinistra!» annunciò il gabbiano di vedetta, e lo stormo del Faro della Sabbia Rossa accolse la notizia con strida di sollievo.
Da sei ore volavano senza interruzione, e anche se i gabbiani pilota li avevano guidati lungo correnti di aria calda che rendevano piacevole planare sopra l’oceano, sentivano il bisogno di rimettersi in forze, e cosa c’era di meglio per questo di una buona scorpacciata di aringhe?
Volavano sopra la foce del fiume Elba, nel mare del Nord. Dall’alto vedevano le navi in fila indiana, come pazienti e disciplinati animali acquatici, in attesa del loro turno per uscire in mare aperto e poi far rotta per tutti i porti della Terra.
A Kengah, una gabbiana dalle piume color argento, piaceva particolarmente osservare le bandiere delle navi, perché sapeva che ognuna rappresentava un modo di parlare, di chiamare le stesse cose con parole diverse.
«Com’è difficile per gli umani. Noi gabbiani, invece, stridiamo nello stesso modo in tutto il mondo» commentò una volta Kengah con un compagno di volo.
«Proprio così. E la cosa più straordinaria è che ogni tanto riescono anche a capirsi» stridette l’altro.
Al di là della linea costiera il paesaggio diventava di un verde intenso.
Era un enorme prato nel quale spiccavano le greggi di pecore che pascolavano al riparo delle dighe, e i pigri bracci dei mulini a vento.
Seguendo le istruzioni dei gabbiani pilota, lo stormo del Faro della Sabbia Rossa imboccò una corrente d’aria fredda e si lanciò in picchiata sul banco di aringhe. Centoventi corpi bucarono l’acqua come frecce e, quando risalirono a galla, ogni gabbiano stringeva un pesce nel becco.
Aringhe saporite. Saporite e grasse. Proprio quello di cui avevano bisogno per recuperare energie prima di riprendere il volo fino a Den Helder, dove a loro si sarebbe unito lo stormo delle isole Frisoni.
La rotta prevedeva poi di proseguire fino al passo di Calais e al canale della Manica, dove sarebbero stati accolti dagli stormi della baia della Senna e di Saint-Malo, assieme ai quali avrebbero volato fino a raggiungere il cielo di Biscaglia.
A quel punto sarebbero stati un migliaio di gabbiani, simili a una veloce nuvola d’argento che si sarebbe pian piano ingrandita con l’arrivo degli stormi di Belle Ile e di Oléron, e dei capi Machichaco, Ajo e Peñas. Quando tutti i gabbiani autorizzati dalla legge del mare e dei venti avessero sorvolato la Biscaglia, sarebbe potuto iniziare il grande convegno dei gabbiani del mar Baltico, del mare del Nord e dell’Atlantico.
Sarebbe stato un bell’incontro. A questo pensava Kengah mentre si pappava la sua terza aringa. Come tutti gli anni si sarebbero sentite storie interessanti, specialmente quelle narrate dai gabbiani di capo Peñas, instancabili viaggiatori che a volte volavano fino alle isole Canarie o a quelle di Capo Verde.
Le femmine come lei si sarebbero date a grandi banchetti di sardine e di calamari, mentre i maschi avrebbero costruito i nidi sul bordo di una scogliera. Poi le femmine avrebbero deposto le uova, le avrebbero covate al sicuro da qualsiasi minaccia, e quando ai piccoli fossero spuntate le prime penne robuste sarebbe arrivata la parte più bella del viaggio: insegnare loro a volare nel cielo di Biscaglia.
Kengah infilò la testa sott’acqua per acchiappare la quarta aringa, e così non sentì il grido d’allarme che fece tremare l’aria:
«Pericolo a dritta! Decollo d’emergenza!»
Quando Kengah tirò di nuovo fuori la testa, si ritrovò sola nell’immensità dell’oceano.

Capitolo Secondo
Un gatto nero, grande e grosso

«Mi dispiace molto lasciarti solo» disse il bambino accarezzando il dorso del gatto nero grande e grosso.
