La battaglia italiana per la capitale Ue della cultura

Città l’una contro l’altra

È una guerra a suon di numeri e di esibizione di virtù. Ma anche di testimonial, più o meno prestigiosi e altolocati. Poi è anche una battaglia senza esclusione di colpi. Sgambetti, veleni, malignità. Perché in ballo, oltre all’immagine, ci sono miliardi. Dall’11 al 15 novembre le 21 città italiane candidate al titolo di Capitale europea della cultura 2019 (con le quali l’Italia se la gioca in tandem con la Bulgaria) saranno accolte in audizione al ministero ai Beni culturali. Nulla a che vedere con una pura formalità. Inizia infatti la competizione vera, quella voluta dalla Commissione europea, e che entro la fine dell’anno dovrebbe portare alla short list, con la selezione delle finaliste.

A salire davvero sul ring, alla fine, saranno otto o dieci città e non di più. Perché nulla è davvero scontato, a partire dalla concreta capacità competitiva di L’Aquila e di Venezia. Entrambe potrebbero essere infatti già fuori dai giochi. La prima, dopo il disastroso terremoto del 2009, sarebbe in grado di far scattare, in caso di vittoria, investimenti a catena per 1,2 miliardi, proprio in occasione del decimo anniversario del sisma. Epilogo che potrebbe anche piacere all’Italia ma che deve fare i conti con la freddezza niente affatto mascherata di Bruxelles, visto che la Commissione, senza tanti giri di parole, ha già detto ufficialmente all’ex presidente della Provincia abruzzese Stefania Pezzopane, oggi senatrice Pd, che al nastro di partenza i concorrenti sono tutti uguali. 

Quanto a Venezia le tante titubanze manifestate dal Comune – prima il ritiro, poi il ripensamento e la candidatura ufficiale – confermano lo scarso entusiasmo del sindaco Giorgio Orsoni. Il capoluogo veneto stima, come spese operative, 60 milioni. Nulla di folle per la Serenissima. Al contrario: quasi la manifestazione della sfiducia di chi deve anche tenere conto del fatto che, essendosi candidato con il Nord Est, difficilmente potrebbe trovare il sincero appoggio, aldilà delle cortesie istituzionali, di Trieste o di Verona. 

Di candidature con vere chance, in fondo, ne sono rimaste poche. Ravenna, Siena, Perugia, Bergamo, Matera, Palermo, Urbino, Siracusa. Tutte l’una contro l’altra armate non solo con i programmi culturali ma anche con previsioni di spesa da contabili ligi e parsimoniosi. Se Ravenna ha previsto 45 milioni per sostenere la candidatura (tra finanziamenti comunali e risorse private e di altri enti pubblici) Matera ha messo nero su bianco poco meno di 52 milioni. La prima ha scelto di far quasi tutto in casa, puntando a portare a casa almeno 400 milioni di indotto, senza contare l’aumento del 20% dei flussi turistici. Si è affidata a un ex assessore, Alberto Cassani (coordinatore da nemmeno 65mila euro all’anno), ha reclutato il romagnolo Sergio Zavoli, presidente del comitato promotore, infine ha assistito alle piroette di Matteo Renzi, suo fan pubblicamente sfegatato fino al 2011 poi sponsor (praticamente obbligato) di Siena.

La città lucana ha chiamato l’ex direttore del Salone del libro di Torino, Paolo Verri (incarico part time retribuito con 66mila euro all’anno), e gli ha messo in mano le redini di una operazione che, solo come incremento dei valori immobiliari e del numero e del volume d’affari delle imprese, vale sulla carta circa 2 miliardi.

«Abbiamo scelto di non puntare sui testimonial ma sull’ampia partecipazione dei cittadini alla definizione dei contenuti», attacca, da Ravenna, Cassani. Poi è vero che la città romagnola ha niente di meno che Riccardo Muti al suo fianco. Ma è anche vero che abbondano le frecciate reciproche sulla ricerca dei grandi nomi. Per dire: la gettonatissima Matera ha già schierato Salvatore Veca, Aldo Nove, Emma Dante, Arnaldo Pomodoro, solo per fare qualche esempio. «Ma il nostro orizzonte – dice a sua volta Verri –, è quello dell’orgoglio territoriale. Questa è una partita strategica per lo sviluppo del Sud». 

Le città in gara si stanno facendo le pulci anche sulla trasparenza. Le più solerti puntano l’indice su Siena, Bergamo e Venezia, che non hanno ancora pubblicato il dossier di presentazione della candidatura ufficiale. Scelta quanto meno un po’ ambigua? Macchè. «Per quanto ci riguarda non lo pubblicheremo mai», avverte il coordinatore della candidatura senese, Pierluigi Sacco. D’accordo con il sindaco Bruno Valentini, Sacco ha infatti secretato il malloppo, temendo vili scopiazzature. Con una spesa preventivata di 72,5 milioni di euro, la stima di un impatto economico cinque volte superiore (oltre 360 milioni), Siena, in profonda crisi economica, si sta giocando il tutto e per tutto. «Per noi il titolo sarebbe l’opportunità di costruire un nuovo modello di sviluppo», conferma Sacco. Chi poi spera nella vittoria, nonostante tutto, è L’Aquila, che è scesa nell’arena con molte aspettative e pochi soldi in tasca: appena 20 milioni. «Certo, la vera competizione è sui contenuti», ragiona il coordinatore della candidatura Errico Centofanti, «però la condizione di città terremotata è oggettiva».