Come il mondo ha salvato Sherlock Holmes

A due anni dall'ultima puntata

Mancano cinque giorni all’inizio della terza stagione di Sherlock, che debutterà sulla BBC One con l’episodio da 85 minuti The Empty Hearse il primo gennaio 2014. 

Ho introdotto il pezzo fingendomi professionale, ma se avessi dovuto esprimere veramente il mio pensiero avrei scritto: «Sherlock! #sherlocklives! Sherlock!». E dire che la prima volta che me ne parlarono ero diffidente, ricordo che il dialogo fu qualcosa del genere: «è iniziata ieri questa serie della BBC su Sherlock Holmes ai giorni nostri, guardala perché è pazzesca» e io «ma ancora?». Era da poco uscito il primo film di Guy Ritchie, che mi è piaciuto nella misura in cui oggi ho il blu ray ma non nell’edizione speciale, e questa vicinanza mi appariva sospetta, senza contare che ne ho già viste parecchie di “versioni moderne di”, e come si dice se mi freghi una volta è colpa tua, ma se mi freghi due… comunque sia non potevo rischiare che fosse effettivamente pazzesco e io mi trovassi, chessò, un anno dopo, a non poter dire su Facebook che io lo guardavo da prima che fosse di moda, così le detti una chance.

Quel primo episodio, ovviamente, era davvero pazzesco. Oggi consiglio Sherlock a chiunque, e considero avere la dashboard di Tumblr intasata dai gifset, magari quelli con i sottotitoli modificati per far sembrare che Sherlock e John abbiano un figlio insieme, il pegno da pagare per aver dubitato. Non fosse per la tradizione di un episodio centrale più debole rispetto agli altri due, Sherlock andrebbe accostato a quella insidiosa parola che inizia con “capo” e finisce con “lavoro”. 

Che cosa rende questa serie speciale? Perché due anni dopo The Reichenbach Fall ci stiamo ancora dondolando sulle sedie, avvolti nelle coperte arancioni da shock, e aspettiamo il suo ritorno a suon di hashtag?

Certo si tratta di un prodotto tecnicamente ineccepibile, ma questo è qualcosa che eccita la critica, non i fan. Se dovessi trovare una sola risposta, una che comprenda le molte possibili, direi che Steven Moffat e Mark Gatiss sono riusciti in qualcosa di intentato prima: rendere Sherlock Holmes un’esperienza emotiva.

E’ quasi un percorso di formazione, quello del loro Sherlock. Lo conosciamo brusco, ostinato come un bambino, arrogante non tanto perché convinto della propria superiorità, quanto dell’inferiorità di tutti gli altri, e incapace di restare per più di un minuto in una stanza con altri esseri umani senza offenderli in modi involontariamente creativi. E poi conosciamo John Watson, di ritorno dall’Afghanistan, solo in un mondo che non riconosce più come il suo e nel quale non sembra trovare un posto. I due si incontrano, decisamente si scontrano, instaurano una relazione che nel loro modo esclusivo e assurdo è incredibilmente sana, e di cui gli autori non hanno il timore di illuminare un aspetto sentimentale senza a tutti i costi voler definire, chiudere, etichettare. Ma i due non si muovono soli in un mondo a loro misura, li accompagnano personaggi altrettanto vividi. C’è un magistrale Mycroft Holmes, interpretato dallo stesso Gatiss, che rivolge al fratello parole che suonano come una profezia: «Tenerci non è un vantaggio». Il Detective Ispettore Greg Lestrade, che invece ci tiene eccome, e crede in Sherlock Holmes non solo come detective, ma anche come uomo. Una Irene Adler con una sua dignità narrativa, che supera il ruolo di raffazzonato love interest. La dolce Molly Hooper, che legge le persone, e infine la materna Mrs Hudson, che «non può lasciare Baker Street, l’Inghilterra cadrebbe!». Queste persone insegnano tutte qualcosa, a Sherlock, lo rivelano a se stesso per quello che lui non credeva di essere, ed è forse nel confronto finale con la sua arcinemesi Jim Moriarty che diventa chiaro il cuore della serie, e il motivo per cui noi la amiamo: questa non è la storia di come Sherlock Holmes ha salvato il mondo, ma di come il mondo ha salvato Sherlock Holmes. E’ il racconto di come il contatto con le altre persone abbia trasformato un “sociopatico ad alta funzionalità” in un uomo che salta da un tetto e copre di fango la propria genialità, pur di proteggere quelli a cui tiene. E questo senza tradirne lo spirito.

Quello in cui Dexter ha fallito, insomma.

Visto che ormai abbiamo riaperto la ferita (ma si era mai chiusa?) facciamo un attimo il punto della situazione. Oppure no, vedete voi: da qui in poi, lievi spoiler sui trailer e sul mini episodio Many Happy Returns, trasmesso la viglia di Natale.

 https://www.youtube.com/embed/JwntNANJCOE/?rel=0&enablejsapi=1&autoplay=0&hl=it-IT 

Sono passati due anni da The Reichenbach Fall, e un manipolo di fedeli non ha ancora smesso di credere in Sherlock Holmes. Tra questi c’è un insospettabile Anderson, lo ricordate? L’uomo che non doveva parlare o avrebbe abbassato il Q.I. del quartiere, il suo maggior detrattore. È solo il rimorso, a parlare, o ha scoperto qualcosa? Anderson, che a causa della sua ossessione è stato rimosso dal servizio, crede che Sherlock stia per tornare e cerca di convincere Lestrade della sua teoria, ma quest’ultimo vorrebbe soltanto dimenticare. Più o meno quello che sta cercando di fare John Watson, che esausto per il dolore e la fatica di continuare a difendere la reputazione dell’amico, ha traslocato dall’appartamento di Baker Street e sta per sposarsi, nella speranza di ricominciare finalmente a vivere. Come reagirà Sherlock ai cambiamenti che incontrerà al suo ritorno, e come lo accoglierà John? (Con un pugno in faccia, spero).

Sapremo finalmente come Sherlock sia riuscito a sopravvivere, o dovremo accontentarci delle false spiegazioni che lo staff ha girato apposta per ingannare i fan e evitare gli spoiler?

Non ci resta che aspettare il primo gennaio, che dopo due anni arriverà in un battito di ciglia. L’unica cosa in cui spero è che Sherlock conserverà ancora l’impressione data con A Study in Pink: quella di essere il più vicino possibile a ciò che Arthur Conan Doyle avrebbe scritto, se l’avesse fatto nel ventiduesimo secolo. 

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