BalcaniIn Kosovo si vota, ma l’integrazione non avanza

Dopo il voto

«Nel nord del Kosovo tutti hanno fallito: Bruxelles, Belgrado, l’Eulex, la Nato e la polizia serba», afferma Iljir Deda, direttore del Kosovo Institute for Political Research and Development, subito dopo la chiusura dei seggi elettorali in Kosovo. Le elezioni municipali dello scorso 3 novembre hanno dimostrato quanto il conflitto etnico, culturale, politico, religioso tra serbi e kosovari resti ancora irrisolto.

Le tensioni sono iniziate fin dalla prima mattinata, soprattutto nei seggi delle municipalità nel nord del Kosovo a maggioranza serba. È la prima volta dalla autoproclamazione della repubblica nel 2008, infatti, che i serbi del Kosovo sono chiamati a un voto che ne segnerà la separazione definitiva dalla Serbia. Ecco perché i gruppi nazionalisti extraparlamentari hanno fatto il possibile per boicottarle.

Nel mese passato, il 14, il 19 e il 23 ottobre, nella municipalità di Kosovska Mitrovica, sono state fatte esplodere delle bombe vicino alle case di alcuni candidati serbi; mentre venerdì scorso uno dei candidati a sindaco, Krstimir Pantic, iscritto nella lista civica serba Srpska, sostenuta anche da Belgrado, è stato vittima di un’aggressione.

Obiettivo delle violenze è anche quello di osteggiare la linea adottata dal governo serbo che sostiene un’unica lista civica, per evitare la dispersione di voti e per ottenere quindi un numero importante di rappresentanze serbe nel territorio kosovaro.

Alle due del pomeriggio la Kosovo Foundation for an Open Societyaveva già registrato 1.500 irregolarità, mentre l’affluenza al voto dei serbi rimaneva bassissima. Belgrado e Pristina per tutto il pomeriggio si sono rilanciate le accuse dell’insuccesso elettorale. Un portavoce del governo di Belgrado, Marko Djuric, ha accusato il primo ministro Kosovaro, Hashim Thaci, di non aver garantito la sicurezza dei serbi al voto. Dal canto suo, Thaci ha ribadito la fiducia nei cittadini kosovari e nei partiti politici. Il Patriarca della chiesa ortodossa serba, Irinej, a urne ancora aperte ha commentato dicendo che «è la storia che si ripete, i serbi oggi come 300 anni fa, fuggono dal Kosovo, dalla povertà e dai problemi».

Intorno alle 17, due ore prima della chiusura ufficiale dei seggi, nella scuola primaria di Sveti Sava a Kosovska Mitrovica uomini mascherati hanno fatto incursione nel seggio, distruggendo tutti i materiali elettorali e rilasciando nell’ambiente gas lacrimogeni, causando di fatto la chiusura anticipata delle urne. Simile sorte è toccata a numerosi seggi sparsi per le quattro municipalità serbe del Nord.

Appena chiuse le votazioni, alle 19, Pantic ha immediatamente chiesto alla comunità internazionale l’annullamenmto del voto, ma il presidente della Commissione elettorale centrale (Cec), Valjdete Daka, ha per ora dichiarato la validità delle elezioni. Alla fine della giornata hanno potuto votare il 45.79 per cento degli elettori e sono stati considerati validi anche i voti delle municipalità serbe del Nord, raccolti fino alle ore 15.

Per il momento sono due i risultati emersi. La vittoria della lista civica serba Srpska, nelle sei municipalità serbe a sud del fiume Ibar. E il 27.6 per cento dei voti ottenuto dal Kosovo Democratic Party. Mentre si attende ora il secondo turno delle votazioni previsto per il primo dicembre.

Durante le elezioni non era stata prevista alcuna mobilitazione particolare da parte delle forze della Nato, che dal 1999 sono impegnate sul territorio con la missione Kfor, con il Generale Salvatore Farina al comando della missione da settembre. Mantenere l’ordine e la sicurezza dei seggi sarebbe dovuta essere una prova anche per la forza di polizia kosovara, alla quale gli eserciti Nato stanno gradualmente cedendo il compito di controllare il territorio  A tutela del regolare svolgimento del processo elettorale erano stati, invece, designati dei commissari Osce.

Da quando nel 2008 il Kosovo ha proclamato la sua indipendenza, la Serbia non ha mai parlato di un riconoscimento della nazione kosovara. In totale sono 96 i paesi che riconosco il Kosovo come nazione e tra questi mancano all’appello stati come la Russia, la Cina, e la Spagna. Al contrario, il primo paese ad aver riconosciuto la Repubblica del Kosovo è stata la Turchia, che, anche in vista delle elezioni, non ha mancato di ribadire il suo attaccamento alla causa kosovara.

Lo scorso 25 ottobre, il premier turco Recep Tayyip Erdogan in visita in Kosovo, ha scosso il governo serbo: «il Kosovo è Turchia e la Turchia è il Kosovo», ha affermato. Occasione della visita era stata l’inaugurazione del nuovo terminal dell’aeroporto di Pristina, una joint venture turco-francese nella quale sono stati investiti 140 milioni di euro, ultimo di milionari investimenti fatti dalla nuova “politica ottomana”. Erdogan è stato accolto nella capitale da sventolanti bandiere turche, cartelloni di benvenuto e anche da un piccolo sit-in di donne kosovare, mobilitate contro il divieto in vigore nel Paese di indossare il velo per le dipendenti pubbliche, recentemente abrogato in Turchia. Il viaggio di Erdogan si è concluso a Prizren, la municipalità più importante nel sud del Kosovo, dove il primo ministro Thaci sembra stia registrando un calo delle preferenze.

Con una campagna elettorale giocata praticamente per strada, tra comizi improvvisati e semideserti, clientelismo, processioni di macchine strombettanti e sventolanti bandiere dei candidati, le elezioni hanno confermato la fragilità di un sistema statale che, a 14 anni di distanza dalla guerra, registra alcuni dei tassi di povertà più alti in Europa, ha livelli di disoccupazione che vanno oltre il 30% e garantisce una media salariale di 200 euro al mese. L’economia della regione si regge fondamentalmente sulla piccola e grande criminalità  Ai confini del Kosovo si contrabbanda qualsiasi tipo di bene: dagli organi alla benzina. In questo periodo il più fiorente è il mercato nero della legna, unica risorsa per superare il freddo invernale soprattutto in quei villaggi dove l’elettricità non arriva, e le temperature possono toccare anche i – 20.

Solo lo scorso aprile, la comunità internazionale aveva visto nella firma del Trattato di Bruxelles un passo in avanti per la normalizzazione della crisi serbo-kosovara. Esso prevede la graduale transizione delle municipalità a maggioranza serba all’interno del sistema legale kosovaro. Ma le elezioni del 3 novembre hanno messo in luce come la strada dell’integrazione e della cooperazione tracciata dal lavoro di mediazione di Catherine Ashton, sia rimasta più un auspicio che una processo reale.

Twitter: @Al_Wit