Colpa delle istituzioni la decrescita infelice italiana

Il vero spread

I modelli della crescita e della decrescita non hanno le stesse variabili. La maggiore questione italiana non è il deficit pubblico, ma la crescita. O, se si vuole, la decrescita, essendo riconosciuta la sua natura strutturale e non congiunturale (definiremmo congiunturale una deviazione di traiettoria temporanea e riassorbibile). Le spiegazioni tradizionali della decrescita sono tratte dalle teoria dello sviluppo. La storia è più o meno questa: la crescita è il frutto dell’accumulazione di risorse che, in luogo di essere destinate al consumo, sono accantonate (risparmio) e destinate (investite) a riprodurre altre e maggiori risorse. Risparmio, investimento e progresso tecnico (innovazione) sono i motori della crescita. Quindi, si potrebbe dire che meno risparmio, meno investimenti e scarsa innovazione generano decrescita.

L’Italia investe la stessa percentuale del Pil dell’eurozona, e più di Israele. La decrescita che diventa declino quando si prolunga non si avvale ahimé degli stessi motori della crescita, semplicemente invertiti. Perché, se così fosse, la decrescita italiana ossia il divario tra l’andamento del reddito per abitante italiano ed europeo sarebbe determinato, in primo luogo, da un tasso di investimento più basso. Non è così: come si vede dalla figura 1 il contributo alla accumulazione di capitale, ossia l’investimento fisso lordo dell’economia italiana vis-a-vis l’economia dell’eurozona è più o meno sovrapponibile. E’ diminuito un po’ da quando è iniziata la fase acuta della crisi (post-Lehman), come quello europeo, ma con esiti inferiori. Inoltre, non si può dire che i paesi ad alta crescita (come Israele) destinino agli investimenti più risorse dell’Europa e più risorse dell’Italia. La parola adesso ai numeri.

L’eurozona nel 2011 ha destinato il 19,2 per cento del Pil all’investimento; Israele il 18,7 per cento. L’Italia batte tutti con il 19,6 per cento. La decrescita non deriva pertanto dalla mancanza di investimenti, che sono in linea con quelli europei e maggiori di quelli di Israele. La decrescita deriva allora da ciò che non producono questi investimenti, a causa del contesto in cui sono realizzati. In altri parole deriva dai costi di transazioni, quindi dalle istituzioni che ci siamo dati. Gli italiani infatti non possono essere geneticamente predisposti alla decrescita, perché tra il 1950 e il 1987 avevano sviluppato la quinta industria mondiale. Né ci sono popoli predisposti geneticamente alla decrescita.

Quando si cambiano le istituzioni, cambia il tasso di sviluppo, come dimostra il caso dei paesi ex-socialisti. Se vi fossero nazioni predisposte alla decrescita, o se le istituzioni non contassero, allora le economie pianificate ex-socialiste, successivamente integrate in Europa e che sono passate da sistemi legali che non riconoscevano i diritti di proprietà a sistemi liberali avrebbero continuato a godere di un modesto reddito per abitante. Invece questo è confutato. La parola di nuovo ai numeri. Nella figura 2 si vede che il reddito per abitante (aggiustato per l’inflazione e per il potere di acquisto) più alto tra i paesi europei è quello tedesco. I tedeschi godono di un reddito di 35.000 dollari (del 2005 a PPP), cresciuto di 8.000 dollari dal 1991, ossia dalla caduta del muro di Berlino e dall’introduzione dell’economia di mercato nei paesi ex-socialisti.

Nello stesso periodo, i cechi sono passati da 14.000 a 24.000 dollari (recuperando quindi sulla distanza dai primi della classe). Attualmente i cechi hanno un reddito per abitante di soli 2.000 dollari differente da quello italiano. Siamo lì. Gli ungheresi sono solo a 17.000, e siccome partivano da 12.000, hanno recuperato solo 5.000 dollari in 12 anni. Gli ungheresi non hanno mai realmente riformato la loro spesa pubblica e pagano questa mancanza. I polacchi sono i più sorprendenti, passati da 7.000 a 18.000, ossia hanno recuperato 11.000 dollari di distanza dal benessere dei tedeschi e sono cresciuti del 160%. In generale, il cambiamento istituzionale ha determinato (insieme alle condizioni materiali) la crescita nei paesi ex socialisti.

La parabola del reddito pro capite italiano che parte dagli anni novanta. E l’Italia? Gli italiani nello stesso periodo sono passati da 24.000 a 26.000 dollari, compiendo una parabola che passa per un picco a 29.000. Ma la parabola degli italiani è assai più evidente se si misura il reddito per abitante in percentuale del “first in class” ossia in percentuale della Germania (figura 3). Siamo passati in appena 11 anni dal 90 per cento al 76 per cento del reddito medio dei tedeschi e – non ho le prove ma le sto cercando – con una distribuzione del reddito peggiore. Basta vedere il differenziale dei tassi di disoccupazione (il 12,2 per cento in Italia contro il 5,3 per cento in Germania).

La parabola italiana peraltro spicca al confronto con il catching up delle altre economie. Magia? No. Non vi sono popoli che, sussistendone le condizioni materiali (ossia capacità di accumulazione), non si sviluppino, se dotati di corrette istituzioni economiche. In altri termini, nessuno per fortuna è condannato al sottosviluppo o alla decrescita. Così come la crescita e il catching up dei paesi ex socialisti è scaturita dal cambiamento delle istituzioni, l’Italia dal 1992 in poi si è data modificazioni istituzionali che nello stesso periodo hanno mortificato la produttività degli investimenti. Non è questione di quanto si investe, ma di come e dove. Uno dei compiti delle istituzioni è minimizzare i costi di transazione del mercato. Ossia facilitare per quanto possibile gli scambi, la produzione e il commercio. Questo difficilmente si può sostenere che sia stato fatto. E in ogni caso meno di quanto sia stato fatto all’estero. Va da se che la definizione di istituzione qui sia la più larga possibile, ossia vada dal sistema legale a quello burocratico fino alle abitudini di comportamento.

L’italia è un caso da regulation review. Per concludere, oltre alla spending review l’Italia è un caso da “regulation review”, per decidere non solo di cambiare, ma qualche volta anche semplicemente di sopprimere (o sospendere) leggi e norme aggiunte dopo il 1990 e che hanno aumentato i costi di transazione del mercato; se, in altri termini, con una regulation review si riuscisse a incidere sul numero dei procedimenti amministrativi, sul numero dei centri di spesa, sul numero dei livelli di decisione, sul numero dei livelli di governo, è verosimile che insieme ai costi di transazione per il mercato si ridurrebbe anche la spesa pubblica, ossia si darebbe una mano alla stabilità finanziaria, anche in vista dell’imminente fiscal compact.

Il punto debole del ragionamento è che poche istituzioni si cambiano da sole. Tutte, in ogni caso, lo fanno al prezzo di resistenze, quindi il processo di cambiamento non è facile, né veloce, né probabile. La recessione da una mano, nel senso che i vincoli di bilancio rendono obbligatori molti cambiamenti, ma a guidarlo non può che essere la classe dirigente, che deve prendere atto che senza cambiare le istituzioni l’economia non crescerà più e alla lunga anche la stessa permanenza nell’Unione europea potrebbe essere messa in difficoltà.

*economista e fondatore di Sep ricerche

Contenuto originariamente pubblicato su bepperusso.alteravista.org

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