Evan Spiegel: l’anti Zuckerberg

PROFILO

L’era degli startupper da garage è finita. Mark Zuckerberg ha inaugurato quella del dormitorio: nerd che per rimorchiare costruiscono social network da milioni di dollari partendo dalla possibilità di flirtare online, attirandosi l’ammirazione della confraternita — quando va bene—  e l’invidia di colleghi o ex amici che ti fanno causa—quando va male. Spiegel, ventitre anni, fa parte di questa nuova generazione di Tech-Frat di Los Angeles.

Cresciuto in una casa da due milioni di dollari nella Pacific Palisades, a ovest di L. A., una zona ad alta percentuale di bianchi benestanti., è  figlio di due avvocati: la madre, Melissa, è laureata a Harvard, il padre, John W. Spiegel, a Stanford e Yale—l’habitus che serve per avere successo.

Frequenta con le sue due sorelle minori una scuola privata, la Crossroads, a Santa Monica, con tutor personali da 250$ l’ora. Si dimostra fin da subito interessato a cose da geek pur non essendolo (e come David Karp, CEO di Tumblr, condivide un gusto giovanile che lo tiene lontano dai chino cachi di Zuckerberg, preferendo denim e uno stile più cool. Purtroppo non ha carisma. Risponde alle interviste col tono basso, si chiude nelle spalle, abbassa lo sguardo. Quando è in imbarazzo—quasi sempre—chiude la conversazione con una risata nervosa, come un colpo di tosse).

Durante il periodo universitario, grazie a un amico di famiglia, dopo il divorzio dei genitori, ottiene uno stage alla Red Bull. A quel tempo è ossessionato dai drink energetici, organizza parti da trecento teenager in su, e spende molti soldi. Troppi soldi, e il padre gli chiede di rientrare nel budget: 2000 dollari al mese (che però non gli bastano perché «Ho un sacco di imprevisti», dice). Lui col tempo riesce vagamente a regolarsi, e chiede una BMW 550i come premio alla sua buona condotta. Ma soprattutto la desidera perché: «I ragazzi attribuiscono molto valore alle loro auto. Ci si sente così bene guidando a fianco di tutti i ricchi stronzi arroganti di Crossroads, e sapere che ho una macchina bella come la loro senza compromettere la mia integrità. Ho superato un sacco di ostacoli nella mia infazia, e sarebbe bello se voi, mamma e papà, riconosceste il mio successo». Un talento naturale per il ricatto morale dei propri genitori. Il padre non ci casca e si rifiuta di comprargli l’auto. Evan, forse per dispetto, va a vivere con la madre, molto più permissiva. Due giorni dopo è al volante della BMW.

Evan Spiegel, come ripete spesso, è un ragazzo molto fortunato. I suoi genitori sono due finanziatori di Stanford, ovvero il posto giusto per gente di talento. L’accesso esclusivo all’università è dovuto alla facile scalata sociale che offre l’ecosistema Stanford. Di qui sono passati politici, avvocati, scrittori, e tutti i più grandi imprenditori: da Sergey Brin (Google) a Paul Flaherty (Altavista). È qui che Spiegel incontra, tra gli altri, Scott Cook, un investitore, Eric Schmidt, CEO di Google, e Chad Hurley, co fondatore di YouTube.

Nel novembre 2013 Facebook offrirà a Evan e al suo socio Bobby Murphy 3 miliardi di dollari. Che i due rifiuteranno. L’offerta riguarda un’applicazione di successo usata dai giovani. Pare che tutto abbia inizio un paio di anni fa, con una conversazione sul sexting (flirtare via cellulare, con tutto quel che comporta il mezzo) nella confraternita Kappa Sigma, il cui motto è «Fratelli di cuore per tutta la vita». Snapchat all’inizio si chiama Picaboo, ed è una app che consente di far scomparire le foto dallo schermo del cellulare, nella speranza che non vengano salvate del destinatario, facendo diventare i propri genitali le star del campus. A quel tempo Spiegel era compagno di stanza di Bobby Murphy, co fondatore dell’app oggi nota con il nome Snapchat, con un delizioso fantasma.

C’è un terzo attore nella genesi di Snapchat, la app, è Reggie Brown. Il quale ha fatto causa ai due per averlo estromesso dal progetto di cui sostiene essere co-autore. Ma questa è materia per i tribunali americani e, se andrà bene, per Aaron Sorkin. (Ironicamente come prove saranno usate schermate di WhatsApp, ma andiamo con ordine).

Le migliori app possono essere non capite (come Brin e Page sanno bene). Quando nell’aprile 2011 Evan presenta il progetto alla classe, tutti gli dicono che è una pessima idea.

Evan Spiegel e Bobby Murphy sono determinati. Decidono di lanciare nel settembre di quell’anno l’applicazione su piattaforma iOS. Nel giro di poco si diffonde a Orange County e poi in altre città californiane, prevalentemente nell’orario da scuola: dalle 8 alle 11 di mattina. Gli utenti crescono, passano da 3.000 a 30.000 in un mese nel 2012. Hanno conquistato studenti che all’ultimo banco si inviano foto e commenti. Spiegel e Murphy lasciano Stanford a giugno e si spostano a Los Angeles per lavorare interamente all’app. Si stabiliscono a Venice Beach, una zona in cui gli affitti sono tra i più alti di Los Angeles per via della gentrificazione dovuta a società tech da Google in giù. La chiamano Silicon Beach.

