Scaglia, la giustizia e il punto di non ritorno

La fabbrica degli errori giudiziari

Ancora due giorni di arresti, e Silvio Scaglia avrebbe passato un anno intero in stato di detenzione cautelare, tra carcere e domiciliari in una dimora in cui, inizialmente, non poteva nemmeno affacciarsi alla finestra.

Accusato, in qualità di amministratore delegato di Fastweb ai tempi della cosiddetta “truffa carosello”, di associazione a delinquere finalizzata all’evasione fiscale e dichiarazione infedele perché, dato il ruolo ricoperto, “non-poteva-non-sapere”, è stato pochi giorni fa definitivamente assolto con formula piena, ossia per non aver proprio commesso il fatto. Ma un anno di arresti non tornano indietro. Confidare nella giustizia soltanto perché prima o poi essa saprà essere resa non basta. Non conforta, dinanzi all’arresto e a tutto quello che di fisico, psicologico, morale e reputazionale ne consegue, il meglio tardi che mai.

La verità non è che Scaglia sia ora un uomo libero e innocente per la giustizia penale. La verità è che un uomo liberato dalle accuse e dalla detenzione preventiva non sarà mai risarcito dall’esperienza delle misure cautelari subite, per lui non ci sarà recupero o salvezza dagli 80 giorni in carcere e dai restanti ai domiciliari, e per noi tutti non ci sarà ristabilimento della fiducia in un sistema penale che viola smaccatamente un pur esplicito principio di diritto quale è la successione logica tra accusa, processo, condanna e pena.

A cosa serve parlare di amnistie e indulti per sfoltire le carceri, se più di un quarto della popolazione detenuta è in attesa di prima giudizio? A cosa serve che da qualche parte nella “Costituzione-più-bella-del-mondo” sono sanciti l’inviolabilità della libertà personale, la riserva di legge dei limiti massimi della carcerazione preventiva, il divieto di considerare l’imputato colpevole sino a condanna definitiva, se poi un’amministrazione della giustizia irriverente fa un uso disinvolto, per non dire vergognoso, delle misure cautelari?

L’indagato nell’ordinamento italiano si sottopone a custodia cautelare nel timore che possa fuggire, ripetere il reato, inquinare le prove. Non c’è quarta ipotesi. Silvio Scaglia in tutta evidenza non voleva fuggire (rientrò in Italia subito, e volontariamente), e nemmeno poteva ripetere il reato (aveva, da tempo, lasciato l’azienda) o inquinare le prove (le vicende risalivano ad anni addietro). In più, vale la pena di ricordare che la custiodia cautelare in carcere andrebbe disposta “quando ogni altra misura risulti inadeguata” (art. 275 c.p.p.). 

Non si comprende allora perché Scaglia abbia subito 80 giorni a Rebibbia e 283 ai domiciliari, né perché tanto il tribunale del riesame quanto la Cassazione abbiano respinto le richieste di revoca. Si comprende però che il suo è solo un caso, forse più eclatante ma non isolato, della fabbrica degli errori giudiziari, come l’ha chiamata Mauro Mellini in un libro che è un breviario di irreparabilità giudiziarie. Irreparabilità, sì, non solo perché – come abbiamo già detto – il tempo non torna indietro e il danno ingiusto, per usare un espressione anodina, si è consumato, ma perché nessun magistrato sarà chiamato a risponderne, complice un sistema di regole, scritte e non, che ha blindato l’autonomia della magistratura in un precetto di intoccabilità.
Nessuna norma giuridica, sociale o di altra natura vieta oggi al pubblico ministero che ha diretto le indagini preliminari su Scaglia, al Gip e al Tribunale del riesame che ne hanno disposto e confermato gli arresti, di riprendere ad amministrare, come se nulla fosse, la “loro” giustizia, dimenticando quanti come Scaglia hanno scontato la pena prima dell’assoluzione. 

* originariamente pubblicato su www.brunoleoni.it 

Twitter: @istbrunoleoni

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