Poi continuò a preparare lo zaino. Prendeva una cassetta del gruppo Pur, uno dei suoi preferiti, la infilava dentro, esitava, la tirava fuori, e non sapeva se rimetterla nello zaino o se lasciarla sul comodino. Era difficile decidere cosa portarsi via per le vacanze e cosa lasciare a casa.
Il gatto nero grande e grosso lo guardava attentamente, seduto sul davanzale della finestra, il suo posto preferito.
«Ho preso la maschera subacquea? Zorba hai visto la mia maschera subacquea? No. Non la conosci perché a te non piace l’acqua. Non sai cosa ti perdi. Nuotare è uno degli sport più divertenti. Un po’ di croccantini?» gli offrì il bambino prendendo la scatola.
Gliene servì una porzione più che generosa, e il gatto nero grande e grosso iniziò a masticare lentamente, per gustarli bene. Che biscottini deliziosi, croccanti, al sapore di pesce!
«È un ragazzo fantastico» pensò il gatto con la bocca piena.
«Altro che fantastico. È il migliore!» si corresse mentre ingoiava. Zorba, il gatto nero grande e grosso, aveva degli ottimi motivi per
pensarla così di quel bambino che spendeva i soldi della sua paghetta in quei deliziosi croccantini, che teneva sempre pulita la lettiera dove lui faceva i suoi bisogni, e che lo istruiva parlandogli di cose importanti.
Avevano l’abitudine di passare molte ore assieme sul balcone osservando l’incessante traffico del porto di Amburgo, e lì, per esempio, il bambino gli diceva:
«Vedi quella nave, Zorba? Sai da dove viene? Be’, viene dalla Liberia, che è un paese africano molto interessante perché è stato fondato da persone che una volta erano schiave. Quando sarò grande, diventerò il capitano di un grosso veliero e andrò in Liberia. E tu verrai con me, Zorba. Sarai un buon gatto di mare. Ne sono sicuro».
Come tutti i ragazzi di porto, anche quel bambino sognava viaggi in paesi lontani. Il gatto nero grande e grosso lo ascoltava facendo le fusa, e si vedeva anche lui a bordo di un veliero che solcava i mari.
Sì. Il gatto nero grande e grosso nutriva molto affetto per il bambino, e
non aveva dimenticato che gli doveva la vita.
Zorba aveva contratto quel debito il giorno stesso in cui aveva
abbandonato la cesta che faceva da casa a lui e ai suoi sette fratelli.
Il latte di sua madre era tiepido e dolce, ma Zorba voleva assaggiare una di quelle teste di pesce che la gente del mercato dava ai gatti adulti. Non che pensasse di mangiarla tutta lui, no, la sua idea era di trascinarla fino
alla cesta e là miagolare ai fratelli:
«Smettetela di succhiare la nostra povera mamma! Non vedete come è
diventata magra? Mangiate il pesce, che è il cibo dei gatti del porto».
Pochi giorni prima che abbandonasse la cesta, sua madre gli aveva
miagolato molto seriamente:
«Sei agile e sveglio, e va benissimo, ma devi stare attento a come ti
muovi e a non uscire dalla cesta. Domani o dopodomani verranno gli umani a decidere del tuo destino e di quello dei tuoi fratelli. Sicuramente vi daranno dei nomi simpatici e avrete il cibo assicurato. È una gran fortuna che siate nati in un porto, perché nei porti i gatti sono amati e protetti. L’unica cosa che gli umani si aspettano da noi è che teniamo lontani i topi. Sì, figliolo. Essere un gatto di porto è una gran fortuna, ma tu devi stare attento perché c’è qualcosa in te che può renderti un disgraziato. Figliolo, se guardi i tuoi fratelli, vedrai che sono tutti grigi e che hanno la pelliccia a righe come le tigri. Tu, invece, sei nato completamente nero, a parte quella piccola macchia bianca che hai sulla gola. Certi umani credono che i gatti neri portino sfortuna perciò figliolo, non uscire dalla cesta».
