Masterpiece, infiltrato tra i provini del programma Rai

Aspiranti scrittori in tv

La parola è la più grande arma di distruzione di massa, è peggio del napalm: salva e uccide, esalta e deprime. La parola è un alibi: dietro alla illusione – non si è scritto mai così tanto come ora tra e-mail, weblog, messaggistiche istantanee che illudono un contatto senza gli occhi – che scrivere sia facile: invece è semplice e difficile. E se un tempo tutti scrivevano per tenerlo nascosto, come una vergogna, oggi chi scrive vuole (di)mostrarlo al mondo. E allora se la cultura è in fondo una forma di spettacolo, e lo spettacolo sogna di essere una forma di cultura, che show sia.

E così, l’aspirante scrittore durante le afe bolognesi (dilaniato nella solitudine che scriverlo fa tanto chic, viverla invece fa tanto dolore) si inventa un nuovo modo di suicidarsi, guardando la televisione: arriva la trasmissione che mostra le parole, sei tu lo scrittore da centomila copie (più Iva, o Ilva, l’aspirante scrittore non ricorda), invia il romanzo differenziato nel cass(on)etto che tutti hanno rifiutato, magari sarai salvato. E così il 6 agosto l’aspirante scrittore dopo soli 34 tentativi riesce a inviare la propria ipotesi di romanzo attraverso il form del sito della trasmissione “Masterpiece”, affronta la prima prova: si prende lo smoking comprato con il 70% di sconto, e lo si indossa a 40° gradi per fare un video di presentazione. Poi risponde, con sincerità terroristica, alle domande, dove l’autoreferenzialità è una virtù (peggiori difetti, migliori pregi, come ti vedi fra dieci anni, il più grande rimorso, amori, dolori). Si risponde con catarsi di sé stessi come dallo psicoanalista, si preme Invio e ci si dimentica di (non) morire.

Passano le settimane e mentre aspetta di mangiare una pizza sulle Dolomiti e sogna di mangiare i canederli a Positano, chiama da Rai3 la signorina Masterpiece: è passata la prima selezione (5.000 candidati). La signorina Masterpiece ripete le stesse domande del form  e l’aspirante scrittore non sa se ripetere le stesse risposte dell’altra volta (che non ricorda) per dimostrare che è lui medesimo, o piuttosto essere creativo e rispondere altro. Ammortizza il rischio di esaltazioni mortali precisando di non avere scritto il capolavoro che tutti cercano, ma di essere giunto a capo di un lavoro, vivere, e averci scritto sopra un’ipotesi di romanzo. La signorina Masterpiece chiede e si stupisce che l’aspirante scrittore non abbia l’Isbn, l’aspirante scrittore risponde di avere l’Iban. Risate. Ma la telefonata trascende dall’intento e si parla di amore, di Erasmus, di lavoro, di una ragazza che si era quasi fidanzata con lo stesso e che è convinta di essersi auto manipolata guardandolo negli occhi. L’aspirante scrittore, dagli occhi evidentemente bionici, accoglie le confidenze della signorina Masterpiece in materia. L’umanità prevale sulla professionalità, e siccome il grido di battaglia delle nuove generazione è “Restiamo umani”, e non “Restiamo professionali”, avanti così.

Qualche giorno dopo chiama un’altra redattrice: si appresta a rifare le stesse domande e l’aspirante scrittore, coerente col tertium non datur, specifica che ha già risposto con una collega: la signorina chiede se si tratti di Chiara, e conclude «va bene allora ti finisce lei». L’aspirante scrittore nonostante il cupio dissolvi, effettua gli inevitabili scongiuri in modo molto poco letterario. Ancora qualche giorno dopo e l’aspirante scrittore riceve la terza telefonata: è la signorina Masterpiece originaria, con cui si parla di amore, gioventù, dolore, e tante altre cose che nulla c’entrano con il concorso letterario e televisivo, e poi scatta la convocazione, a scelta tra Roma e Torino  L’aspirante scrittore punta a Torino dove la sua (non) carriera di aspirante scrittore cominciò con un premio vinto e consegnato da Giorgio Bàrberi Squarotti (ha iniziato la sua carriera scrivendo di Dante e Gozzano, l’ha finita scrivendo di Agami) e dove cominciò anche la sua carriera di giornalista a Giudizio Universale. Il provino, sarà tutto a spese sue.