Nonostante tutti credano che il solo motivo di successo dell’app sia dovuta al sexting tra teenager in ormone, Spiegel non crede si possa costruire un business su quello. Il valore sta nella privacy, nell’effimero del web. (Spiegel spiega più volte che non è un servizio per rimanere anonimi, cosa piuttosto impossibile, ma che le foto vengono distrutte dal server). Se vuoi un dato lo devi salvare. In una conversazione con All Things D Spiegel dice: «L’effimero dovrebbe essere impostato di default». Oggi Snapchat è contesa da Google, Facebook e Twitter, proabilmebte perché ogni giorno vengono condivisi 350 milioni di contenuti tra foto, testi e video di un pubblico giovane,  tra i 13 e i 25 anni. Dati che potrebbero essere monetizzati. Contenuti che poi spariscono, senza lasciare traccia né dati da vendere alle società. («Alla prima versione dell’App ci hanno subito detto ‘questi ragazzi sono stupidi, puoi fare la schermata alle foto’, e quindi ci siamo chiesti: come risolviamo questo problema?Abbiamo creato un meccanismo in cui è la community stessa ad auto-governarsi e creare leggi durante la condivisione. Così è nata la notifica per sapere se quando invii una foto, l’altro la salva», dice Spiegel. È l’inversione della norma: non devi cancellare quello che automaticamente viene salvato ma salvare ciò che automaticamente cade nell’oblio – a meno che qualcuno non l’abbia salvata). I giganti che attualmente amministrano il web e i nostri dati (Twitter, Facebook e Google) vogliono anche amministrare l’oblio.

Secondo il sociologo Nathan Jurgenson, che collabora con il team di Spiegel, Snapchat esalta la possibilità del temporaneo: «l’effimero aumenta la concentrazione degli spettatori: una volta ricevuto, il conto alla rovescia è una specie di bomba a orologeria che richiede l’urgenza della visione, una sfida a porre attenzione al significato dell’immagine prima che si distrugga».

Quando non devi costruire un’identità puoi lasciarti andare. Non più selfie controllati con sguardo distratto, o primi piani con sfondo biblioteca di prime edizioni Einaudi e Adeplphi; bensì smorfie, seni, cibo, qualsiasi cosa attragga la nostra attenzione e sia alla portata d’obiettivo. Tanto poi si cancella. (A meno che non venga salvata tramite schermata, ma ci viene notificato, quindi saprete esattamente se l’altro ha le vostra pudenda nell’iPhone).

Cos’hanno in comune trafficanti di droga, teenager, e attivisti? Attualmente il web è conteso tra chi vuole registrare ogni informazione su di noi, e chi sfrutta l’avanzare di un web dell’effimero (in questo sento è più simile a Tor Browser, 4Chan, Silk Road ecc.), l’anonimato online è il luogo dell’illegalità ma anche della protezione dei propri dati, è l’ultimo luogo virtuale in cui non si viene tracciati da chi ti offre il servizio. È l’età dei servizi nascosti (hidden service), come scrive l’ottimo Nick Bilton sul New York Times. In particolare Snapchat è il regno del divertimento senza preoccupazioni, come ripete Spiegel in continuazione, e senza essere spiati, ponendosi all’interno del movimento europeo che chiede un nuovo diritto: essere dimenticati. Ephemerality is here to stay, come scrive TechCrunch. Un nuovo mercato in tempi di datagate.

I motivi per cui Facebook ha recentemente offerto 3 miliardi di dollari per l’acquisizione di Snapchat non sono un mistero. I teenager si spostano su altre piattaforme per fare ciò che non fanno su Facebook: condividere qualsiasi cosa (anche cose socialmente riprovevoli che li esporrebbe agli haters o a punizioni dei genitori.). Inoltre il fallimento di Poke ha reso noto che non basta clonare una App di successo come Snapchat per attrarre i suoi utenti. Solo uno autenticamente ricco come Evan poteva rifiutare tutti quei soldi. Ma perché ha rifiutato? Qualcuno scrive per machismo o per stupidità; altri dicono che abbia agito così per alzare il prezzo o che addirittura abbia una trattativa in corso con un’altra società. C’è un’altra eventualità, ovvero tentare di replicare il successo di WeChat dell’asiatica Tencent, che in Cina è il principale concorrente di Facebook. (Sì, la concorrenza di FB la fanno le app di messaggistica, in Asia come in Occidente).

Stringere rapporti commerciali con Tencent è il modo migliore per fare competizione a FacebookC’è un solo problema per Snapchat: i tennager sono volubili ed effimeri almeno quanto lo è l’app stessa. Il problema è l’incertezza di un dispositivo che accendi solo quando lo devi usare. Snapchat fino a due settimane fa non avevauna timeline, ora ha Stories, cioè i messaggi dei tuoi amici settati per non scomparire dopo dieci secondi scorrono per 24 ore. «Succede una cosa strana quando hai un profilo statico», dice Spiegel, «Devi continuamente preoccuparti che quei contenuti che metti nella timeline corrispondano all’idea che hai di te». Esattamente il tipo di ansia da costruzione di identità che Snapchat evita. Il bello è poter cancellare lo scarto. È un evidente tentativoinsieme a quello di gaming e a quello video che ha poi abbandonatodell’azienda per trovare la formula adatta, e trattenere più tempo gli utenti sulla app, spingendoli alla curiosità di vedere quali foto appaiono sullo schermo, per esempio. Anche se solo per 24 ore. Da una parte si tenta la strada dell’effimero, dall’altra si cerca di una via intermedia per far vivere più a lungo di pochi secondi i contenuti generati dagli utenti. 

Evan Spiegel è l’anti Zuckerberg: non vuole che ci dimentichiamo della nostra privacy, cerca la nostra fiducia. Forse già ce l’ha.

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