Chiediamoci dove eravamo mentre l’Italia cadeva a pezzi

Compiti di fine anno

Quando avevo 20 anni ero innamorata persa di Manuel Agnelli degli Afterhours. Ero pazza di lui perché toccava le corde scoperte della mia anima da bimbaminkia decadente e, così facendo, mi causava tsunami ormonali come nemmeno la mano di Kate Winslet sbattuta sul finestrino appannato, dopo la fornicazione con Leonardo Di Caprio, in Titanic. Cosa non avrei fatto, io, per Manuel Agnelli, a quei tempi.

In questi giorni c’è una canzone degli Afterhours che continua a tornarmi in mente, che s’intitola “La Gente sta Male”. Dice una cosa semplicissima, Manuel Agnelli, in quella canzone. Dice che “vivere male prima o poi ti fa male”. È un’ovvietà, se ci pensi. E invece noi, noi italiani dico, non ci abbiamo pensato.

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Non ci abbiamo pensato per decenni. Non ci abbiamo pensato mentre i nostri diritti venivano ridotti in miseria. Non ci abbiamo pensato mentre la nostra cultura diventava ignoranza capillare e congenita. Non ci abbiamo pensato mentre la cosiddetta “classe dirigente” stuprava la nostra democrazia e praticava pissing sulle nostre vite e sul nostro futuro, cancellando la linea immaginaria che divideva il pensionato dal mendicante, il disgraziato dal padre di famiglia, il kamikaze dal ricercatore universitario. E ora? Ora c’è la crisi, che c’è stata sempre, la crisi, pure quando non c’era, pure quando si facevano le vacanze studio in Inghilterra e al compleanno ci regalavano la mountain bike con cambio shimano.

Solo che adesso la crisi c’è più di prima, c’è e non riusciamo a nasconderla sotto il tappeto, cambiandoci di nuovo la macchina, facendo finta di nulla. Ora il tanfo s’è allargato, non si vive più coprendolo con un deodorante per ambienti. Ora la crisi è un cappio che stringe il collo di chi non ce la fa più, che spinge i ragazzi via, lontano, che ci occlude l’arteria e ci accende di rabbia.

Eppure io mi chiedo: di cosa ci stupiamo? Vivere male, prima o poi, ti fa male. E noi abbiamo malvissuto. Tutti. Chi più, chi meno. Noi non l’abbiamo amato questo Paese e questo Paese così ci ricambia. Ed ora è fin troppo facile urlare, mettere dei forconi nei nostri cannoni e sparare nel mucchio. Possiamo farlo, forse siamo così esasperati che diventa persino comprensibile tutto questo, reagiamo con la pancia – perché è più facile e immediato – invece che con il cervello. Tuttavia, a ben vedere, c’è un grosso inganno alla base di tutto: la fuorviante idea che si possa sempre dare ad altri la colpa. E invece no. Invece la colpa di questa crisi è di tutti.

Se l’Italia fosse una donna, e gli italiani fossero il suo uomo, quella come minimo si scoperebbe il suocero e avrebbe pure diritto di farlo. Perché se una relazione si fonda sullo svilimento, sullo sfruttamento, sulla menzogna, sull’indecenza, sull’arrivismo, sul familiarismo, sulla violenza (contro il territorio, contro il paesaggio, contro il patrimonio culturale, contro i giovani), embé cos’è che vogliamo, poi? Che quella ci ami e ci sia fedele? Cosa abbiamo dato a questo Paese, per pretendere adesso? Che cittadini siamo stati? Che cittadini siamo stati ogni volta che non abbiamo fatto la raccolta differenziata, ogni volta che non abbiamo pagato le tasse, ogni volta che abbiamo illegittimamente usufruito di privilegi cui non avevamo diritto, ogni volta che “ci sarebbe il figlio di mio cugino da sistemare”, ogni volta che abbiamo trovato le scorciatoie, ogni volta che non abbiamo premiato il merito, ogni volta che abbiamo anteposto il nostro culo al culo della collettività, ogni volta che abbiamo rinunciato al nostro diritto al voto, ogni volta che non abbiamo preso posizione su argomenti sui quali era obbligatorio prendere posizione, ogni volta che abbiamo parcheggiato in un posto per disabili, ogni volta che facendo una manovra abbiamo distrutto un’automobile parcheggiata e siamo andati via senza lasciare il nostro numero al proprietario per pagargli i danni, ogni volta che dal medico abbiamo detto “faccia pure senza fattura”, ogni volta che abbiamo spacciato l’imbroglio per “arte di arrangiarsi”, ogni volta che abbiamo costruito abusivamente, ogni volta che abbiamo sottopagato il lavoro di qualcuno. Ogni volta, tutte quelle volte, che italiani siamo stati?

Ed ecco il punto: la crisi che viviamo non è puramente economica e non è soltanto politica. La nostra crisi siamo noi. La nostra società e la nostra civiltà, quella di cui siamo interpreti, quella che abbiamo contribuito a costruire e a distruggere.

E per risolverla, questa crisi, per uscirne migliorati, per essere più forti dopo, dobbiamo porci le domande giuste. Dobbiamo chiederci dove eravamo, cosa facevamo, mentre tutto andava in vacca. Quale schifosa fiction della tv generalista guardavamo, mentre una minoranza scellerata banchettava con le nostre esistenze. E, nel chiedercelo, dobbiamo ammettere di essere stati troppo mediocri, troppo superficiali, troppo ignoranti, persino disonesti. Nel chiedercelo dobbiamo capire che la dignità non è un valore assoluto, che bisogna presidiarla e difenderla: con le unghie, con i denti, con le fruste, con le zappe, con i mestoli, con le forchette e i cucchiai. Solo da questa consapevolezza, possiamo recuperare noi stessi.

Perché vedete, l’Italia era una donna meravigliosa. Solo che, come tutte le donne meravigliose, era ad altissimo mantenimento e noi non ci siamo impegnati abbastanza. Anzi, l’abbiamo trattata senza alcuna grazia. Non abbiamo forse tanto diritto di lamentarci, adesso, se quella è diventata una sgualdrina, se non ci vuole più.

Riconquistarla tocca a noi, non solo ai nostri politici.

E per riuscirci, per stare bene, dobbiamo vivere bene. Dobbiamo agire in funzione del bene comune e pretenderlo come conditio sine qua non di una società migliore. Dobbiamo agire bene, muovere le chiappe, accendere le sinapsi, pretendere rispetto e dare rispetto.

Solo dopo, forse, questo Paese tornerà ad amarci.

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