Tre settimane dopo l’aspirante scrittore è di fronte alla Rai tv di Torino: mentre a Roma gli aspiranti scrittori (500) si scannano in file kilometriche  numeri all’occhiello e romanzi al vento, a Torino ogni aspirante scrittore ha un appuntamento: il vostro aspirante scrittore entra emozionandosi nei luoghi che hanno visto il debutto di Massimo Troisi, Piero Chiambretti, l’uccello Dodò de L’albero azzurro, ovvero i tre riferimenti alla propria formazione letteraria. Entra nella sala azzurra, si intravede un bagno che rivela che ha ragione chi dice che in Rai comanda la sinistra. I sanitari sono tutti rossi: rosso il gabinetto, rosso il water, rosse le piastrelle, rosso lo spazzolone, rosso il lavandino.

Il primo candidato dice di essere un autore teatrale milanese che lavora solo col teatro: ma non dà confidenze, trattiene nervosamente il proprio romanzo, e piuttosto che colloquiare col nemico, si aliena nel proprio Iphone. Segue un impiegato della Regione, Ezio, che arriva direttamente da sotto la Rai, lavorando nei pressi. Ognuno ha il proprio romanzo stampato e rilegato, le proprie foto richieste per l’ulteriore selezione. Segue un ventenne militare da Verbania, che sogna la carriera nell’esercito e parla di Torino come del Meridione. Arriva la studentessa liceale islamica, con tanto di velo, e infine Elso, informatico in pensione, una vita all’Olivetti, e a scrivere storie «di nascosto, perché all’epoca scrivere storie era una vergogna, per chi lavorava come me». Alessandrino, ha scritto romanzo su un paese italiano inventato dove succedono strane storie, come Stefano Benni fece di Montelfo in Pane e tempesta. Elso continua a dire all’aspirante scrittore di trovarsi a disagio, «perché io so scrivere storie, se loro cercano il personaggio non vado bene, non sono io». L’aspirante scrittore tifa per Elso, e spera che sia uno come lui a vincere: forse è proprio perché non è un personaggio ma scrive che è stato convocato qui.

Un giro nel bar della Rai, dove tutto costa molto meno che fuori, e poi è il turno del provino. L’aspirante scrittore entra in uno studio, firma un foglio in cui non esprimerà opinioni politiche o che comunque turbino alcuno (mah), nell’ottica del servizio pubblico, ed un altro in cui cede per sempre ogni diritto su ogni ripresa, e per ogni riproduzione, compresi “nastri magnetici, cd, videocassette” (sic). A giudicarlo alcune ragazze ad occhi più giovani di lui. Si ripetono le stesse domande, gli si danno cinque minuti, un foglio e una biro per scrivere un testo su un tema (nello specifico Stefano Benni come vicino di casa). L’aspirante scrittore si chiede cosa c’entra parlare dell’ultima ragazza con cui c’è stato un flirt, dell’ultima volta che si è innamorato per partecipare ad un reality sulla scrittura. Ma forse sono domande che interessano alle proprie interlocutrici, e non alla trasmissione. Dopo cinquanta minuti, esce, pensando che il vero libro sul mondo sono i provini di Masterpiece, e della tanta umanità nascosta dietro alle parole che scrive, che non è solo fatta di esaltati di se stessi, e delle punteggiature dei loro ultimi capolavori.

Uscendo dalla Rai, scopre che il Cptv punta talmente tanto alla trasmissione che negli schermi in portineria compare Raiuno, Raidue e al posto di Raitre, Rai gulp. Non ha capito molto del meccanismo, ma ha capito che il rispetto per la parola scritta e la dignità delle persone c’è. Un’ultima mail, per annunciargli che ha passato la selezione e dovrà tornare a Torino per la prima fase della trasmissione. Ripensa allo sguardo silenzioso scambiato all’uscita con la signorina Masterpiece delle telefonate: uno sguardo che vale due Strega, un Campiello e mezzo Bancarella. Uno sguardo silenzioso, perché le parole in fondo sono finte, e ora sono finite.

Alla prossima puntata.

* un anonimo concorrente 

Le newsletter
de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter