Come reagiamo quando un dispositivo cambia?

DISPOSITIVI DI CONTROLLO

Twitter ha modificato il tasto blocca, salvo poi pentirsene poche ore dopo a seguito di una forte protesta degli utenti. Instagram lancia Instagram Direct, che permette di inviare messaggi diretti (o il secondo tentativo di Facebook per imitare Snapchat). Gmail modifica il modo in cui vediamo le mail. Ma tutti questi cambiamenti come influiscono sull’uso che facciamo di questi servizi?

Sono abbastanza vecchio da aver posseduto un cellulare alle medie. Era la fine degli anni 90, era un Nokia, era il primo assaggio di una dipendenza. Ricordo perfettamente il bizzarro fenomeno dello squillarsi, perché avevamo il cellulare ma mica un credito sufficiente. Ovunque fossi sentivo squillare, e occasionalmente vedevo altri ragazzi intenti a pigiare tasti durissimi, giocavano a Snake, clicliccliclcic. Non c’erano promozioni, 1000 sms gratis o Whatsapp, e ci si squillava, continuamente. Era un modo primitivo per flirtare ma anche per dire: “ti penso”. Era il Mi Piace di quando ero piccolo.

I dispositivi ci cambiano. Cambiano le nostre vite, il modo in cui passiamo le giornate: sono dispositivi di controllo. Abbiamo imparato a dare un valore numerico all’amicizia (e a modificare il concetto stesso di amicizia), a scrivere discorsi pubblici via status sapendo di essere letti, a costruirci un’identità specchio dando continui segnali sui nostri consumi culturali, a ritenere plausibile che il Presidente degli Stati Uniti sia in una classifica in cui figurano Lady Gaga e Justin Bieber, a cambiare foto profilo per mentire su di noi. Abbiamo imparato a autoscattarci, fare sesso, cucinare meglio, registrare i concerti. Lo smartphone sempre con noi, la musica potenzialmente 24/24, le mappe che ci dicono dove siamo. Ma cosa accade quando i servizi che usiamo —  Gmail, Facebook, Twitter eccetera — modificano termini di servizio o il proprio design? Qual è la nostra reazione?

Quando ho letto l’ingannevole titolo di Wired «With the New Gmail, People Will Know When You Open That Message» ho temuto fosse vero. Che una notifica al mittente avvisasse di quando ho letto la mail. La apocalittica fine della menzogna: «Scusami, non l’ho ancora letta la mail». Senza tatto o tattiche non esisterebbe neppure la diplomazia, figuratevi la pace online. E come me devono aver pensato le migliaia di persone che hanno condiviso quel titolo (e chi lo ha scritto). Ma rimaniamo calmi, per fortuna la realtà è molto più noiosa. 

Semplicemente quando apriamo una mail non dovremo più preoccuparci di cliccare su “visualizza le immagini”, perché ora saranno scansionate su server «sicuri» di Google e non più ospitate da server terzi. (Non ridete, dicono così nel comunicato: sicuri). Secondo Ars Technica e Readwrite, tra gli altri, è il modo in cui Google otteiene ancora più dati su di noi e contestualmente li toglie agli inserzionisti che usano la mail come forma di promozione (e sanno quando abbiamo visualizzato la mail, da dove, con quale IP). È un modo, pare, per spingere gli inserzionisti a spostarsi su AdSense e pagare direttamente Google. TechCrunch sostiene che una fonte anonima in Google rigetti questa tesi: chi fa marketing via mail potrà continuare a tracciare le nostre mail.

Poi c’è stata quella che verrà ricordata come la riforma più effimera di tutte, quella del tasto blocca di Twitter. Giovedì è stata apportata una modifica che rendeva possibile al bloccato continuare a vedere i tweet del “bloccante”; rendendo a quest’ultimo invisibili le notifiche di interazione. In pratica il tentativo era trasformare il bottone blocca in un silenziatore. Lo stalker non sapeva di essere bloccato e continuava a twittare. Un portavoce aveva specificato che tale novità era una soluzione a tutela degli utenti da ritorsioni di altri utenti, quelli infastiditi per essere stati bloccati. E questo già ci dice qualcosa che sappiamo/intuiamo: bloccare qualcuno in questa era di follower nel migliore dei casi genera imbarazzo per la sanzione ricevuta, nel peggiore genera aggressivi psicopatici schiumanti.

Dick Costolo, CEO di Twitter, ha inizialmente spiegato che la funzione tutelava le vittime di bullismo. Immediate le reazione via hashtag : «Il nuovo pulsante blocca è come un sistema di sicurezza che anziché tenere le persone fuori ti benda quando entri», scrive @edcasey; @red3blog scrive: «’ignorateli e la smetteranno’, è una cosa pericolosa da dire ai ragazzi vittima di bullismo e a chi è infastidito dagli stalker su twitter». La funzione blocco è stata riabilitata, con tante scuse di Twitter verso gli utenti. (Qui uno storify delle critiche) I bulli sono stati gli ingegneri di Twitter, per un giorno.

Il campione di modifiche è però Facebook. Il dispositivo di controllo più utilizzato è anche quello che apporta continui cambiamenti al design. La parabola è questa: novità > scriviamo quanto la novità sia inutile o fastidiosa > ci abituiamo. Ultimamente la notizia è l’introduzione di un nuovo pulsante, il sympathise. L’idea è quella di venire incontro a un problema di molti. Quante volte capita di voler empatizzare con un utente che esprime un’emozione negativa? Proprio qualche giorno fa un mio amico ha scritto: «Pistola alla faccia e iPhone rubato. Amici scrivetemi che mi volete bene qua su FB va’». I 74 like non erano proprio appropriati (non ci piace che sia stato vittima di un’aggressione a mano armata a Milano) ma era un modo per solidalizzare. Ecco un’ipotetico uso del pulsante sympathise.

I social network sono dispositivi di controllo. Facebook è una tecnologia disciplinare tanto quanto lo è il carcere o l’ospedale. Siamo modellati dai cambiamenti dell’architettura di design dei social (timeline su Facebook, integrazioni foto su Twitter), e dalle impostazioni (privacy, visibilità), e allo stesso tempo modelliamo questi dispositivi (come è accaduto per la grammatica Twitter: hashtag e menzioni inventate dal basso). È una negoziazione tra utente e macchina. Uno scontro che ha un unico vincitore.

In attesa si trovi un modo per farci camminare per strada senza rischiare di essere investiti (da altre persone che stanno messaggiandosi o controllando l’ultima notifica, come nel documentario di Werner Herzog «From one second to the next») speriamo solo una cosa: che Mark Zuckerberg non introduca la funzione impronte come accade nelle sex dating app. Sarebbe la nostra fine.