Apple contro Google, la rivoluzione del terzo millennio

Una rivoluzione che non abbiamo capito

Di una grande guerra tra due colossi si può trovare una piccola traccia in ogni telefonino. Chiunque abbia caricato il nuovo aggiornamento del sistema operativo iOS avrà notato questo dettaglio apparentemente infinitesimale: il motore preimpostato per le ricerche su iPhone e iMac, da quest’anno, non è più quello di Google, ma Yahoo. La grande guerra di cui questo cambiamento testimonia la durezza, è quella che si sta combattendo tra Apple e Google, attraverso la lotta per l’egemonia dei loro sistemi operativi, iOS e Android. È una guerra commerciale, legale, ma anche un conflitto tra sistemi. Il prodotto di questa sfida, il suo esito finale, avrà qualche piccola grande conseguenza per le nostre vite.

Il giornalismo americano, ha una caratteristica che pochi altri hanno nel mondo: riesce a trasformare in storia, e addirittura in epos, fatti che per tutti gli altri sono a malapena cronaca. Così se Ben Mezrich è riuscito a trasformare la nascita di Facebook in una saga vibrata di lotta di classe (dal suo libro è nato il bellissimo film di Brian Singer, The social Network), e Walter Isaacson la vita di Steve Jobs nell’autobiografia di una nazione (su cui sono stati girati ben due film), un altro giornalista, Fred Vogelstein, ha tratto un libro (La battaglia dei titani, pubblicato ora in Italia da Mondadori), da una storia di cui solo fino a ieri leggevamo notizie sulle agenzie e sui giornali. Il primo espediente di Vogelstein, così come avevano fatto Mezrich e Isaacson è quello di scrivere di anni recentissimi come se fossero le pietre miliari di una storia antica, e di Jobs o di Brin e Page (i papà di Google) come se fossero Roosevelt, Washington o Lincoln.

Il fatto è che questo processo di epicizzazione è particolarmente efficace perché (a mio parere) è vero l’assunto di fondo del libro: noi non ce ne siamo quasi accorti, ma quella degli smartphone – su cui è nata la guerra fra Apple e Google – è una rivoluzione che ha cambiato il mondo, paragonabile solo all’invenzione della ruota, della ferrovia, o del motore a scoppio. Vogelstein, infatti, proietta l’esito di questa battaglia molto più avanti di quanto non arrivi la nostra percezione: «Adesso – si chiede per esempio – facciamoci una domanda: chi controlla cosa vediamo in tv? Le reti televisive. Chi controlla che cosa vogliamo sul nostro smartphone? Fondamentalmente Apple e Google». Ecco perché nel momento in cui i grandi motori di ricerca entrano, per esempio, non solo nell’acquisizione di diritti, ma addirittura nella produzione dei contenuti televisivi, la guerra legale tra il sistema Apple e il sistema Android è anche un evento positivo perché stronca sul nascere la formazione di un monopolio di portata mondiale. Ecco perché la nascita dell’iPhone viene paragonata da Vogelstein, senza nemmeno troppa enfasi, alla missione sulla luna. In effetti, il 2007, dovrebbe diventare, nei nostri libri di storia, un anno spartiacque, esattamente come fu il 1969 per la missione di Apollo 12, o come il 1962 per il primo volo nello spazio di Gagarin. 

Come altro si dovrebbe salutare, infatti, la nascita di un unico dispositivo, che può stare dentro una tasca, e fornire potenzialmente ad ogni uomo sul pianeta, contemporaneamente, un computer, la possibilità di navigare nella rete, di vedere film, di ascoltare musica, di compiere operazioni economiche e matematiche, di scrivere e leggere libri, di telefonare, di inviare, acquistare e scambiare foto, documenti, filmati e mail, di accedere e partecipare ai social network? Se è vero che tutte queste funzioni prima, in parte, esistevano ed erano fruibili, separatamente, o in altri contesti, il fatto di poterli condensare in un unico strumento, trasportabile ovunque da ogni uomo cambia radicalmente la loro funzione e le loro potenzialità.

