Londra punta sulla finanza islamica. E l’Italia?

Emissioni conformi alla legge coranica

Il Regno Unito è pronto a diventare il primo Paese occidentale a emettere sukuk, la versione islamica, senza interessi, delle obbligazioni. «Abbiamo parlato per anni della possibilità di creare un bond islamico, fuori dal mondo islamico, ma non è mai successo. Per cambiare occorrono pragmatismo e volontà politica e qui in Gran Bretagna li abbiamo entrambi. Vogliamo essere il primo Paese fuori dal mondo mussulmano a emettere un bond islamico». 

Queste le parole del premier David Cameron nel discorso di inaugurazione del nono World Islamic Economic Forum, ospitato per la prima volta in un Paese non islamico. E a proposito di pragmatismo, Cameron non si è fatto scrupoli nel descrivere le reali motivazioni dietro questa scelta: la finanza islamica cresce con un ritmo superiore del 50% rispetto al settore bancario tradizionale, gli investimenti a livello globale entro il 2014 saliranno a 1.300 miliardi di sterline «e quindi vogliamo assicurarci qui in Gran Bretagna una grossa fetta di questi nuovi investimenti». È dal 2007 che la Gran Bretagna intende lanciare un sukuk, ma complice la crisi finanziaria, i progetto era stato momentaneamente messo da parte. Già il 2011 era stato in Gran Bretagna un anno prevalentemente orientato alla ricapitalizzazione e al riordinamento strategico del settore finanziario islamico.

Circa il 60% dei sukuk al mondo è emesso dalla Malesia, secondo il Malaysia International Islamic Financial Centre. Ma la finanza islamica deve diventare inglese «come il fish and chips», ha detto Roger Gifford (Lord Mayor di Londra) in un summit a giugno. I diretti concorrenti restano comunque Dubai e Kuala Lumpur e con questo obiettivo il governo inglese ha istituito una task force che riunisca responsabili e funzionari del settore per esaminare argomenti che vanno dalla regolamentazione bancaria. Londra è già il centro trainante della finanza islamica con più di venti istituti di credito cui sono state concesse le “islamic windows”, ossia la possibilità di creare conti correnti speciali che utilizzano la compartecipazione agli utili al posto della garanzia sul valore nominale del deposito attraverso i tassi di interesse, vietati dalla sharia.

Sì perché la legge coranica proibisce il prestito ad interesse, oltre all’investimento in bevande alcolihce, tabacco, carni di maiale, pornografia e gioco d’azzardo. Ragione per cui, a differenza dei bond tradizionali, i sukuk devono corrispondere a un progetto ben determinato, generalmente di natura infrastrutturale o immobiliare, e rappresentano una quota dei profitti. Ecco perché non sempre viene accettata la denominazione di “bond islamici” o “obbligazioni islamiche” rifacendosi anche a motivazioni puramente linguistiche. Sukuk è il plurale di sakk che significa “strumento”. Ciò detto, i sukuk sarebbero più propriamente titoli asset-backed, obbligazioni senza interesse la cui emissione ha come fine la realizzazione di attività reali. 

Il credit crunch in questi ultimi anni, ha giocato a favore della finanza islamica, resa sempre più attraente dai suoi principi e dalle sue regole, ancorate a un’etica che si rifà a rigorosi precetti morali e che esclude quei fenomeni speculativi che sono stati in parte causa della crisi economica mondiale. Non solo l’Inghilterra, anche Francia e Germania hanno cominciato ad aprirsi alla finanza islamica. In particolare in Francia (dove vivono 6 milioni di musulmani, con un potenziale di mercato retail di circa 1,5 milioni di clienti), a partire da giugno 2011 la Chaabi bank ha cominciato a offrire conti deposito per clienti, arrivando a 500 nuovi depositi registrati ogni mese e un tasso di acquisizione in continua crescita.

E in Italia? La popolazione islamica residente in Italia costiuisce il 24,4% della presenza straniera e l‘1,4% della popolazione italiana. Le stime parlano del 2,1% nel 2015 fino ad arrivare al 4,2% nel 2050. Il che significa che rappresentano un segmento di mercato molto rilevante. Nonostante ciò, il settore risulta ancora agli albori anche se si stanno moltiplicando i segnali di attenzione e interesse da parte di operatori del settore finanziario per favorire forme di integrazione economica. Lo stesso Ignazio Visco, Governatore della Banca d’Italia, ad aprile, in occasione del quarto Forum della finanza islamica, aveva detto: «L’opportunità di attrarre capitali stranieri e l’intensità di legami commerciali e finanziari con la sponda Sud del Mediterraneo rende sempre più importante, per il nostro Paese e il suo sistema finanziario, essere preparato alla conoscenza e agli strumenti operativi per interagire con quei sistemi che obbediscono ai principi della finanza islamica».

Secondo il governatore però ci sono tre fattori che ne limitano lo sviluppo in Italia: la struttura dell’Eurosistema che si basa su strumenti finanziari fondati sul tasso di interesse; l’obbligo da parte delle banche europee di garantire uno schema di assicurazione dei depositi (non permesso dalla giurisprudenza islamica); la responsabilità unica del consiglio di amministrazione della banca, in contrasto con lo “Sharia board” che ha il compito di certificare che i prodotti finanziari siano conformi alla sharia. 

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