Sedici opere d’arte che fanno (o hanno fatto) scandalo

Quasi tutte ora sono nei musei

Il 12 ottobre una statua posta dal suo autore a Danzica, in Polonia, a fianco di un carrarmato russo, ha scatenato un caso diplomatico tra Polonia e Russia. Questo perché il lavoro di Jerzy Szumczyk rappresentava una donna incinta su cui un soldato russo usava violenza. Szumczyk, studente del quinto anno dell’accademia di belle arti, l’ha realizzata per rendere un tributo alle vittime degli stupri di soldati dell’Armata Rossa nell’Europa dell’Est tra il ’44 e il ’45. La statua è stata rimossa 24 ore dopo dalle autorità in quanto esposta illegalmente. L’ambasciatore russo ha replicato: «Una statua così volgare nella strada principale della città insulta non solo i sentimenti dei russi, ma tutte le persone lucide che ricordano a chi devono la loro liberazione dai nazisti».
Ecco 16 opere che, al loro apparire, hanno fatto o fanno gridare allo scandalo.

Il quadro, divento famoso nel 2012, è stato ispirato dal diverso modo di riportare la stessa notizia in differenti canali televisivi. Ha prodotto interpretazioni molto differenti a seconda dei partiti, dell’interpretazione religiosa o razziale. Il debutto ufficiale all’Union Square Park New York, in occasione dei primi 100 giorni in carica del presidente Obama, fu annullato per l’indignazione dei cristiani conservatori.

L’opera fu rifiutata dall’arte ufficiale dell’Esposizione universale per il suo eccessivo realismo nel rappresentare la società dell’epoca, dai nasi rubicondi all’indifferenza dei partecipanti al funerale. L’artista allestì per conto proprio un Padillion du realism, dove espose il suo lavoro.

Commissionato per la cappella della famiglia Lelmi in Santa Maria della Scala a Roma, fu rifiutato perché la Madonna appariva troppo terrena e troppo morta: ventre gonfio, faccia terrea, braccio abbandonato. Tale e quale alla prostituta annegata nel Tevere che, si dice, fece da modella a Caravaggio. Scandalizzarono anche i piedi, nudi fino alla caviglia.

Quando Duchamp propose l’opera alla statunitense Society of Independent Artists, la giuria non lo espose, definendolo: «un puro pezzo di idraulica» piuttosto che arte. Duchamp, che era membro della giuria e aveva esposto il pezzo sotto pseudonimo (la firma è un gioco di parole, “Mutt”-“Er”, madre in tedesco), si dimise giudicandola antiquata.

«Così si dà sfogo alla fantasia malata della gente. Un’amministrazione di centrodestra non dovrebbe promuovere questi progetti»: il commento del consigliere comunale Stefano Di Martino (dell’allora Alleanza nazionale) dava voce a molti milanesi in disaccordo con l’allora sindaco Gabriele Albertini, fiero di aver lanciato con Cattelan «una provocazione ma non uno scandalo» nel centro di Milano. Invece l’opera ha scatenato una bufera, specie dopo che un residente è caduto dall’albero nel tentativo di staccare i manichini che vi erano appesi.

Appena fu possibile ammirarlo nella Cappella Sistina fu oggetto di severi giudizi da buona parte della curia. Da un lato per via delle licenze iconografiche – i santi senza aureola, gli angeli senza ali, Cristo giovane e senza barba – potevano alludere al certe istanze egualitarie della Riforma Cattolica. Dall’altro la nudità e le posa sconveniente di alcune figure (Santa Caterina d’Alessandra prona con alle spalle San Biagio) colpirono tanto che nel 1564 la Congregazione del Concilio di Trento dispose che a molti personaggi venissero dipinte le braghe (interventi successivamente eliminati col restauro del 1994).

Le 80 incisioni del maestro spagnolo rappresentano una satira grottesca della società dell’epoca, con la sua classe dirigente e le sue superstizioni. La loro pubblicazione procurò un immediato scandalo perché molti si riconobbero nei ritratti e alcune scene furono ritenute blasfeme, tanto che l’Inquisizione intervenne impedendo la circolazione. Il rilascio delle opere fu programmato per il 1799 e Goya scampò al tribunale religioso solo per l’intercessione di re Carlo IV.

