Kurt Cobain, prima di Kurt Cobain

Bio-graphic novel

A Lucca è stata presentata una bio-graphic novel che si intitola Kurt Cobain – Quando ero un alieno, è edita da Edizioni BD, è il frutto della collaborazione di Danilo Deninotti, alla sceneggiatura, e Toni Bruno, ai disegni e uscirà in libreria e fumetteria il 14 novembre. Prima di entrare nel merito del fumetto, però, devo premettere una cosa: Danilo Deninotti, lo sceneggiatore del fumetto di cui sto per parlare, oltre ad essere un collega, è anche un amico. Non lo dico per pulirmi la coscienza, ma perché ritengo che l’onestà intellettuale debba essere, oltre che annunciata, praticata. E non si può certo richiederla agli altri se non si mette in pratica per primi. Tutto qui. Ora che lo sapete, possiamo cominciare.

Innanzitutto: questo non è un fumetto su Kurt Cobain icona del rock e morto suicida a 27 anni. Se Kurt Cobain è il vostro idolo e sperate di trovare in questo fumetto la sua mitizzazione a fumetti siete sulla strada sbagliata. Perché questo è un fumetto sul percorso di crescita e di formazione di un bambino che, come molti, si ritrova a vivere in una realtà che sente estranea, in una cittadina alla periferia degli Stati Uniti e in un ambiente familiare che cade a pezzi: e si sente un alieno. Kurt è un bambino come altri, dunque, e come altri cerca di sfuggire alla gabbia che si sente intorno, come può. E lui può con la musica

La musica, come è naturale che sia, entra in scena da subito, a partire dal prologo, un flashforward che porta il lettore direttamente al 1991, al momento in cui Kurt, Krist e Dave, in uno studio californiano registrano Territorial Pissing, la canzone di Nevermind che contiene il verso che dà il titolo al fumetto, «when i was an alien/cultures weren’t opinions». E poi continua, praticamente ad ogni passaggio della crescita di Kurt, dalla sua entrata in scena, cantando e suonando un tamburello nella casa dei genitori, al Natale in cui il padre gli regala una batteria, una tavola che sfrutta proprio la batteria per mettere in scena, in tre vignette, il passaggio di Kurt dall’infanzia all’adolescenza.

Kurt in realtà cresce in fretta, ha poco tempo per essere un bambino. I suoi si sono separati, il padre si è risposato, e lui si sente sempre più alieno. A un certo punto lo zio Chuck gli regala la sua prima chitarra elettrica, riuscendo a strappargli uno dei rari sorrisi di tutto il fumetto. Ma a Kurt non basta ritrovarsi una chitarra elettrica in mano per diventare Cobain. Ma ci siamo quasi, perché la svolta accade proprio un paio di tavole dopo il regalo dello zio, quando Kurt incontra Roger Osborne, detto Buzz, fondatore, cantante e chitarrista dei Melvins. È il momento di svolta, e il segnale è nel nome. Buzz e Matt, cofondatore e bassista dei Melvins, infatti, per la prima volta dall’inizio del fumetto, lo chiamano Cobain.

L’incontro con i Melvins è decisivo nella vita di Kurt, che inizia a comporre, registra le prime tracce e mette insieme il primo nucleo dei Nirvana, con Krist Novoselic. Per Dave Grohl – apparso di sfuggita nel prologo – bisogna aspettare ancora un po’, ma, come dice la prima regola della narrazione «Se in un racconto c’è una pistola, deve sparare». E se il fumetto inizia in una sala prove e se nella sala prova alla batteria c’è Dave Grohl, be’, c’è da fidarsi, Dave arriverà.

Chioso e concludo con una critica: per quanto abbia apprezzato questo Kurt Cobain di Danilo Deninotti e di Toni Bruno, bravi nel confezionare un racconto fedele anche nei dettagli, credo ci sia qualcosa che non funziona: è lo stile del tratto, troppo patinato e gentile, troppo pulito per una storia che per me doveva sapere più di grunge. Uno stile che, se può andare bene per raccontare il Kurt bambino, stona molto, almeno ai miei occhi, quando si ritrova a raccontare il Kurt ragazzo, quello che si procura da mangiare con i food stamps, che dorme sotto i ponti di Aberdeen e che inizia a perdersi nella droga.