Fermare il declino industriale in Italia è possibile

Fermare il declino industriale in Italia è possibile

Finalmente, come testimoniato recentemente dalle stime Ocse, sembrano arrivare i primi segnali positivi di una potenziale ripresa economica; ma la crescita, se e quando effettivamente ci sarà, va sostenuta ed incentivata a livello europeo e soprattutto a livello nazionale.

I dati allarmanti sulla disoccupazione in Italia spingono da tempo gli economisti e il Governo a parlare di politiche a sostegno dell’occupazione e sgravi alle assunzioni a tempo indeterminato. Tuttavia, una domanda che sorge spontanea è come si possa continuare a parlare di incentivi al lavoro senza mettere in atto, parallelamente, un’ azione incisiva e immediata in termini di politica industriale. Non a caso, l’accordo raggiunto il 2 settembre tra sindacati e Confindustria si muove in tal senso: le parti sociali e le associazioni di categoria sembrano avere anticipato la politica.

Perché una politica industriale seria è importante? Innanzitutto, rinomati studiosi (1) hanno dimostrato che una politica a sostegno di tutte le imprese presenti in un settore (quindi competition-friendly, che non permette agli interessi lobbistici di prevalere) incentiva le aziende interessate ad attuare interventi di “innovazione verticale”, favorendo così la crescita e l’efficienza del settore.

Questo effetto positivo sulla crescita è maggiore nei settori altamente competitivi. Infatti, se da un lato una concorrenza elevata potrebbe indurre le imprese a ritagliarsi delle nicchie di mercato, la politica industriale serve proprio ad incentivare l’innovazione verticale nello stesso settore rendendo meno appetibile una diversificazione orizzontale. Viceversa, un approccio laissez-faire, rischia di concentrare la specializzazione dei paesi sviluppati unicamente nel settore dei servizi e nelle attività di ricerca e sviluppo, posizionate alla fine del processo produttivo, lasciando che tutte le attività manifatturiere intermedie vengano delocalizzate nei paesi in via di sviluppo, con bassi costi della manodopera.

Una politica industriale efficace necessita però di un’azione su due fronti: quello nazionale e quello sovra-nazionale. A livello europeo, dalla costituzione della Comunità Europea fino agli anni ’90, la politica industriale ha vissuto diverse fasi. Dopo una prima fase molto interventista nei settori dell’acciaio e carbone, seguita da una seconda fase di interventi settoriali nei confronti delle industrie in crisi, si è giunti ad una politica industriale – durata fino a metà degli anni ’90 – contraddistinta da quel che viene definito un approccio orizzontale: un’azione volta ad incrementare la concorrenza in tutti i settori del manifatturiero, limitando al minimo ogni intervento statale.

Tuttavia, in seguito al declino della manifattura in molti paesi, si è cominciato a parlare in termini diversi di politica industriale, invocando la necessità di coniugare delle generali azioni pro-concorrenza (azioni orizzontali) con azioni settoriali specifiche (azioni verticali). Questo nuovo approccio si è concretizzato in quella che viene chiamata la “quarta fase”, caratterizzata da ciò che Aiginger e Sieber definiscono “approccio a matrice”.

Proprio in quest’ottica, il progetto di ricerca “Www for Europe” (2) studia le strategie di crescita e sviluppo necessarie per l’Europa, fra cui una Systemic Industrial and Innovation Policy (SIIP) ovvero una politica industriale che non sia un semplice revival dell’interventismo statalista del passato ma una politica concorrenziale in grado di coniugare politiche per l’innovazione e politiche ambientali.

La sinergia tra politiche dell’innovazione e politica industriale è infatti abbastanza intuitiva: alti investimenti in R&S possono modificare in modo significativo la struttura di un settore (3); ma anche le politiche ambientali sono strettamente legate alle scelte strategiche aziendali; ad esempio si ricordi che le imprese manifatturiere europee hanno rifiutato limiti più stringenti in termini di emissioni, adottando come argomento il “carbon leakage” ovvero il rischio di delocalizzazione in paesi con vincoli meno rigidi.

Secondo questo approccio la nuova politica industriale dovrebbe incrementare la competizione in tutti i settori utilizzando appunto “l’approccio a matrice”. Tali interventi non devono però essere interventi top-down, come quelli che hanno spesso caratterizzato le politiche francesi, ma interventi volti ad incentivare lo sviluppo di tecnologie che non alterino la composizione strutturale del manifatturiero.

Nello specifico, i quattro macro-settori, individuati a livello europeo, che necessitano una politica settoriale specifica sono:

1. Alimentare, farmaceutico e biotecnologico
2. ICT e ingegneria meccanica
3. Moda e industria del design
4. Industria di base ed intermedia: chimica, acciaio, carta

In Italia, il primo passo da fare è quello di riprendere in mano con una certa efficacia e senza inutili ideologie la necessità improrogabile di una “nuova politica industriale”. Si potrebbe iniziare valutando lo stato dell’arte di questi macro-settori; sicuramente ci renderemmo conto che molto è da fare.

Sono necessarie azioni differenziate: le imprese del settore moda e design, uno dei punti di forza del nostro paese, hanno bisogno di sostegno agli investimenti in ricerca e sviluppo, molto bassi negli ultimi anni. Anche le industrie del cibo e delle bevande, richiedono interventi specifici sulle questioni di accesso al mercato e sulle problematiche ambientali. Questi settori sono caratterizzati da piccole e medie imprese che andrebbero sostenute con una politica dell’innovazione e dei diritti di proprietà adeguate. Per quel che riguarda gli altri macro-settori, ad esempio la meccanica e l’acciaio, l’Italia presenta imprese più grandi ma purtroppo gli interventi spesso avvengono in modo discrezionale e residuale solo in seguito a minacce di delocalizzazioni della produzione, si pensi al caso Fiat, o in seguito a chiusure imposte dall’autorità giudiziaria (ILVA).

Note:
(1) Si veda ad esempio: Aghion P., Dewatripont M., Du L., Harrison A., Legros P., 2012, Industrial Policy and Competition, NBER working paper
(2) Il progetto è guidato dal Prof. Karl Aiginger dall’aprile 2012 (WIFO, Austrian Institute of Economic Research, Vienna, insieme con 32 partner all’interno del Settimo Programma Quadro dell’Unione Europea)
(3) Si veda a riguardo: J. Sutton (1998), Technology and Market Structure, MIT Press