Nonostante l’impianto compositivo di matrice classica, l’utilizzo di abiti moderni creò scandalo rendendo un soggetto potenzialmente mitologico la rappresentazione di «una comune prostituta, completamente nuda […] fra quelli che sembrano due studenti in vacanza, che si comportano male per far vedere che sono uomini», a detta di un critico contemporaneo: «Gli orribili costumi moderni francesi», insomma.

Lo scandalo sta tutto nel nome sul barattolo, sufficiente per attrarre l’attenzione dei media. La direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma Palma Bucarelli, che decise di esporre l’opera comprando una delle 90 scatolette all’asta da Sotheby’s (prezzo base 30 mila euro), dovette spiegare le sue ragioni in Parlamento visto che si trattava di soldi pubblici e di un’opera discutibile.

La foto rappresenta un crocifisso di plastica immerso nell’urina dell’autore e fa parte di una serie che mostra oggetti religiosi immersi in fluidi tra cui anche sangue e latte. L’intento dell’artista era protestare contro chi usa la figura del Redentore per «fare soldi» e perseguire «ignobili fini». Quando fu esposta nel 1989, il riconoscimento della critica (vinse il premio Awards in the Visual Arts del Southeastern Center for Contemporary Art) non impedì un immediato scandalo negli Stati Uniti. I senatori Al D’Amato e Jesse Helms portarono il dibattito nell’aula del senato dicendo: «Serrano non è un artista, è un idiota». Nel ’97 in Australia l’arcivescovo cattolico di Melbourne George Pell cercò di impedirne l’esposizione; nel 2006, nella francese Avignone, due uomini hanno colpito l’opera più volte con un martello e un cacciavite, dandosi poi alla fuga.

Un cronista dell’epoca, dopo averla vista, commentò che l’opera avrebbe potuto essere esposta solo in un museo che vietasse l’ingresso alle donne e agli uomini con meno di vent’anni. Pare che in tempi più recenti anche il comune di Rovereto abbia ricevuto delle lamentele, dopo aver inviato alle scuole depliant con il quadro esposto al Mart.

Il primo quadro cubista di Picasso, quando l’autore lo presentò nel suo studio di Parigi, non piacque agli amici della cerchia di Montmartre: «È la rovina dell’arte francese», disse il collezionista russo Scukin; Matisse lo giudicò un oltraggio; il critico Fénéon consigliò a Picasso di dedicarsi alle caricature; il pittore André Derain sostenne che, prima o poi, avrebbero trovato Picasso appeso a testa in giù.

Alla Tate Gallery di Londra, per 23 settimane, l’artista ha allestito una camera con farfalle tropicali tra cui i visitatori potevano passeggiare. Il ciclo vitale di tali lepidotteri è di per sé breve (in genere una settimana) ma le associazioni animaliste si sono scatenate perché il pubblico ne avrebbe favorito la dipartita: «In questa che viene chiamata “mostra d’arte” le farfalle sono obbligate a sopravvivere in stanze chiuse per la loro intera vita. Ci sarebbe stato uno scandalo nazionale se fossero stati altri animali, cani ad esempio», ha commentato il portavoce della Royal society for the prevention of cruelty to animals. «Non importa se Hirst ha ucciso gli animali da sé o stava seduto mentre migliaia di loro venivano uccisi per la sua meraviglia», hanno aggiunto dalla Peta. Si conta che nel periodo di esposizione siano morte 9 mila farfalle. Le ali di esemplari morti sono state usate da Hirst per realizzare i quadri simili a mosaici, esposti nelle altre sale.

Il murales rappresenta foto segnaletiche di criminali raccolte dal Dipartimento di Polizia di New York. Fu realizzato sul padiglione cittadino della New York World’s Fair, che doveva essere decorato da 10 artisti, tra cui Warhol. L’opera fu considerata diffamatoria e fu chiesto all’artista di rimuoverla prima dell’apertura della fiera; lui la coprì con della vernice, in parte convinto che non aveva raggiunto l’effetto artistico voluto (secondo alcune fonti giornalistiche dell’epoca).

L’opera rappresenta il dramma dei migranti che muoiono in mare. Dopo essere già stata esposta alla Biennale di Venezia nel 2012, ad aprile è stata rimossa dalla mostra AAM, Arte Accessibile Milano allo Spazio Eventi de Il Sole 24 Ore perché urtava «la sensibilità del pubblico». Alonge si è detto «meravigliato e basito di questa censura». «Mi sembra di essere tornata indietro di secoli», ha commentato la sua gallerista Maria Giovanna Russo.

Le newsletter
de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter