Bastiat, “Lo Stato non tolga i soldi a chi produce”

I CLASSICI DELLA LIBERTÀ IN EBOOK/2

La Legge di Frédéric Bastiat ha avuto, specialmente in America, una diffusione davvero straordinaria nell’ultimo mezzo secolo, e questo non a caso. Si tratta di uno dei testi più classici ed efficaci del liberalismo ottocentesco di tradizione lockiana. In queste pagine del 1850 il pensatore francese difende, di fronte alle pretese dello Stato, il carattere naturale dei diritti individuali e il ruolo fondamentale della proprietà nella tutela della libertà dei singoli. La condanna del legalismo si sposa con il rigetto dello statalismo, perché – a giudizio di Bastiat – è riducendo il diritto alla semplice legge che il potere è in condizione di dilatare in maniera illimitata il proprio dominio sull’intera società.
 

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L’INTERVISTA IMPOSSIBILE

di Carlo Lottieri, Direttore del Dipartimento Teoria politica di Ibl

Signor Bastiat, sono passati più di centocinquant’anni da quando lei pubblicò La Legge. Alcuni lo considerano tutt’oggi un testo di grande attualità, per altri è invece una lettura datata e priva di lezioni per la nostra modernità. Glielo chiedo brutalmente: lei si sente obsoleto?
Diciamo che non mi dispiacerebbe sentirmi vecchio: mi farebbe piacere poter discutere di tutt’altre questioni, che quelle di cui già mi occupai in quel libretto e altrove.
E invece mi pare si possa dire che gli ideali della fraternità imposta veicolati dal socialismo e dal conservatorismo stanno progressivamente indebolendo le società di tradizione europea, dove il peso di quanti vivono sulle spalle degli altri cresce di continuo e dove lo Stato s’intromette in maniera sempre più massima, disincentivando il lavoro e il capitale. Siete, laggiù nel mondo dei vivi, sempre più tassati e regolati. Questo spiega un declino che ha la propria origine esclusivamente nell’interventismo statale.

Non le sembra di esagerare? La tesi di molti macro-economisti, oggi, è che la vecchia visione della proprietà quale limite insuperabile sia tramontata: bisogna dunque usare le leve della spesa pubblica, della redistribuzione, dell’espansione monetaria e dei bassi di interesse per favorire la crescita…
Purtroppo, quella che un tempo era la scienza economica oggi è dominata da ogni genere di fallacia analitica e confusione concettuale. Riguardo a inflazione e spesa statale, inoltre, è triste vedere come si continui a sopravvalutare gli effetti di breve durata (“ciò che si vede”) e si trascurino gli effetti ben più significativi, e disastrosi, di lunga durata (“ciò che non si vede”). Il risultato è che si continua a credere che sul piano economico sia una buona cosa che un monello distrugga una vetrina con un sasso o che un terremoto abbatta una città, perché in entrambi i casi si stimola la spesa.

Cosa bisognerebbe fare, allora?
Molto semplicemente, lo Stato deve ritrarsi, smettendola di corrompere la moneta e togliere risorse ai ceti produttivi per attribuirli a quelli parassitari.

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Facile dirlo da lassù. Ma quaggiù ogni cambiamento politico nella direzione da lei indicata appare difficile, quando non impossibile: si scontra contro un reticolato di interessi e posizioni di rendita difficili da scalfire.
Sono stato proprio io ad affermare che lo Stato è la grande finzione in ragione della quale ciascuno cerca, e si augura, di poter vivere sulle spalle degli altri. Grazie a quella che un vostro grande compatriota (Amilcare Puviani) ebbe a chiamare l’illusione finanziaria, ognuno è portato a enfatizzare i benefici dell’azione pubblica e a sottostimare i costi. In questo modo il sistema sociale e produttivo finisce sempre più sotto il controllo dei nuovi sovrani, politici e burocrazia, e la vita civile ed economica s’inaridisce. E tuttavia…

E tuttavia?
E tuttavia non tutto nella natura umana cospira nella direzione di questa calcificazione di interessi. C’è qualcosa, dentro di noi, che può portarci a comprendere gli errori del passato, e a ritrovare il gusto della libertà.
Guardi, ogni qualvolta ci viene il dubbio che lasciar libere le persone non sia la soluzione migliore, è il caso di ripensare all’alternativa. L’interventismo economico si configura sempre come una limitazione dell’autonomia delle persone e dei gruppi. Il dirigismo vive di tassazione (e in Paesi come l’Italia o la mia Francia siamo giunti a livelli insopportabili) e vive di quel meccanismo regolatorio che restringe l’autonomia dei singoli proprietari. Comprendo bene, però, come dopo Jean-Jacques Rousseau sia difficile intendere nel giusto senso la proprietà…

Cioè?
Quando si è avuto il successo di Rousseau e dei giacobini, perdoni se mi cito da solo, “la legge ha acquisito il compito di trasformare le persone, di creare o non creare la proprietà. Secondo me, le persone e le proprietà preesistono alle leggi e, per limitarmi ad un soggetto ben preciso, dirò: Non è perché ci sono le leggi che ci sono le proprietà, ma è perché ci sono le proprietà che ci sono le leggi”.

In questo senso, come giudica il salvataggio pubblico, in Italia, della ex compagnia di bandiera? È giusto tutelare quei proprietari, a spese del contribuente?
Se un’azienda che deve fallire non fallisce, a pagarne le spese saranno le altre: quelle sane e che producono profitti, che un po’ alla volta vedranno ridursi i loro attivi, fino al collasso. Gli italiani non hanno bisogno di un’Alitalia in mano a capitalisti italiani (qualsiasi cosa ciò voglia dire), ma invece hanno bisogno di un quadro concorrenziale che permetta alle varie aziende (vecchie e nuove, italiane o straniere) di competere e mettersi al servizio del pubblico. E sia chiaro: questo vale anche per la Francia. Spieghi bene ai suoi lettori che se c’è un francese che non ha nessuna simpatia per una impresa a proprietà pubblica completa o parziale, e che crede che sia un’offesa al buon senso dei contribuenti, quello sono io.

Nell’età contemporanea si assiste a una decisa crescita di aree tradizionalmente assai povere che stanno imponendosi nel mercato globale (Cina e India, tra le altre), mentre il mondo occidentale sembra bloccato da una spesa pubblica crescente e da una legislazione soffocante. È lecito essere ottimisti?
Le civiltà nascono e muoiono: anche il mondo di tradizione europea deve fare i conti con questa verità elementare. Nel corso degli ultimi trent’anni la Cina ha saputo procedere sulla strada di innovazioni che hanno allargato gli spazi di mercato, restaurando la proprietà e riducendo gli spazi d’azione dell’apparato pubblico. Nel mondo tutte le cose sono imperfette, ma quel poco di libero mercato che è stato introdotto è riuscito a moltiplicare pani e pesci più efficacemente di qualsiasi tentativo di pianificazione statale.
Mi sembra che l’Occidente stia andando nella direzione opposta. Una volta ho scritto che le masse spesso vengono derubate, e non se ne accorgono neppure. A giudicare dal livello di tassazione che avete raggiunto, mi pare sia proprio il vostro caso.
 

CHI È FRÉDÉRIC BASTIAT (1801-1850)

Frédéric Bastiat (1801-1850) è stato uno dei protagonisti di quell’importante scuola di economisti liberali francesi cui hanno appartenuto, tra gli altri, anche Turgot, Jean-Baptiste Say e Charles Dunoyer. Con i suoi brillanti articoli e i ponderosi volumi (da Cobden et la ligue a Les Harmonies économiques, dai Sophismes économiques ai Petits pamphlets), Bastiat si è battuto contro la crescente collettivizzazione dell’economia del suo tempo e contro il nazionalismo protezionista di chi rigettava il laissez-faire.