Manager e consumatori a scuola di decrescita felice

Illusione o innovazione?

Può la decrescita felice essere un modello che aiuta le piccole e medie imprese italiane a rilanciarsi durante la Grande Crisi? I promotori di questo approccio ne sono convinti e per spiegare a pmi e artigiani come trarne benefici concreti hanno lanciato un ciclo di corsi online su misura: la Scuola dell’agrivillaggio e della decrescita felice (Adf)

La scuola Adf, fondata da Giordano Mancini, Mauro Sandrini, Giovanni Leoni ha sede a Vicofertile, alle porte di Parma, e si avvale della collaborazione scientifica del Movimento della decrescita felice. Il presidente onorario della scuola è Maurizio Pallante, che del movimento è ideologo, fondatore e anche presidente. Le lezioni via internet (webinar) – sette appuntamenti della durata di un’ora e mezza – sono partite il 5 novembre e andranno avanti con cadenza settimanale fino a dicembre.

Il focus è su metodi e strategie che gli imprenditori possono mettere in atto da subito per innovare il proprio business. Si studia come ottenere finanziamenti nell’ambito del programma europeo Horizon 2020, come intercettare nuovi acquirenti sul mercato interno, come rivoluzionare la distribuzione dei beni attraverso reti commerciali alternative, come fare innovazione green di qualità a costi contenuti attraverso i principi dell’ecodesign.

 

A tenere i corsi sono docenti universitari, professionisti della consulenza alla piccola e media impresa e imprenditori che raccontano come hanno ripreso a prosperare puntando sul benessere della collettività. Alla fine di ciascuna lezione, ogni imprenditore può chiedere un’interazione diretta di mezzora con l’insegnante per ricevere consulenze e soluzioni personalizzate.

La sfida è far capire che decrescere non equivale a impoverirsi ma a progredire rendendo più efficiente l’uso delle risorse: «Il termine decrescita felice viene accostato erroneamente alla recessione, che è “infelice” per definizione», dice il direttore della scuola, Giordano Mancini. «Noi invece con le imprese parliamo di crescita selettiva, di beni che si pagano da sé con il risparmio, di riduzione degli sprechi, di efficienza energetica e di tecnologie innovative: temi e idee per creare un futuro diverso».

Al momento le aziende che si sono iscritte ai seminari online (la quota di iscrizione per i sette incontri è di 350 euro) sono una ventina e provengono da vari settori, legati all’economia green ma non solo. «Parliamo il linguaggio delle imprese – continua Mancini – in modo semplice, evitando termini in inglese e tentando di farci comprendere anche da chi non ha troppe conoscenze in ambito economico e gestionale: per capirci, niente “break even point”, solo “punti di pareggio”».

La scommessa è senza dubbio ambiziosa: non è facile, soprattutto in questo periodo, trovare il coraggio per affermare ad alta voce che l’incremento della produttività non è un valore da perseguire e che la crescita del Pil non equivale all’aumento dell’occupazione e del benessere. «Ci bastano venti minuti di spiegazioni per far accettare agli imprenditori che i nostri principi possono creare dei vantaggi per le aziende: ce ne sono alcuni così entusiasti che ci hanno addirittura chiesto di creare una sorta di confartigianato della decrescita», assicura il direttore della scuola. «Il problema, semmai, è all’inizio, perché ci sono persone che appena sentono la parola “decrescita” si spaventano e non vogliono neanche ascoltare cosa abbiamo da dire».

I primi riscontri da parte degli imprenditori iscritti ai corsi sono positivi. «Al di là degli aspetti etici, queste lezioni danno per esempio varie indicazioni utili per capire come ridurre i costi di gestione di un’azienda puntando su mobilità sostenibile ed efficienza energetica di stabilimenti, laboratori ed uffici», spiega Mauro Sarotto, titolare di Sarotto Group, impresa artigiana piemontese che produce edifici prefabbricati in bioedilizia e viaggia sui 2,2 milioni di euro di fatturato.

«È stato proprio uno di questi seminari – aggiunge Sarotto, che ha anche fondato un circolo del Movimento della decrescita felice nella sua città, Alba – ad avermi fornito lo spunto per un prodotto che vorrei realizzare e mettere sul mercato, magari proponendolo prima di tutti proprio ai gruppi di acquisto solidale che frequentano i corsi: un’abitazione a basso costo autosufficiente a livello energetico reperibile a meno di 100mila euro».

La scuola quindi può diventare anche il contesto in cui confrontarsi con potenziali acquirenti. Per esempio, un incontro dal vivo dedicato all’insegnamento di un metodo (denominato “ponti di fiducia”) per raggiungere più clienti “critici” prevede un momento in cui imprenditori e gruppi di acquisto possono conoscersi e stabilire eventualmente rapporti commerciali.

«Per noi artigiani è diventato fondamentale intercettare le esigenze dei gruppi di acquisto, perché ormai sono una realtà molto ampia e in grado di indirizzare molte scelte di consumo: con i corsi e i workshop della decrescita felice impariamo gli strumenti con i quali “conquistare” i gasisti e far capire loro che sappiamo produrre beni etici e di alta qualità», dice Marcello Grassi, fondatore de Il Ciclo, azienda romagnola che assembla, ripara e vende biciclette. 

Un caso di studio presentato direttamente da piccoli imprenditori è quello delle aziende dell’Economia del bene comune. Si tratta di un migliaio di società bavaresi, austriache e altoatesine che si sono associate per realizzare un nuovo modello di impresa sostenibile. L’idea è di uniformarsi a una serie di norme etiche condivise e di autoassegnarsi un punteggio per valutare il proprio impatto positivo sulla comunità di riferimento e sull’ambiente.

Accanto ai corsi online per le imprese ci sono anche quelli, gratuiti, per gli acquirenti. A tenerli, in questo caso, sono i piccoli imprenditori (finora, le adesioni sono un migliaio) e i destinatari naturali sono, non a caso, i gruppi di acquisto solidale, a cui sono fornite informazioni per scegliere beni non alimentari che rispettano i principi del movimento.

Uno degli obiettivi, conclude Mancini, è «mostrare ai gruppi di acquisto solidale che nel mondo profit esistono tanti imprenditori capaci di produrre beni che soddisfano le aspettative dei consumatori “consapevoli”: a volte l’ideologia “talebana” di chi vede l’etica solo nel non profit fa brutti scherzi e non permette di vedere quante splendide aziende ci siano in Italia».