"Così sono arrivato per primo sul disastro del Vajont"

La testimonianza dell’inviato della Rai

È il 9 ottobre del 1963. Bruno Ambrosi, giornalista della Rai allora 33enne, è nella sua macchina diretto verso Pontremoli, in Lunigiana, dove è nato. Mentre guida, alla radio sente del disastro del Vajont: una frana era caduta dal monte Toc, finendo nel lago alpino sottostante e generando un’onda che aveva superato la diga fino all’inondazione di paesi del fondovalle. Longarone, Castellavezzo, Erto e Casso erano stati rasi al suolo. I morti erano quasi 2mila. Ambrosi fa dietrofront verso Milano ed è il primo giornalista ad arrivare sul luogo del disastro. Rimane lì 55 giorni per raccontare la tragedia al telegiornale del Primo canale nazionale. Qualche anno dopo, il Comune di Longarone gli darà la cittadinanza onoraria.

Bruno, come hai fatto ad arrivare per primo?
Un po’ di mesi prima avevo fatto un servizio sull’aviazione a Gela e avevo conosciuto un pilota. Mi aveva detto che quando mi sarebbe servito un passaggio, mi avrebbe aiutato. Quando sentii del disastro alla radio, mi venne in mente, andai verso la cabina telefonica più vicina e gli chiesi di farsi trovare a Linate. Chiamai anche il mio operatore. In quel modo saremmo arrivati lì in un’ora e mezzo al massimo. Se fossimo andati in macchina, con le strade di allora ci sarebbero volute 12-15 ore. Il problema, però, era che a Belluno non c’erano aeroporti. C’era solo il campo per elicotteri della Setaf (l’esercito statunitense per il Sud europa, ndr). Noi siamo atterrati lì. All’inizio volevano anche arrestarci.

Arrestarvi?
Sì, perché non avremmo potuto atterrare lì. Io dissi: “Noi siamo l’unica fonte di informazione”. Mi giocai questa carta. Il nostro era l’unico vero telegiornale delle tv italiana, allora. Avevo 33 anni, anche se ero in Rai già da dieci anni, ed ero molto agguerrito.

Che situazione avete avuto davanti una volta atterrati?
Il Piave stava già portando giù i cadaveri. C’erano corpi ovunque. Eravamo in tre: io, l’operatore e il fonico. I Vigili del fuoco di Milano, che erano arrivati lì viaggiando nel corso della notte, ci hanno portato su. C’era roba gialla ovunque, era la melma trasportata dall’onda. A un certo punto vidi affiorare il gomito di una bambina di 6-7 anni. La tirai fuori da lì, la presi in braccio e chiesi dove avrei dovuto metterla. Mi indicarono una catasta di corpi che si era già accumulata lì vicino. Mi ricordo che io ero ancora con questa bambina sulla mie braccia quando arrivò l’allora capo ufficio stampa dell’Enel dicendo: “Noi di Enel non c’entriamo niente”.

LEGGI ANCHE: Vajont, l’Hiroshima del Cadore. Cosa scrissero i giornali 50 anni faQual è stata la vostra reazione davanti a tanto orrore?
Io non fumavo da cinque anni, in quel momento ho messo la sigaretta in bocca. Sai cosa significano quasi 2mila cadaveri? Il mio operatore Sergio Arnold, davanti ai cadaveri del cimitero di Fortogna, dove vennero seppellite tutte le vittime del Vajont, teneva stretta al petto la 16 millimetri e diceva: “Io questa roba qui non la giro”. L’altro operatore, invece, Paolo Muti, man mano che venivano affissi i primi manifesti in cui si accusava la Sade, andava in giro a strapparli. Li ho dovuti rimandare indietro, avevano quelli che oggi si chiamano sintomi post-traumatici. Come quelli che hanno combattuto in Vietnam. Quello è stato il nostro Vietnam. 

Tu eri lì anche quando arrivò l’allora presidente del Consiglio Giovanni Leone.
Quando Leone arrivò c’eravamo solo io, l’operatore e il fonico ad aspettarlo, insieme al vicesindaco di Longarone, Terenzio Arduini, che aveva perso il figlio e i genitori nel disastro. Arduini disperato gli disse: “Presidente, chiediamo giustizia”. E Leone rispose: “E giustizia avrete”. Salvo poi, dopo la caduta del governo, diventare capo del collegio degli avvocati della Sade-Enel, e riuscendo a ottenere il mancato risarcimento di molti dei parenti delle vittime.

Come hai lavorato in quei giorni sul posto?
Sono rimasto lì 55 giorni, vivendo praticamente insieme ai Vigili del fuoco nelle loro tende. Il primo giorno, dopo aver girato il servizio, lo mandammo a Milano con il pilota che mi aveva accompagnato. Solo dopo un paio di giorni ci arrivò lo sviluppo in stampa mobile, per sviluppare le pellicole, montarle e mandarle a Milano o a Roma. Il problema in Italia è che, come tutte le grandi storie italiane, anche in quel caso se ne parlò molto solo per tre giorni.
Una settimana dopo mi raggiunse anche Sergio Zavoli. Sin da subito, cercai di contattare Tina Merlin, allora corrispondente de L’Unità, che per prima aveva denunciato il pericolo che quella montagna potesse franare. Rimasi lì rimestando nelle carte. Trovai per esempio i temi dei bambini che erano morti nel disastro. Con un elicottero americano volai sulla diga: la cosa incredibile è che la diga non aveva subito danni, mentre sotto era tutto distrutto. Lavorare lì era difficile, non riuscivi a capire niente. Longarone non esisteva più. Erto e Casso: anche quelli spazzati via. Mi ricordo che si trovavano in giro i reggiseni delle vittime, cuciti con i tessuti dei vestiti dei militari.
Quella del Vajont fu una vergogna italiana anche giornalistica. Grandi giornalisti, come Dino Buzzati o Alberto Cavallari, erano tutti lì a dire “la natura si è scatenata”, “la natura crudele si vendica”. Senza fare riferimento all’errore umano o al fine economico di alcune scelte che erano state fatte dalla Sade.

Quando si cominciò a ipotizzare che lì c’era una responsabilità umana?
A Belluno c’era un giovane magistrato, Mario Fabbri, che fu il giudice istruttore nell’inchiesta penale sul disastro. Fabbri ebbe il coraggio di aprire per primo l’istruttoria e portare in tribunale i responsabili di quel disastro, anche se lo sviluppo giudiziario poi fu una vergogna. Ebbe l’idea di interrogare le centraliniste di Longarone, che ascoltavano tutte le telefonate, non solo quelle alle quali rispondevano. In questo modo è riuscito a capire come funzionava la grande macchina della diga. Si seppe che i vari tecnici vedevano la diga solo passando in auto. Venivano fatti alloggiare in albergo a Cortina, con tutti i comfort del caso. La diga non la guardavano neanche.

Dopo qualche anno, poi, lo hai intervistato il giudice istruttore Mario Fabbri.
Finalmente, dopo varie richieste, Fabbri mi concesse una intervista nel suo ufficio. Andai lì, e con me c’erano anche gli elettricisti per illuminare l’intervistato. Allora fare la tv era difficile: c’erano i fari da sistemare, l’audio veniva registrato a parte e poi si univano le due parti. Si stava anche notti intere alla moviola per inserire il cinguettio di un uccellino. Dopo il primo ciak, mentre stavamo facendo l’intervista, si aprì all’improvviso la porta con un signore che disse: “Fabbri venga con me”. Era il procuratore della Repubblica di Belluno, che vietò a Fabbri di rilasciare l’intervista alla Rai, minacciando di denunciarlo per furto visto che per alimentare i fari ci eravamo attaccati all’impianto elettrico dell’ufficio. Chiesi di fare l’intervista davanti alla diga o a casa sua. Mi risposero di no. Alla fine comprai 50 metri di carta blu per coprire tutte le finestre di una sala dell’albergo Cappello e Cadore di Belluno, dove alloggiavo. Così siamo riusciti a registrare 4-5 minuti in quella sala in piena notte.

Ma il processo poi venne spostato da Belluno a L’Aquila.
I testimoni vennero letteralmente deportati a L’Aquila, dove fu trasferito il processo per legittima suspicione. Erano viaggi lunghissimi per i testimoni, ci volevano anche tre giorni di corriera, con diarie da vergogna. Davano loro 150 lire per mangiare e dormire. Tanto che a un certo punto cominciarono a dormire negli uffici del palazzo di giustizia dell’Aquila. Il processo lo seguì per la Rai Giuliano Santalmassi da Roma, che era più vicina all’Aquila. Il giorno della sentenza io feci un servizio a Longarone con i superstiti e montammo le mie immagini con quelle della sentenza. Alla moviola l’allora direttore disse: “Bellissimo, peccato che non andrà mai in onda”. Perché saltavano fuori le manchevolezze dello Stato. Quel servizio è stato recuperato solo qualche anno fa.

Chi furono gli eroi del Vajont?
Come ho detto, va ricordato il nome del giudice istruttore Mario Fabbri, che ebbe il coraggio di sollevare il dubbio. Vanno ricordati i Vigili del fuoco. E soprattutto va ricordato il gran lavoro che fecero i medici necroscopi jugoslavi, che erano avanzatissimi nel riconoscimento dei corpi. Erano antesignani nel riconoscimento delle impronte boccali. Grazie a loro, si riuscirono a riconoscere molti cadaveri. 

Sei tornato poi in quei posti?
Sì, sono stato chiamato per qualche celebrazione. Mi è stata data anche la cittadinanza onoraria. Quello era un paese di gelatai con qualche fabbrichetta di montature di occhiali e un’altra di faesite. Ora è una distesa di pizzerie. Ha perso lo spirito di paese di montagna. Non lo riconosco più.  

Twitter: @lidiabaratta