EmergentiNext Brics. I Paesi emergenti che continuano a crescere

Le nuove locomotive mondiali

Calo di forma, crisi passeggera, oppure declino? Per anni le economie emergenti, i Bric (Brasile, Russia, India e Cina) in particolare, sembravano avviate a battere ogni record di crescita. Non era inusuale sentir ripetere che avrebbero presto preso il posto dei tradizionali paesi industrializzati come baricentro dell’economia globale, quasi inesorabilmente. Poi, quasi all’improvviso, i toni hanno iniziato a cambiare.

Già a inizio anno c’è stata la decelerazione della crescita, particolarmente brusca in India e Brasile, ma ben visibile anche in Cina, con le ovvie conseguenze sistemiche dato il peso che l’Impero di Mezzo ha assunto sullo scacchiere globale. Poi è venuto in maggio l’annuncio della Fed che, prima o poi, l’orientamento della politica monetaria americana sarebbe cambiata. E da allora si è assistito all’inversione della tendenza dei capitali finanziari a muoversi verso gli emergenti.

L’economia non è una scienza perfetta, ma non è tanto difficile quelli che sono gli ingredienti dell’insalata della crescita. Servono innanzitutto forza lavoro e capitale, sia materiale (terra, risorse naturali), sia finanziario. C’è poi bisogno di condire il tutto con istituzioni efficaci e leggi moderne, e magari di avere la fortuna di termini d’intercambio favorevoli (prezzi in crescita per l’export e/o in calo per l’import). Infine va fomentata la produttività di tutti i fattori produttivi. È quello che è accaduto negli ultimi 20 anni negli emergenti: situazione demografica favorevole, terre arabili da sfruttare, capitali internazionali, migrazioni dalle campagne alle città che hanno consentito quasi automaticamente di aumentare la produttività, riallocazione delle risorse da settori (agricoltura di sussistenza) e attori (imprenditori in proprio, imprese pubbliche) stagnanti a settori (industria, servizi) e attori (imprese private, magari straniere) più dinamici.

Che nell’immediato i Bric non siano in grado di ritrovare i tassi di crescita mirabolanti del recente passato è, a questo punto, abbastanza evidente. Certo la Cina arriverà quest’anno al 7,5% promesso dalle autorità – ma i dati ufficiali sul Pil sono quello che sono e del resto anche Li Keqiang, nel 2007, confessò di fidarsi soltanto di dati grezzi: traffico ferroviario, consumo d’elettricità e prestiti bancari. Anche il Brasile ha sorpreso nel secondo trimestre del 2013, con un’inattesa accelerazione della crescita, ma in India, in compenso, i risultati deludenti si susseguono. Neanche l’arrivo di Raghuram Rajan, il professore star di Chicago che è stato capo economista del Fondo monetario internazionale, alla testa della banca centrale indiana, sembra sufficiente per rassicurare gli investitori esteri, preoccupati dal continuo aumento dell’inflazione, ormai molto prossima al 10%.

Senza dimenticare che per la Russia le prospettive sono abbastanza cupe ormai da un bel po’ di tempo. Il tanto atteso salto qualitativo necessario per fronteggiare il veloce invecchiamento della popolazione e dell’apparato industriale è ben lungi dall’avvenire – anzi, sono molti a temere che, nel sempre più pesante clima socio-politico, i riformisti perdano anche le ultime residue speranze di prevalere.

Che sia la fine del mondo, però, è una previsione semplicistica. Da un lato perché i Bric stessi stanno reagendo e adottando, in maniera magari non sempre coerente, misure per rilanciare la propria crescita. Le autorità cinesi, in particolare, sono sempre più consce dell’ineluttabilità di modificare il modello di sviluppo, per sostenere i salari, la domanda interna e l’innovazione, e non dipendere soltanto dalle esportazioni e dalla competitività basata sul costo del lavoro. Dopo il lancio delle zona economica speciale di Shanghai, dall’imminente riunione del plenum del Politburo potrebbero uscire importanti misure. Dilma Rousseff sta dimostrando coraggio nel reagire alla scossa che i ceti medi hanno voluto trasmettere con le manifestazioni di giugno contro il carovita e la corruzione. E anche in Russia si può pensare che la decisione di lasciare concorrere Alexei Navalny alle elezioni municipali di Mosca di settembre sia un segno di apertura.

