Che bello, Babbo Natale è una griffe

Un brand che vale 1000 miliardi di euro

Fa molta impressione sapere che Babbo Natale è nato nel 1930 su impulso dell’ufficio pubblicità della Coca-cola, quando la più nota fabbrica di bevande del mondo, cercando un testimonial, si mise nelle mani di un illustratore svedese trapiantato in America, Haddon Sundblom, che diede una fisionomia definita e irrevocabile alla celeberrima icona del vecchio con il volto rubizzo e la barba bianca cotonata. Fa impressione altrettanto quanto scoprire che non è vero, (o almeno non del tutto vero) dal momento che la principale prova di questo presunto misfatto – il vestito bianco rosso con gli stessi colori del logo della bibita – era già stato usato da un’altra ditta, la White Rock Beverages, per la pubblicizzazione di un’acqua minerale nel 1915, e per la vendita di Ginger nel 1923. Scartabellando su Internet, poi, ho trovato alcune fonti secondo cui la prima apparizione di Babbo Natale biancorosso vestito è ascrivibile alla copertina della rivista Puck nei primi anni del secolo. Altri citano la copertina natalizia del Saturday Evening Post, del 1923, per opera di un altro illustratore, Christian Leyendecker.

Ma detto tutto questo, dal momento che non ho mai avuto sotto gli occhi la rivista Puck, e nemmeno gli originali della White Rock Beverages, e nemmeno le copertine di Leyenedecker, ne traggo la conseguenza che se davvero il canone di Babbo Natale fosse stato definitivamente messo a punto da Haddon Sundblom non ci sarebbe nulla di male. Se c’è voluto un concilio per scegliere quattro evangelisti canonici, e scartarne almeno 100 apocrifi, non ci sarebbe nulla di male, se fosse stata una campagna di comunicazione di inizio secolo a imporre il talento di un artista e la sua visione su un personaggio in via di formazione su tutti gli altri. 

Qualcuno ha calcolato che oggi Babbo Natale è un brand, e che vale 1000 miliardi di euro (la Apple, per dire, vale 63 miliardi). Se è stato davvero Sundblom ad approfittare della committenza della Coca Cola per affermare l’omone antropomorfico e barbuto sugli gnomi vestiti di verde, blu, bianco e rosso che non avrebbero mai potuto avere la sua fortuna, dobbiamo solo essergli grati. Sundblom, a sua volta, disse di aver “rubato” il viso e le fattezze del suo Santa Claus a un vicino di casa. Quando un giorno mio figlio smetterà (purtroppo) di credere che Babbo Natale esista davvero e che si introduca nelle case grazie a dei poteri magici anche in assenza di camino (stasera giura e spergiura che resterà sveglio ad aspettarlo) gli spiegheremo che dietro questa leggenda ci sono tutte queste storie: i mito nordici, il cristianesimo, un Santo asiatico, la Coca Cola, San Nicola da Bari, il vicino di casa del signor Sundblom, che forse, però, aveva anche buttato un occhio sulla copertina disegnata da Leyendecker, sette anni prima.

La scoperta della complessità dietro un mito non è una truffa o una manipolazione, ma il miglior regalo possibile di domani, per mio figlio, dopo quello della fiaba di oggi. Buon Natale.

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