Biciclette virtuali e polpette vegetariane, Dodos live

Live a Milano

Quando scopriamo che i Dodos, a Milano, suonano al Teatro Franco Parenti, la nostra parte più pantofolaia tira un sospiro di sollievo. Per chi non li conoscesse, il duo di San Francisco non è esattamente la band su cui passeresti una sera a pogare, è piuttosto il prodotto di una soffusa alchimia di chitarra e batteria che richiede una sedia comoda e, potendo, un calice di pinot grigio da fare oscillare sornioni. Insomma, ci aspettavamo un ambiente radical chic. Quello che non ci aspettavamo, era l’inferno.

Il sospetto di essere finiti in un porto nemico affiora appena superato l’ingresso di servizio del Franco Parenti, quando un tizio della security fieramente metrosexual ci chiede di vedere i biglietti. Sospetto che trascolora in dubbio appena notiamo che il listino del bar offre bagel al salmone e alternative vegetariane a qualsiasi cosa, e che si cristallizza in certezza quando, dopo aver attraversato una torma di maglioni retrò e scolli villosi, ci ritroviamo in una saletta che regala corse gratuite su una non meglio identificata “Virtual Bike” (lezione numero 1: La bicicletta è religione, a prescindere dall’uso che ne fai, che sia riciclare le ruote come vassoio per le tartine, o utilizzare la molla del portapacchi per giustiziare gattini).

Il palco è stato incastrato in mezzo a una serie di bancarelle ed espositori che ti puntano con tisane, magliette pseudo-artistiche a prezzi folli e un trenino di legno che corre sulla sua pista (true story). Il rischio di precipitare nella spirale Brooklyn-wannabe è alto, ma la nostra vera missione è intervistare i Dodos, e finora l’organizzazione ce l’ha messa tutta per metterci i bastoni tra le ruote. Non è servito mitragliare lo staff di mail, smuovere la redazione de Linkiesta, tampinare le due ragazze alla biglietteria, la risposta è sempre la stessa: «Non è possibile». Ci stiamo rassegnando all’idea di far passare il tempo contando il numero di persone che circola con una sciarpa annodata al collo (lezione numero due: se vuoi confonderti nella torma puoi ricorrere a: una sciarpa sottile, pantaloni con risvolto a livello polpaccio, un cane di taglia media) ma ecco che vediamo salire sul palco Meric Long, cantante e chitarrista della band. Così, quella che per vie ufficiali era risultata impresa impossibile, si risolve in pochi secondi con l’ancestrale rito della pacca sulla spalla: «Ehi, Meric, a fine concerto ti intervistiamo per Linkiesta, ok?» «Facile».

Nonostante qualche pezzo poco ispirato, il concerto va giù liscio come uno spritz a fine giornata. Meric Long, Logan Kroeber e Joe Haege (turnista aggiunto per i live), sono un ensamble collaudato, Carrier (uscito ad agosto su Polyvinyl) è un disco maturo, gli ipnotici intrecci tra i riff di chitarra e i pattern di batteria ti inchiodano al palco che, per la cronaca, è letteralmente circondato da gente che sembra più interessata a chiacchierare che a riservare al duo californiano l’attenzione che merita (lezione numero tre: l’importante, in questo genere di adunate, è esserci e farsi notare. Perciò mettiti vicino al palco, fingi estremo interesse per la band, ma continua pure a farti gli affari tuoi e a parlare di wireframe col tuo collega di sciarpa).

Meric riusciamo a braccarlo poco dopo il live, in mano brandisce un bicchiere di prosecco («Voi non avete idea delle pazzie che fa la gente a San Francisco per berlo»). Per evitare le solite pantomime decidiamo di provare a spiazzarlo con una domanda sul cibo. Ma alla fine ci spiazza lui.

Dato che qui in Italia tutto ruota attorno al cibo: vi hanno dato qualcosa di buono da mangiare?

Sì, siamo stati in un ristorante stasera. L’ultima volta che siamo venuti in Italia avevamo mangiato cose squisite, questa volta erano piatti buoni, ma niente di straordinario: un carpaccio di zucchine e un tipo strano di pasta, sembravano noodles ma…

Tipo bucatini?

No, magari. I bucatini sono i miei preferiti. Sapete, ho lavorato come cuoco per molti anni e ho questa insana passione per il cibo. Mi sarebbe piaciuto un bel piatto di bucatini all’amatriciana. Ma sarà per la prossima volta.

