Spesa sanitaria oncologica: dove sbagliamo

Rubrica Scienza&Salute

Centoventisei miliardi di euro l’anno. Questa è la cifra che l’Unione Europea spenderebbe ogni anno per curare il cancro. Lo dice un lavoro condotto dall’Università di Oxford e del Kings College di Londra, pubblicato sulla rivista Lancet Oncology, e finanziato da Pfizer, azienda farmaceutica americana. Dai dati contenuti nello studio emerge che 51 miliardi sono i fondi destinati alle spese sanitarie in senso stretto, 52 quelli dovuti alla perdita di produttività e 23 miliardi sono relativi alle spese che ogni famiglia con un malato di cancro deve sostenere. Ma con delle limitazioni, come riporta ogni studio scientifico alla fine del lavoro, e come sottolinea Gianluigi Casadei, del Centro di economia sanitaria A. e A. Valenti (Cesav) dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Bergamo.

«Secondo questo studio il 40% dell’impatto economico del cancro in Europa è dovuto alla perdita di produttività, in particolare per morte precoce. Ma è una stima sopravalutata in paesi come Italia, Spagna, Portogallo e praticamente tutta l’Europa meridionale, dove il tasso di disoccupazione è molto alto. La perdita di produttività, infatti, ha senso solo se il tasso di occupazione è elevato. Viceversa la spesa relativa ai farmaci è parziale, forse sottovalutata, perché gli stessi autori della ricerca scrivono che non sono stati presi in considerazione farmaci come immunosoppressori, oppioidi e antiemetici a causa della scarsità di dati a disposizione e per la difficoltà di attribuire questi farmaci al cancro piuttosto che ad altre malattie. Mentre i costi sostenuti dalle famiglie dei pazienti sono veramente difficili da stimare. Il cancro quindi non costa 126 miliardi di euro all’Europa, ma 51 miliardi di costi sanitari, che rischiano di essere sottostimati perché non hanno preso in considerazione l’home-care e molti farmaci, e 52 miliardi di costi di perdita di produttività che invece sono da prendere con prudenza. In quest’ottica il peso economico dovuto ai costi sanitari in senso stretto è maggiore rispetto al resto, e i farmaci hanno un’importanza maggiore rispetto a quanto evidenziato dallo studio».

Tra la spesa sanitaria – che a questo punto appare più rilevante delle altre – la voce di costo più importante è quella di ospedalizzazione, pari al 56% dei costi sanitari totali. Che un domani dovrebbe necessariamente diminuire.  Come? «Prima di tutto affidando la cura del paziente in fase terminale all’assistenza domiciliare» spiega Casadei a Linkiesta. «Oggi, invece, soprattutto in Italia troppi pazienti muoiono ancora in ospedale. L’assistenza domiciliare è più “costo-efficace”, perché innanzitutto migliora la qualità assistenziale e può anche, ma non necessariamente,  richiedere una minore spesa. È indispensabile che la gestione del paziente oncologico, dalla diagnosi della neoplasia alla fase terminale, sia affidata a dei percorsi diagnostico terapeutici definiti e standardizzati. Questi percorsi sono già operativi in diverse regione italiane; appare necessario un più stringente coordinamento su base nazionale in modo tale che essi vengano attuati in tutte le regioni e siano omogenei. Si potrebbe così limitare il fenomeno del turismo sanitario, che comporta una spesa per la famiglia ma anche per il Servizio sanitario nazionale (Ssn), perché spesso gli stessi esami vengono ripetuti in regioni differenti. E se poi, davvero, si concretizzasse la scheda sanitaria informatizzata, il guadagno in costo-efficienza sarebbe importante».

L’altra voce, quella dei farmaci oncologici, ha un impatto molto importante e non secondaria e deve anch’essa necessariamente essere dimensionata. Anche perché si corre il rischio che il sistema arrivi a non essere più sostenibile. Considerando che i nuovi farmaci antitumorali costano decine di migliaia di euro l’anno per paziente e aumenta la sopravvivenza di qualche mese, cosa fare per ridurre la spesa? «Non dare meno farmaci, come si potrebbe pensare – continua Casadei – ma remunerare i farmaci in base al beneficio clinico addizionale che offrono, in base a evidenze scientifiche e non a spinte emozionali. Per farlo, è necessario stabilire valori soglia in termini di sopravvivenza per distinguere i farmaci che permettono un reale progresso terapeutico dai cosiddetti me-too. Un esempio? Secondo un gruppo di lavoro dell’associazione degli oncologi americani (ASCO), i nuovi farmaci per il carcinoma polmonare dovrebbero aumentare la sopravvivenza di almeno 3-4 mesi rispetto ai 13 attuali. Soglie possono essere stabilite per altre forme tumorali (pancreas, mammella, colon-retto) e la loro introduzione spingerebbe verso lo sviluppo di farmaci realmente innovativi».

Spesso si confonde “innovazione” con  “novità”, per evitarlo l’Agenzia europea del farmaco dovrebbe farsi carico di valutare, quando questi farmaci vengono approvati, non solo qualità, sicurezza ed efficacia ma anche il beneficio clinico addizionale, cioè il progresso che offrono rispetto alle alternative già disponibili. Sarebbe un bel passo in avanti, perché il riconoscimento di un premium price ai farmaci non solo nuovi ma innovativi permetterebbe di recuperare risorse da allocare per lo sviluppo di programmi di screening che permettano di identificare precocemente la malattia, soprattutto nei tumori più frequenti. In modo da puntare non solo alla sopravvivenza ma alla cura. «Altri due punti di intervento per ridurre la spesa oncologica sui farmaci – continua Casadei – sono innanzitutto l’accesso ai farmaci biosimilari (“generico”  di un farmaco biologico già autorizzato per uso clinico), e la valutazione più severa dei brevetti, che in Europa vengono concessi ai cosiddetti farmaci evergreening (farmaci chiamati “sempre verdi” perché alle molecole chimiche di prodotti già in commercio e brevettati, le industrie farmaceutiche apportano piccole modifiche strutturali in modo da prolungare il brevetto e mantenere il monopolio su quel farmaco stabilendo prezzi da capogiro ndr)». 

Recentemente, in India la Corte Suprema ha negato la copertura brevettuale a una variante chimica dell’imatinib perché non arrecava nessun vantaggio in più sul beneficio o sulla tollerabilità rispetto alla molecola originale. L’Europa dovrebbe iniziare a discutere se è il caso di continuare a garantire una copertura brevettuale, e quindi alti costi, per farmaci dove la variazione è semplicemente nella forma chimica. «La questione del costo dei farmaci non è più un argomento da “terzo” mondo – conclude Casadei –ma sta coinvolgendo anche i paesi tradizionalmente ricchi e benestanti. Infatti, la capacità di acquisto si sta livellando come risultante di forze diverse: aumento della domanda (il cancro si può curare), difficoltà a reperire risorse sufficienti (sia private che pubbliche, con o senza crisi economica) ed esasperata ricerca del profitto a breve termine. La questione della sostenibilità della spesa oncologica è sul tavolo. C’è da augurarsi che il nostro Ssn non attenda l’urgenza e la affronti per tempo e con un approccio strutturato».

In collaborazione con RBS-Ricerca Biomedica e Salute