Quelle soffiate a orologeria sulla Cancellieri

Più che giustizia, l'ennesima stortura

Sono soffiate a orologeria quelle sul Guardasigilli Anna Maria Cancellieri. Intercettazioni, verbali, indiscrezioni: arrivano sempre con un tempismo perfetto. Il governo Letta rischia di cadere sulla decadenza di Silvio Berlusconi? Ecco spuntare da Torino le telefonate con cui la titolare della Giustizia fa pressioni per scarcerare Giulia Ligresti. La maggioranza che sostiene l’esecutivo conferma l’appoggio al ministro dopo la prima informativa in Parlamento? Arrivano i dettagli su altre conversazioni rubate a via Arenula. 

Oggi la Camera dei deputati non ha fatto neppure in tempo a respingere la mozione di sfiducia nei confronti della Cancellieri, che in pochi minuti era già stata pubblicata l’ultima novità. Stralci di un interrogatorio di Salvatore Ligresti, mentre racconta ai pm di Milano i suoi tentativi di raccomandare la carriera della Guardasigilli a Silvio Berlusconi. 

Verbali tenuti in un cassetto e tirati fuori al momento giusto. Del resto l’interrogatorio di Ligresti risale al dicembre del 2012, quasi un anno fa. Ma soprattutto notizie ancora da verificare. 

«Qui c’è un accanimento che non ha limite – si è sfogata la Cancellieri – c’è un disegno che non comprendo». Al netto del suo pensiero, è bene sgombrare il campo da equivoci. Qui non si critica il comportamento dei giornalisti italiani. Se rilevanti, le notizie non possono e non devono essere taciute (parliamo di notizie, non di morbose spiate dal buco della serratura). Se qualcuno ha violato il segreto d’ufficio sarà punito nella giusta sede. Non a caso la procura di Torino ha già aperto un’inchiesta contro ignoti per la fuga di notizie. Ed è altrettanto corretto chiarire che in questa vicenda il ministro della Giustizia non è certo una vittima. Le telefonate finite al centro del caso erano, e restano, inopportune. Penalmente irrilevanti, forse. Ma politicamente decisive. 

Di più. Nei giorni scorsi sulle pagine de Linkiesta si è aperto un lungo dibattito se fosse giusto o meno che il guardasigilli si dimettesse. Come giornale siamo convinti di sì. Secondo noi, non facendolo, il ministro ha sbagliato perché ha travalicato il suo ruolo di imparzialità che gli impone il ruolo che ricopre e perché sensibilizzare la giustizia non può restare privilegio di chi abbia il numero di telefono del ministro (che tu sia Ligresti o l’ultimo dei cittadini di questa repubblica non fa differenza), tanto più in ambiti così delicati come la detenzione e le libertà personali. E lo stesso ha sbagliato il premier Letta (e Napolitano) a voler blindare il suo ministro, una brutta recidiva dopo il salvataggio (ben peggiore) del vice Alfano sull’affaire Shalabayeva.

Eppure di fronte a questa vicenda è impossibile non condividere i dubbi di Anna Maria Cancellieri. Colpisce che intercettazioni e verbali vengano dispensati con simile tempismo. Le indiscrezioni che girano sono tante. Qualcuno parla di una guerra tra procure, altri sono convinti che l’obiettivo sia il governo delle larghe intese di cui, un’altra volta, non abbiamo certo il mito in questo giornale, misurandolo concretamente sulle cose che (non) sta facendo. Magari al centro del mirino c’è “solo” il ministro della Giustizia, che fino a poco tempo fa era accreditato come possibile successore di Giorgio Napolitano al Quirinale. Chissà. Di certo di fronte a tante ipotesi, resta una sola certezza. L’ennesima soffiata ad orologeria, l’ennesima manina che allunga il faldone da una delle tante procure italiane d’Italia. Più che un atto di giusta ed efficiente trasparenza giudiziaria, un pezzo di problema di questo paese…