Ho l’impressione che questa rivoluzione ci sia passata sulla pelle in maniera così rapida, da non consentirci di accorgerci che esiste un mondo prima e un mondo dopo questo evento. E, soprattutto, che grandi distributori di contenuti, passeranno in prospettiva dall’editoria e da altre industrie antiche (penso alle major del cinema), ai webstore che vivono e nascono unicamente nella rete. Di più. Nel giorno in cui Netflix, si è messo a produrre una serie di successo come House of cards, potendosi permettere di pagare un protagonista come Kevin Spacey, senza troppo clamore è stato virtualmente infranto anche il monopolio secolare di Hollywood sul cinema.Tutto questo, può essere letto in tanti modi, positivi o negativi, ma persino con una vocazione messianico-democratica, che non è nuovo nella storia americana. Non a caso Vogelstein cita un cruciale discorso del 2011 di uno dei protagonisti della guerra degli smartphone, Eric Schmidt, chairman di Google (ed ex consigliere di amministrazione di Apple): «con gli smartphones non ci si annoia mai. Non siamo mai a corto di idee, perché abbiamo tutte le informazioni del mondo a portata di dito. E tutto questo – spiegava Schmidt – non è riservato a un’élite. Storicamente solo le elites hanno avuto accesso a queste tecnologie, non l’uomo della strada». E poi, con una chiusura enfatica, certo, ma non priva di verità: «Saremo stupiti di quanto intelligenti e capaci si riveleranno tutti quelli che non hanno mai avuto accesso al nostro tenore di vita, alle nostre università, alla nostra cultura. Quando arriveranno – concludeva Schmidt – ci insegneranno parecchie cose. E stanno arrivando. Nel mondo ci sono già un miliardo di smartphone». Bisogna aggiungere oggi che calano le vendite di telefoni e televisori, di personal computer e di laptop, e che presto gli smartphone e i pad saranno (anche se distribuiti in modo ineguale) superiori al numero di abitanti della terra.

Ovviamente l’altra faccia della medaglia di questa guerra è che mai, dentro un solo dispositivo, si sono concentrati così tanti dati sensibili sulle nostre vite. Con la tracciabilità di un cellulare si può essere imputati di omicidio. Si può sapere tutto dei nostri gusti, delle nostre amicizie. Sempre più informazioni, foto, ricordi che siamo abituati a immaginare come privati e segreti, vengono delocalizzati sulle nuvole delle banche dati possedute dai due colossi. Un aspetto interessante della guerra tra Google e Apple è quella del conflitto tra due visioni un tempo opposte che alla fine si incontrano, si scontrano e finiscono per contaminarsi: Google è l’azienda che profetizza un sistema aperto, Apple è la quintessenza del sistema chiuso. Per questo le due aziende iniziano la loro storia unite – anche per via dell’amicizia tra Jobs, Page e Brin – e quando la lotta per l’egemonia del mercato le porta ad insistere sullo stesso terreno, finiscono su trincee contrapposte.Non è solo una storia di brevetti: Apple cercherà di passare grazie alla rivoluzione di iPhone e iPad da prodotto per le elites a sistema universalistico. E Google, grazie alla permeabilità di Android, riuscirà a conquistare una posizione dominante “fingendo” di regalare a tutti il suo sistema rinunciando ai profitti, ma in realtà usandolo come cavallo di Troia per imporre il suo vero brand, che non è (come può sembrare a prima vista) il sistema operativo per far girare gli smartphone (cioè Android), ma il suo core business (cioè il motore di ricerca).

Evangelizzare il popolo degli smartphone, dunque, significa creare una koinè, una lingua comune, e imporre il proprio codice, e le proprie conoscenze a tutto il mondo: per molto meno, nella storia dell’umanità, si sono combattuti duemila anni di conflitti e due guerre mondiali. Stavolta si combatte senza un filo di sangue: ma i gigabyte contano più delle baionette.