Aspirina, un farmaco ancora tutto da scoprire

Rubrica Scienza&Salute

Questa storia inizia alla fine del 1800 quando un chimico tedesco, per curare i dolori articolari del padre, inventò un farmaco analgesico partendo dall’estratto della corteccia del salice: l’acido acetil-salicilico, scoperto nel 1897 da Felix Hoffmann (anche se sulla vera paternità del farmaco c’è ancora qualche dubbio), e brevettato due anni dopo come Aspirina. Uno dei farmaci più noti e usati al mondo, che nonostante la sua età non smette di essere studiato e di stupire. Negli ultimi trenta anni gli sono state attribuite proprietà benefiche per il sistema cardiovascolare in pazienti a rischio; e negli ultimi tempi si è guadagnato anche la fama di possibile antitumorale. Oggi gli scienziati si chiedono se questo stesso farmaco non possa prevenire infarti ed eventi cardiovascolari anche nelle persone sane, in prevenzione primaria.  

Negli primi anni ’80 a scoprire l’effetto protettivo del farmaco su cuore e circolazione furono Carlo Patrono, farmacologo italiano dell’ Università del Sacro Cuore di Roma,  e Garret FitzGerald dell’University of Pennsylvania. Proprio per questo motivo lo scorso maggio sono stati premiati con il riconoscimento più prestigioso al mondo per la ricerca cardiovascolare: il Grand Prix Scientifique. I primi studi di entrambi i ricercatori risalgono alla fine degli anni ’70 fino ad arrivare circa un decennio dopo, alla scoperta che l’aspirina a bassi dosi, ha un effetto antitrombotico, efficace nel prevenire infarto acuto del miocardio e ictus ischemico acuto nei pazienti ad alto rischio cardiovascolare, cioè che erano già stati soggetti a eventi simili (prevenzione secondaria). I trombi infatti sono il risultato dell’effetto di una sostanza prodotta dalle piastrine del sangue, il trombossano, che ne favorisce la formazione. L’aspirina, a basse dosi e presa tutti i giorni, e in grado di bloccare la formazione del trombossano e di conseguenza dei trombi, coaguli del sangue che possono ostruire le arterie (come le coronarie) e causare eventi cardiovascolari negativi (come l’infarto).

Ma ogni farmaco ha un “prezzo”, e l’effetto collaterale ben noto dell’acido acetil salicilico sono le possibili emorragie intestinali e intracraniche dovuto all’effetto anticoagulante. «Il rapporto benefici-rischi è comunque favorevole – scrive a proposito di questo argomento Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri –  si calcola che, per ogni 6 persone cui si evita un infarto fatale o non fatale, ve ne sia una che ha una grave emorragia». Lo stesso però non si può dire a proposito della prevenzione primaria. Sulle persone sane o a basso rischio cardiovascolare, infatti, non è ancora chiaro quale sia il rapporto benefici-rischi (confronto tra i benefici della terapia e i rischi per capire chi ha il peso maggiore e decidere di conseguenza). Secondo un’analisi di diversi studi scientifici, «a fronte di un piccolo beneficio di riduzione di infarto miocardico e ictus cerebrale, si avrebbero molti episodi emorragici».

Patrono, anche noto in Italia come “padre dell’aspirinetta”, scrive su un lavoro pubblicato sull’European Heart Journal che da un’analisi condotta su 16 studi clinici – che hanno valutato l’efficacia dell’aspirina a basse dosi in pazienti con precedenti eventi cardiovascolari – è emerso come il farmaco sia efficace nel prevenire circa un quinto delle complicanze vascolari aterotrombotiche (come infarto non fatale del miocardico, ictus non fatale, o morte vascolare). Il che corrisponde a una riduzione di 10-20 nuovi casi di pazienti soggetti a eventi cardiovascolari (non fatali) ogni mille persone, in un anno. Nonostante il rischio di emorragia, per la prevenzione secondaria i benefici della terapia antiaggregante superino notevolmente i rischi. Più incerto è il verdetto sull’efficacia dell’aspirina in prevenzione primaria. Patrono in conclusione afferma che quattro grossi studi clinici tuttora in corso potrebbero fornire qualche dato in più, ma che per il momento i risultati disponibili non sembrano sostenere né scoraggiare l’uso dell’aspirina in prevenzione primaria. Nel frattempo quindi la scelta è personale e viene affidata a un dialogo medico-paziente, basato sia sulle conoscenze disponibili che sulla preferenze del paziente.

Se Garattini è contrario altrettanto lo è John Cleland dell’Imperial College London, che di recente ha pubblicato un lavoro sull’European Heart Journal, chiedendosi appunto se l’aspirina sia utile nella prevenzione primaria, e non solo. La risposta del cardiologo inglese è che «no, non ci sono prove sufficienti che l’aspirina sia efficace per la prevenzione primaria degli eventi cardiovascolari». Ma non solo, Cleland non si dice convinto neppure della sua utilità in prevenzione secondaria, e afferma che l’unica cosa certe e provata della meta-analisi di cui parla Patrono, siano gli effetti collaterali. «L’ipotesi secondo cui l’aspirina possa avere un effetto sui tumori è intrigante – continua Cleland nel lavoro – ma si basa su dati ricavati da studi condotti alcuni decenni fa, usando diverse dosi del farmaco». Insomma secondo il cardiologo inglese «non ci sono prove attendibili che l’aspirina alla dose di 50-100 mg al giorno, come viene somministrata oggi, abbia alcun beneficio in qualsiasi ambiente clinico».

Per quanto riguarda i tumori, recentemente numerosi studi hanno mostrato come l’acido acetil salicilico, abbia un effetto farmacologico positivo nella prevenzione del tumore del colon, se usato per almeno cinque anni in terapia preventiva. Ma si vede anche un ulteriore effetto di prevenzione sulla formazione delle metastasi già dopo tre anni di trattamento, che migliora anche la mortalità dei pazienti. Un risultato sorprendente che se confermato permetterebbe di aggiungere in terapia un farmaco poco costoso e molto maneggevole.

«L’effetto antitumorale è da attribuirsi probabilmente a un effetto antiinfiammatorio del farmaco –aveva riferito a Ricerca Biomedica e Salute Andrea De Censi, direttore del reparto di oncologia medica degli Ospedali Galliera di Genova – mentre sul meccanismo alla base dell’effetto anti-metastatico, i ricercatori per ora fanno solo congetture, ma si pensa sia dovuto in particolare all’effetto antiaggregante che il farmaco ha a basse dosi. Forse perché blocca i meccanismi iniziali responsabili della trasformazione del trombo che ha a che fare con il trasporto della cellula neoplastica, impedendone poi il passaggio dal vaso ai tessuti. Le piastrine però hanno un ruolo importante anche nella cancerogenesi iniziale, non solo nella formazione delle metastasi. Ci sono ancora molte cose che non sappiamo e che ci sfuggono sull’aspirina e questo ci fa capire che il meccanismo è più complesso di come sembri e che alcune nostre teorie non sono valide. C’è ancora molto da studiare e capire». 

In collaborazione con RBS-Ricerca Biomedica e Salute

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