Terzo roundNegoziati Iran: bozza per un accordo di 6 mesi

Ginevra ci riprova: terzo round

L’accordo sul programma nucleare iraniano non è ancora scontato. Ma, secondo fonti diplomatiche, i ministri degli Esteri dei Paesi, coinvolti nel negoziato, sarebbero pronti a volare in Svizzera nel fine settimana se venisse raggiunto un compromesso  Il secondo giorno di colloqui a Ginevra riparte dalla bozza russa. Si tratta del terzo round di colloqui del capo negoziatore di Teheran, il ministro degli Esteri Javad Zarif, con i 5+1 (esponenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite e la Germania).

La soluzione sembrava a portata di mano già lo scorso 9 novembre ma le opposizioni francese e israeliana, prima di tutto, unite allo scetticismo degli ultra-conservatori americani e iraniani, avevano impedito all’ultimo momento la fine di un contenzioso che dura da dieci anni. A favorire le possibilità di un accordo, ci sono tuttavia le recenti ammissioni dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (Aiea), secondo la quale Teheran avrebbe finalmente rallentato l’espansione del suo programma di arricchimento dell’uranio.

È ora in discussione un accordo rivisto che in sei mesi potrebbe comportare un alleggerimento delle sanzioni all’Iran in cambio della fine nell’avanzamento del programma nucleare. L’arricchimento dell’uranio nei reattori iraniani dovrebbe fermarsi alla concentrazione del 20 per cento; il reattore ad acqua pesante di Arak dovrebbe essere ispezionato, chiuso o convertito; l’accordo prevederebbe, infine, il blocco delle 19 mila centrifughe, alcune di ultima generazione (Ir-2). Mentre verrebbero scongelati circa 50 miliardi di dollari, proventi della vendita del petrolio iraniano, fermi in banche europee.

Proseguono le pressioni russe per spingere i negoziatori iraniani ad accettare le condizioni francesi. Mentre vanno avanti i colloqui bilaterali di Zarif con gli emissari russi e l’Alto rappresentante della politica estera, Catherine Ashton, che ieri ha parlato di «colloqui positivi» e «progressi rapidi». Ma gli iraniani hanno avvertito dei pericoli di una «mancanza di fiducia». In particolare, queste sono le preoccupazioni espresse dal vice ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi che ha invitato i 5+1 a mostrare maggiore «flessibilità».

La crisi economica ha spinto Teheran al negoziato

Era il 2004 quando l’accordo sul nucleare iraniano sembrava a portata di mano. L’allora capo negoziatore Hassan Rohani aveva assicurato la sospensione provvisoria della conversione e dell’arricchimento dell’uranio, nonché della produzione di componenti per centrifughe. Allora come oggi, l’accordo appariva molto fragile e con poche garanzie. Anzi la sospensione temporanea, in attesa di un’intesa definitiva, rivelava ampi margini disponibili per la trattativa.

Ilfallimento dei colloqui del 2004, lo stallo voluto dalla presidenza Ahmadinejad e l’insistenza della richiesta iraniana di continuare con un programma nucleare a scopo civile chiarivano l’uso prima di tutto strumentale, da parte della leadership della Repubblica islamica, della questione nucleare per intercettare e compattare l’opposizione interna. In secondo luogo, il diritto al nucleare civile ha acquisito in Iran una funzione identitaria per cementare il ruolo di Teheran in Medio oriente in funzione anti-americana e anti-israeliana. Infine, ha assunto una connotazione strategico-militare che ha favorito la militarizzazione della società iraniana, mentre i più brillanti ingegneri del paese venivano eliminati uno ad uno da attacchi israeliani mirati, consentendo la fabbricazione di un deterrente credibile contro l’accerchiamento di Tehran, determinato dai conflitti in Iraq e Afghanistan.