Dall’altro perché, senza essere sempre visibili, altre economie emergenti mostrano maggiore resistenza all’incertezza e continuano a crescere. Come mostra la tabella, tra ottobre 2012 e ottobre 2013 il Fondo monetario ha rivisto verso il basso le previsioni di crescita per quasi tutti i grandi emergenti (quelli in rosso e in rosa, a seconda dell’importanza della revisione), ma ci sono anche le eccezioni, addirittura paesi che dovrebbero fare meglio che previsto. Alcune del resto sono già state incluse nelle varie liste di economie promettenti create negli ultimi anni – di solito da istituzioni rivali di quella Goldman Sachs che grazie a Jim O’Neill ha cavalcato per prima il trend dei Bric. Come Pil e come popolazione, tutte insieme non fanno neanche la Cina, ma il loro prevedibile successo apre nuove prospettive per l’economia mondiale – e magari anche per gli imprenditori italiani alla ricerca di nuovi mercati.
 

2012

Previsioni 2013

Previsioni 2014

WEO Ottobre 2012

WEO Ottobre 2013

Brasile

0,9

4,0

2,5

2,5

Russia

3,4

3,8

1,5

3,0

India

3,2

6,0

3,8

5,1

Cina

7,7

8,2

7,6

7,3

Turchia

2,2

3,5

3,8

3,5

Polonia

1,9

2,1

1,3

2,4

Ucraina

0,2

3,5

0,4

1,5

ASEAN-5

6,2

5,8

5,0

5,4

Filippine

6,8

4,8

6,8

6,0

Indonesia

6,2

6,3

5,3

5,5

Malesia

5,6

4,7

4,7

4,9

Tailandia

6,5

6,0

3,1

5,2

Vietnam

5,2

5,9

5,3

5,4

Alleanza del Pacifico

4,9

4,5

3,7

4,4

Cile

5,6

4,4

4,4

4,5

Colombia

4,0

4,4

3,7

4,2

Messico

3,6

3,5

1,2

3,0

Peru

6,3

5,8

5,4

5,7

Argentina

1,9

3,1

3,5

2,8

Algeria

3,3

2,6

3,1

3,7

Angola

5,2

5,5

5,6

6,3

Egitto

2,2

3,0

1,8

2,8

Marocco

2,7

5,5

5,1

3,8

Nigeria

6,6

6,7

6,2

7,4

Sudafrica

2,5

3,0

2,0

2,

Revisione positiva
Revisione negativa moderata
Revisione negativa importante

Per cominciare, l’Asean – il mercato comune del Sudest asiatico, che con la metà della popolazione dell’India ha però già un Pil totale superiore. Ad onor del vero, Indonesia e Tailandia, le principali economie della regione, stanno soffrendo a causa dell’incertezza internazionale. Le esportazioni – soprattutto di materie prime (carbone, legname, olio di palma) per il grande arcipelago, prevalentemente di parti e componenti (elettronica e automotive) per la penisola – stagnano, mentre gli investimenti crescono meno del previsto. Qualche preoccupazione le suscita l’inflazione, soprattutto in Indonesia ora che le autorità hanno finalmente deciso di ridurre i sussidi all’energia e al riso.

Certo bisogna osservare queste dinamiche nelle dovute forme. In Malesia, per esempio, la crescita del Pil è in linea con le previsioni di un anno fa e moderazione della crescita degli investimenti significa passare da quasi +21% nel 2012 a +9,3% nei primi sei mesi dell’anno in corso! In Tailandia continua la ricostruzione delle infrastrutture (case, fabbriche, ponti) spazzate via dalle drammatiche alluvioni di fine 2011. Ovunque si continuano a creare nuovi posti di lavoro, mentre per chi ha le giuste qualifiche i salari aumentano. Risultato, i consumi delle famiglie rimangono robusti – + 7,4% in Malesia, dove oltretutto ci sono generosi programmi di trasferimento per i meno abbienti, e +5,1% in Indonesia.

Dove le cose vanno ancora meglio è nelle Filippine. A lungo in ritardo rispetto ai suoi vicini dell’Asean, l’unico paese cattolico dell’Asia dovrebbe crescere nel 2013 più di quanto venne previsto ad ottobre 2012. Un risultato che si deve alla ripresa degli investimenti, soprattutto in costruzioni, e alla crescita continua dei consumi. Nel primo semestre il governo ha aperto i cordoni della spesa nell’imminenza delle elezioni di maggio, e soprattutto le Filippine hanno finalmente ottenuto il tanto agognato investment-grade dalle agenzie di rating. Da non dimenticare poi che, in controtendenza rispetto al resto dell’Asean, l’avanzo delle partite correnti è cresciuto, sostenuto dalle rimesse dei lavoratori filippini in giro per il mondo e dal boom dei servizi di business process outsourcing.

