Costruttivo o lacerante, il partito forma la politica

Alla ricerca della Terza Repubblica

«Un Partito è sempre e solo un mezzo. Non c’è che un solo scopo: il potere». Così l’alto funzionario comunista Hoederer si rivolge con schietto e brutale cinismo al giovane intellettuale Hugo in Les mains sales di Jean-Paul Sartre. I giudizi espressi con disincanto dall’autore francese in questo dramma del 1948 furono accolti come una sorta di vero e proprio anatema dal Partito Comunista. Le dure critiche ricevute condussero pertanto Sartre alla sofferta e imbarazzante decisione di ritirare il testo nel momento in cui avrebbe dovuto essere proposto al pubblico nel 1952 a Vienna, mentre nella capitale austriaca era in corso il Congresso dei popoli per la pace. Un congresso promosso dall’Unione Sovietica e al quale anche l’autore de L’essere e il Nulla aveva deciso di partecipare. Oltre a costituire un indubbio riferimento del problematico rapporto tra politica e cultura, l’opera di Sartre sottolinea l’ambiguità di una delle istituzioni e delle idee più ‘inquietanti’ della storia del pensiero politico occidentale: il partito.

La disaffezione odierna verso il partito non possiede nulla di così straordinario (come potremmo essere condotti a credere), anzi costituisce quasi una fisiologica e costante regolarità. L’avversione contro fazioni e parti affonda ben salde le proprie radici in profondità. Guardato con sospetto, quando non con vera e propria preoccupazione, nel corso della maggior parte degli ultimi venticinque secoli, il termine-concetto partito è al centro della riflessione di Damiano Palano nel suo recente Partito. Il volume ripercorre la «sinistra fama» di questo «maledetto» lemma, avendo come obiettivo non solo «di allestire una sorta di catalogo», ma anche e soprattutto di «riconoscere, dentro un panorama segnato da una quasi sconcertante continuità, i segnali del cambiamento – se non addirittura, in qualche caso, le testimonianze di profonde cesure – nella raffigurazione del partito». Infatti, «per quanto la dannazione dei partiti attraversi l’intera vicenda occidentale», le argomentazioni che vengono utilizzate per criticarli nel corso del tempo «mutano» o, quantomeno, «si modifica il quadro all’interno del quale le parti vengono condannate».

L’avvincente percorso attraverso cui Palano guida il lettore inizia dalla rappresentazione delle parti politiche nel mondo antico. Termini come stasis, eteria e sinomosia (forse sconosciuti all’uomo di oggi), oppure il più familiare partes, delineano i contorni ancestrali e lontani delle pericolose lacerazioni che vivevano sia le poleis greche, sia la res publica romana. Lacerazioni che vengono rigettate come un ‘malessere’ anche dal Medioevo. Infatti, osserva l’autore, «all’interno di una visione che considera come fondamentale la concordia degli ordini, le parti non possono trovare ovviamente uno spazio maggiore di quello che avevano occupato nel pensiero dell’antichità». Sul finire del XIV secolo, Baldo degli Ubaldi offre una metafora dal sapore non certo gustoso, quando sostiene che divisio in civitate est vermis ingressus in caseo (le fazioni sono per la città ciò che i vermi sono per il formaggio). Gli schieramenti di parte vengono sostanzialmente configurati come «tentativi cospirativi, destinati a produrre conseguenze deleterie per l’ordine politico e soprattutto per il bene comune». La medesima avversione alle fazioni o alle parti, seppur con giustificazioni differenti, viene adottata più tardi anche nell’ambito dello Stato (moderno). Numerosi autori, al di là di qualche eccezione molto rara, si pronunciano così con allarmate argomentazioni contro la natura ‘parziale’ e ‘distruttiva’ di organizzazioni che minacciano l’integrità dalla ‘finzione’ statuale.

Una progressiva inversione di tendenza si registra all’interno dello Stato liberale a partire dal XIX secolo. Ma sarà il Novecento, sulla scia della teoria marxista, a sancire il definitivo sdoganamento del partito, che diventa il vero fondamento dello Stato. Si afferma – sottolinea l’autore, richiamando Giuseppe Maranini – lo Stato (e la democrazia) dei partiti. Tuttavia, la fortuna del partito come ‘forma esclusiva’ della politica ha vita assai breve. Il suo apogeo a cavallo tra Otto e Novecento viene a scontrarsi già nella seconda metà del XX secolo con un repentino declino. Dopo qualche decennio di ambigue celebrazioni, «l’immagine del partito torna così a colorarsi di quei toni foschi che in fondo l’hanno sempre contrassegnata». Un’immagine ormai abituale e quotidiana, tanto che alcuni hanno persino ipotizzato l’idea di andare oltre il partito (o, almeno, il suo profilo novecentesco). Ma è davvero possibile – e, soprattutto, plausibile – ritenere che esso svanisca definitivamente?

Secondo Palano, siamo ben lontani da una tale prospettiva. Il destino dei partiti – egli osserva, riecheggiando Mario Tronti – è ‘inestricabilmente’ legato a quello della politica. Una politica che appare fatalmente schiava di «una maledizione – straordinaria e terribile – per cui ogni geometria deve tornare ogni volta a scomporsi in frammenti che reclamano la loro parte». Seppur accompagnata da nefaste previsioni o distopie inquietanti, la storia «maledetta» del partito – suggerisce l’autore – sembra pertanto destinata a continuare.

Twitter: @LucaG_Castellin

Damiano Palano, Partito, Il Mulino 
In occasione della pubblicazione del libro, il 15 ottobre alle ore 16.00 presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Massimo Cacciari e Piero Ignazi discuteranno con l’autore del tema: «Possiamo fare a meno dei partiti politici?». Qui maggiori informazioni.

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