Ok, parliamo di musica. Nel nuovo disco avete deciso di allargare il vostro orizzonte creativo. È una scelta voluta o il semplice prodotto di una crescita artistica?

È una scelta voluta. Insomma, eravamo stanchi di fare le cose allo stesso modo perciò abbiamo deciso di cercare di capire come cambiare approccio compositivo. 

Spesso capita che una band come la vostra, crescendo, decida di aggiungere altri membri. Dobbiamo prepararci a vedervi in cinque o sei, là sul palco, di qui a un paio d’anni?

Finché ci chiameremo The Dodos saremo in due. Per dire, Joe (il chitarrista e tastierista addizionale che li accompagna sul palco n.d.a.) è ottimo come turnista, ma appena torneremo a casa ci metteremo a registrare un nuovo disco e saremo solo io e Logan. Comunque no, non saremo mai in sei.

A proposito di band a due, sembra che negli ultimi due anni band di questo tipo spuntino come funghi. Pensi che esista davvero una tendenza ad esplorare nuovi territori musicali utilizzando meno strumenti?

Prima parlavate di diventare una band a sei membri, ecco sarebbe una cosa impossibile, per una questione monetaria. Poi ci sono altri motivi. Cominciare in due ha i suoi vantaggi: puoi aprire i concerti di altre band senza dovergli intasare il palco, puoi andare in tour senza svenarti. Poi, chiaro, c’è una questione creativa. Se devo immaginare di aggiungere altre tre o quattro menti al processo di composizione, sarebbe un incubo.

Ora, ad esser sinceri: non vi conosciamo da molto, e se siamo riusciti ad ascoltare l’intera vostra discografia prima di questo show, è grazie a Spotify. Che tipo di relazione avete con i nuovi sistemi di distribuzione musicale?

Non è una domanda facile, perché io stesso non so come pensarla. A volte uso Spotify e Rdio, ma allo stesso tempo non sono d’accordo con gli effetti dello streaming. La cosa che mi piace meno è il fatto che la gente non fruisce un disco nella stessa forma e qualità per cui è stato creato. Poi dipende. Per dire, ora sono in tour e sono contento di ascoltare gruppi su Spotify. Ma se me lo chiedi quando sono a casa, mentre siamo in studio a lavorare sodo per creare musica che poi magari viene messa su Internet in formati merdosi e la qualità con cui era stata prodotta viene ridotta, a quel punto lo streaming risulta qualcosa di nocivo.

Se dovessi indicare una band così importante per te e senza la quale non saresti qui, quale sceglieresti?

Direi, The Monks. Ero lì, fumato che suonavo la chitarra quando li ho ascoltati la prima volta, e ricordo che hanno aperto qualcosa che stava nella mia testa e che mi ha fatto sentire necessario. Se non fosse stato per quella combinazione di cose: fumare, suonare e ascoltare i Monks, oggi non sarei un musicista.

Ci consigli una band della vostra città che nessuno conosce ma che meriterebbe platee festanti?

Certo, c’è questa band chiamata The Moore Brothers, sono due fratelli che scrivono ottime canzoni, con queste armonie folli, non a tutti piacciono, diciamo che richiedono una curva d’apprendimento più lunga del normale. Ma se li ascolti con la giusta dedizione ti rendi conto che fanno qualcosa di assolutamente unico.

Abbiamo iniziato con l’Italia, finiamo con l’Italia. Conosci e ti piace qualche band italiana?

Abbiamo fatto un intero tour americano con i Jennifer Gentle, che mi risulta essere l’unica band italiana sotto Sub Pop. È stato esilarante.

Finita l’intervista, Meric ci riaccompagna nel girone dantesco, dove nel frattempo un producer inglese invita a ballare un miscuglio dub-elettrico che ci fa venir subito voglia di infilarci sotto la pioggia di metà novembre. Raggiungiamo il parcheggio contandoci le ferite a vicenda, ma passare un’intera serata nel peggior covo hipster della storia non sembra averci cambiato troppo: abbiamo dei jeans larghi che si bagnano nelle pozzanghere, giacche a vento, dei capelli che si sdraiano disordinati sulla nuca e una sana voglia di fare il percorso di ritorno con i Violent Soho a cannone. Mentre imbocchiamo via Carlo Botta la pioggia comincia a farsi violenta. Ci rannicchiamo in macchina pensando che, se non altro, se questa sera il Franco Parenti dovesse allagarsi, nessuno lì dentro tornerà a casa con gli orli bagnati.

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