Più contrastate le vicende del Vietnam, il più povero tra i cinque grandi paesi Asean, dove le sofferenze bancarie e la troppo lenta ristrutturazione delle imprese pubbliche continuano a penalizzare la crescita. Malgrado la politica monetaria accomodante (riduzione del tasso direttore di 800 punti base da inizio 2012, di cui tagli per 200 quest’anno, resa possibile dal drastico calo dell’inflazione), né gli investimenti, né i consumi sono ripresi. Il che non toglie che la crescita prevista per il 2013-14 sia di 5,3%.

Un’altra regione che non sembra subire troppo il rallentamento cinese è l’America Latina occidentale. Il Messico, che al contrario soffrì molto nei primi anni del nuovo secolo la concorrenza della Cina, è tornato a crescere nel 2012, malgrado l’incertezza legata alle elezioni. Paradossalmente, il risultato incerto degli scrutini (presidenziali all’opposizione, ma senza che nessun partito ottenesse la maggioranza assoluta dei seggi nei due rami del Parlamento) ha condotto a un esito riformista. Il Pacto por México, sottoscritto dai tre maggiori partiti a dicembre 2012, contiene 95 impegni per impulsare una serie di iniziative e riforme in materia economica, politica e sociale: tra cui la riforma del mercato del lavoro (approvata poco prima), della scuola e delle telecomunicazioni.

Il 2013 non sta andando tanto bene, ma la responsabilità è soprattutto delle catastrofi naturali. L’uragano Ingrid, che ha colpito il golfo del Messico il 16 settembre, e la tempesta Manuel del 19, sulla costa del Pacifico, hanno fatto 147 morti e danneggiato 1,2 milioni di case. Al di là delle cangianti vicende dell’economia globale, la speranza è che le misure di riforma si traducano presto in maggior crescita della produttività, dei salari e dell’economia. E che l’annunciato aggiustamento fiscale (la finanziaria prevede una riduzione del deficit al 2% del Pil) abbia effetti virtuosi e non recessivi.

Molto meglio le cose altrove. Per esempio in Peru, dove l’investimento rimane sostenuto, soprattutto grazie all’industria estrattiva, e i consumi privati non smettono di crescere. Anche se ci sono tensioni sociali con le popolazioni indigene, la riforma fiscale di dicembre 2012, che rende più progressiva l’imposta sui redditi e promuove la regolarizzazione sul mercato del lavoro, è stata ben accolta dai mercati e da Standard and Poor’s, che ha alzato il rating al livello d’investimento.

Un risultato già ottenuto dalla Colombia, che oltretutto ha iniziato il suo cammino verso l’Ocse – il club dei paesi ricchi cui potrebbe accedere tra qualche anno. Il Plan de Impulso a la Productividad y el Empleo (Pipe), presentato ad aprile, intende stimolare la riattivazione economica, l’inflazione è sotto controllo, il deficit è ben sotto la soglia magica del 3%. E dopo tante false partenze, il processo di pace con la Farc – avviato formalmente il 18 ottobre 2012 – sembra destinato a risolvere il nodo cruciale della sicurezza interna.

L’unico paese sudamericano dell’Ocse, il Cile, ha dinamiche simili: domanda interna che cresce più del PIL, grazie a un mercato del lavoro dinamico con bassa disoccupazione, aumenti dei salari reali e investimenti importanti. Il prevedibile cambio di governo dopo le elezioni del 17 novembre dovrebbe dare nuovo vigore all’intervento pubblico, il cui stimolo alla domanda si è affievolito negli ultimi anni.

Infine l’Africa, che ormai integra a pieno titolo l’universo degli emergenti. Le tensioni politiche e l’incertezza dominano in Nord Africa, mentre la volatilità dei mercati finanziari internazionali penalizza Sud Africa e Nigeria. In compenso la crescita resta elevata in Angola, malgrado la difficoltà a eseguire tutti i grandi programmi infrastrutturali previsti, e pare accelerare in Algeria, dove pure la situazione politica resta complicata.

Insomma, non è la fine degli emergenti. Il che non toglie che restino le incertezze, politiche innanzitutto, e i segni di vulnerabilità. In più in molti paesi la situazione dei conti con l’estero suscita inquietudini ricorrenti. Ma le prospettive sono allettanti, ancor più in un contesto in cui la crescita in Occidente rimane anemica (nel migliore dei casi), e vale la pena prospettare nuovi mercati – prima che vengano occupati da concorrenti vecchi e nuovi.

Twitter: @andeagoldsteis

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