Ma Zorba, che all’epoca sembrava una pallina di carbone, abbandonò la cesta. Voleva assaggiare una di quelle teste di pesce. E anche vedere un po’ di mondo.
Non arrivò molto lontano. Trotterellando verso una bancarella di pesce con la coda ben alta e vibrante, passò davanti a un grosso uccello che dormicchiava con la testa piegata di lato. Era un uccello molto brutto e con un gozzo enorme sotto il becco. All’improvviso il piccolo gatto nero sentì che il suolo si allontanava da sotto le sue zampe, e senza capire cosa stava succedendo si ritrovò a far capriole in aria. Allora ricordò uno dei primi insegnamenti di sua madre e cercò un posto dove cadere in piedi, ma sotto lo aspettava l’uccello con il becco aperto. Piombò nel gozzo, che era molto buio e puzzava in modo orribile.
«Fammi uscire! Fammi uscire!» miagolò disperato.
«Accidenti. Ma tu parli» gracchiò l’uccello senza aprire il becco. «Che razza di bestia sei?».
«Fammi uscire o ti graffio!» miagolò lui minaccioso.
«Ho il sospetto che tu sia una rana. Sei una rana?» domandò l’uccello sempre a becco chiuso.
«Soffoco, stupido uccello!» gridò il gattino.
«Sì. Sei una rana. Una rana nera. Che strano».
«Sono un gatto e anche furibondo! Fammi uscire o te ne pentirai!»
miagolò il piccolo Zorba cercando un punto in quel gozzo buio in cui conficcare gli artigli.
«Credi che non sappia distinguere un gatto da una rana? I gatti sono pelosi, veloci, e puzzano di pantofola. Tu sei una rana. Una volta ho mangiato diverse rane e non mi sono dispiaciute, ma erano verdi. Senti, non sarai mica una rana velenosa?» gracchiò preoccupato l’uccello.
«Sì! Sono una rana velenosa e per di più porto sfortuna!»
«Che dilemma! Una volta ho mandato giù un riccio velenoso e non mi è successo nulla. Che dilemma! Ti ingoio o ti sputo?» meditò l’uccello, ma non gracchiò altro perché si agitò, sbatté le ali, e finalmente aprì il becco.
Il piccolo Zorba, completamente fradicio di bava, si affacciò e saltò a terra. Allora vide il bambino, che teneva l’uccello per il collo e lo scuoteva.
«Devi essere cieco, scemo di un pellicano! Vieni, gattino. Per poco non finisci nella pancia di questo uccellaccio» disse il bambino e lo prese in braccio.
Così era iniziata quell’amicizia che durava ormai da cinque anni.
Il bacio del bambino sulla testa lo allontanò dai ricordi. Vide che si metteva lo zaino, andava alla porta, e da là lo salutava ancora una volta.
«Ci vediamo fra quattro settimane. Penserò a te tutti i giorni, Zorba. Te lo prometto».
«Addio Zorba! Addio ciccione!» lo salutarono i due fratelli minori del bambino.
Il gatto nero grande e grosso sentì chiudere la porta a doppia mandata e corse a una finestra che si affacciava sulla strada per vedere la sua famiglia adottiva prima che salisse in auto.
Il gatto nero grande e grosso sospirò compiaciuto. Per quattro settimane sarebbe stato signore e padrone dell’appartamento. Un amico di famiglia sarebbe venuto ogni giorno ad aprirgli un barattolo di cibo e a pulirgli la lettiera. Quattro settimane per oziare sulle poltrone e sui letti, o per uscire sul balcone, arrampicarsi sul tetto, saltare sui rami del vecchio ippocastano e scendere dal tronco nel cortile interno, dove aveva l’abitudine di ritrovarsi con gli altri gatti del quartiere. Non si sarebbe annoiato.
Assolutamente.
Così pensava Zorba, il gatto nero grande e grosso, perché non sapeva cosa gli sarebbe caduto fra capo e collo nelle ore seguenti.