Tanto è vero che tra il 2003 e il 2009, sulla necessità di proseguire nelle attività di arricchimento dell’uranio, non si sono levate rilevanti voci fuori dal coro in Iran, neppure da parte dei politici riformisti. La critica alla politica del muro contro muro è arrivata solo con l’inasprimento delle sanzioni internazionali, i cui effetti hanno colpito direttamente la popolazione civile più che i grandi capitalisti e i leader religiosi. Sul contenzioso nucleare si gioca ora la tenuta del sistema post-rivoluzionario. Per questo, non stupisce che l’alleggerimento delle sanzioni fosse il primo dei punti del programma elettorale dei tecnocrati di Rohani alle elezioni presidenziali del 2013.

Le resistenze internazionali e la crisi siriana

Gli ostacoli per raggiungere un compromesso in pochi giorni sono ancora molti. Il premier israeliano continua ad avvertire del pericolo di un accordo con Teheran. Benjamin Netanyahu ha chiesto ai negoziatori di non arrendersi a quella che ha definito un’«offensiva del sorriso». A Gerusalemme si teme che l’intesa sia ormai definita. E per questo Israele insiste che una «soluzione diplomatica» potrebbe non essere una «soluzione vera». Non solo, un accordo aprirebbe una falla nelle relazioni tra i conservatori israeliani e statunitensi, come confermato dal deputato del Likud, Tzahi Hanegbi.

Non solo,i colloqui coinvolgono dossier ancora più delicati: dal futuro dell’Afghanistan alla stabilità in Iraq, fino al ruolo iraniano nel sostegno al regime di Bashar al Assad. E che gli equilibri di Damasco siano sul tavolo negoziale lo dimostrano, da una parte, il grave attentato di Beirut all’ambasciata iraniana, che mercoledì ha causato oltre 20 morti, e, dall’altra, l’approssimarsi dei colloqui di Ginevra II per affrontare la crisi siriana. Che l’attentato di Beirut non sia arrivato per caso alla vigilia dei colloqui lo ha ammesso anche Zarif. Secondo molti osservatori, sarebbe proprio il sostegno del movimento sciita libanese Hezbollah al riavvicinamento tra Teheran e Washington a creare scetticismo tra i negoziatori.

Che la strada possa essere di nuovo in salita lo dimostrano i paletti messi da Ali Khamenei. «Non arretreremo nemmeno di una virgola dai nostri diritti», ha tuonato la guida suprema mercoledì 20 novembre, incontrando migliaia di gruppi paramilitari basiji a Teheran  Il leader iraniano ha poi condannato la posizione francese senza mezzi termini: la Francia «non è solo succube degli Stati uniti, ma si è anche inginocchiata davanti al regime israeliano». Dal Quay d’Orsay sono arrivate però dure critiche alla consueta retorica iraniana anti-israeliana, definita «inaccettabile» e foriera di complicazioni in sede negoziale. Da Parigi si sottolinea che gli iraniani non vorrebbero accettare un riferimento esplicito nella bozza di accordo alla fine dell’arricchimento dell’uranio e alla necessità che il reattore di Arak venga chiuso.

Ma le critiche all’ostruzionismo francese sono venute anche da decine di parlamentari iraniani che hanno raccolto firme per chiedere di proseguire nell’arricchimento dell’uranio. Non solo, centinaia di studenti universitari si sono riuniti intorno all’impianto di Fordo, vicino Qom, per formare una catena umana a sostegno del programma nucleare della Repubblica islamica. I giovani ultraconservatori hanno chiesto di resistere di fronte alle «richieste eccessive» di alcuni paesi. Anche Ali-Akbar Salehi, capo dell’Organizzazione iraniana per l’energia atomica, si è unito ai manifestanti e ha ribadito che gli iraniani «non abbandoneranno mai la produzione di combustibile nucleare»

Dal canto suo, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama ha chiesto ai parlamentari di non imporre nuove sanzioni all’Iran mentre sono in corso i colloqui  Anche alcuni senatori repubblicani, tra cui Earl Blumenauer, hanno parlato di passi incoraggianti dell’Iran in un contesto di instabilità in Medio oriente. Obama, tuttavia, ha assicurato che gli Stati Uniti «mantengono tutte le opzioni» sul tavolo e sono pronti a confermare le sanzioni.

A Teheran il clima si infiamma

Nella capitale iraniana l’attesa per un accordo è febbrile. Se i politici riformisti rimangono agli arresti domiciliari (ormai da 1000 giorni), il presidente Rohani sta facendo pressioni per un rilassamento dei controlli morali soprattutto sulle donne da parte delle forze di sicurezza Ma a riportare il terrore a Teheran è arrivato l’omicidio del viceministro dell’Industria Safdat Rahmatabadi  Venerdì scorso è stato arrestato uno dei sospettati dell’omicidio. Secondo il quotidiano riformista Etemad, potrebbero esserci «questioni economiche» dietro l’omicidio. Il viceministro era sotto pressione per il licenziamento di 200 dipendenti della Parand New City Development Company, assunti dall’ex presidente Ahmadinejad. La società avrebbe dovuto costruire nuovi quartieri a Parand, città a ovest di Teheran, nell’ambito di un piano di edilizia popolare. Un’altra morte sospetta, avvenuta appena tre giorni prima, Shamsaddin Pourbagheri faceva parte dell’amministrazione comunale di Parand.

Il caso Rahmatabadi nasconde ancora molti misteri. Il viceministro era impegnato, dal suo insediamento, in una diffusa lotta alla corruzione, che spesso coinvolgeva tutti i settori della scena politica iraniana e gli stessi tecnocrati (ora al governo con Rohani) a capo delle principali fondazioni del paese. Il tentativo di ripulire la diffusa corruzione era stato intrapreso con tanto vigore che alcuni parlamentari avevano chiesto il suo impeachment.

Rahmatabadi aveva anche la delega ai rapporti con il parlamento. Questo ne faceva una figura rilevante del governo, voluto da Rohani nell’agosto scorso. Come si evince dai colloqui di Ginevra, l’esecutivo è impegnato principalmente nella chiusura del contenzioso nucleare per contenere le gravi ripercussioni sull’economia iraniana delle sanzioni internazionali. Non solo, proprio per la commistione tra potere politico, fondazioni, le collette raccolte dalla preghiera del venerdì e settori dei mercanti dei bazar, l’Iran è stato definito paese ad «alto rischio» da Transparency International. La think tank ha in particolare stigmatizzato la diffusa corruzione nell’ambito del ministero della Difesa. Rahmatabadi, che pure per anni era stato vicino ai tecnici che hanno sostenuto il governo Ahmadinejad, potrebbe essere stato oggetto proprio di una vendetta degli ultraconservatori per i suoi tentativi di riportare trasparenza.

La tempistica con cui si è svolto l’agguato fa temere anche per un possibile avvertimento lanciato al presidente Hassan Rohani, ora impegnato nel ricostruire il ruolo iraniano all’estero dopo anni di isolamento. Non solo, il ministero del Petrolio in Iran sta discutendo l’approvazione della riforma del quadro normativo che regola i contratti petroliferi con le società straniere, aumentando i vantaggi per queste ultime. Teheran punta a cancellare i vecchi contratti di tipo «buy-back», che non permettono alle società estere di possedere quote di capitale nei progetti petroliferi nella Repubblica islamica, sostituendoli con nuovi accordi basati sulla formula «win-win», ovvero vantaggiosi sia per il governo sia per le compagnie petrolifere, che avrebbero maggiori margini di guadagno.

E così il gioco delle parti continua, con una novità non da poco. Il quotidiano israeliano Haaretz ha parlato del riavvicinamento di Roma e Londra a Teheran. Il primo ministro britannico David Cameron ha sentito, in una storica conversazione telefonica, il presidente Hassan Rohani. Ma anche l’incontro a Roma di mercoledì scorso tra il ministro degli Esteri italiano Emma Bonino e il suo omologo Zarif è nel segno del riavvicinamento, dopo anni di gelo tra Roma e Teheran, voluto dai governi Berlusconi. In seguito ai colloqui Bonino ha espresso «cautela», definendo i negoziati di Ginevra un’«occasione storica» per arrivare a una chiusura del controverso dossier nucleare di Teheran. Bonino ha anche espresso «soddisfazione per la firma dell’accordo con l’Aiea».

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta