Economia orientaleComunità economica in Asia: l’Oriente teme l’effetto Ue

Il summit di Tokyo 2013

Il 2015 sarà l’anno di nascita della Comunità economica delle nazioni del Sudest asiatico. Questo è l’obiettivo fissato dai Paesi dell’Asean, l’organizzazione che riunisce gli Stati della regione. Dell’unione che guarda a quanto fatto nel corso degli ultimi sessant’anni nel Vecchio continente si è parlato nel corso del vertice di Tokyo che nel fine settimana ha celebrato quarant’anni di relazioni diplomatiche tra il governo giapponese e l’organizzazione.

Il tema in cima all’agenda non era tuttavia la cooperazione economica. Il summit è stato l’occasione per il primo ministro nipponico, Shinzo Abe, per denunciare l’istituzione di una zona di identificazione aerea, stabilita dalla Cina lo scorso 23 novembre, che comprende al suo interno le isole contese tra Tokyo e Pechino, chiamate Diaoyu dai cinesi e Senkaku dai giapponesi. Una presa di posizione che non ha mancato di suscitare la reazione del ministero degli Esteri cinese, che ha accusato Abe di sfruttare un incontro internazionale per lanciare calunnie.

La necessità di garantire la libera navigazione per mare e per aria è stato tuttavia uno dei punti della dichiarazione congiunta al termine del summit. Come il Giappone anche diversi paesi dell’Asean, Filippine e Vietnam su tutti, sono coinvolti in dispute territoriali con la Cina per il controllo di tratti di mare ricchi di materie prime e strategici per il controllo delle rotte.

Le nazioni del Sudest asiatico e la Cina sono pertanto impegnate a stabilire un codice di condotta che regoli le dispute, in modo di evitare tra gli altri incidenti e provocazioni come quelli che coinvolgono le navi per le ricerche petrolifere che trovano i cavi spezzati dai pescherecci. Pechino sembra però riluttante, almeno per il momento, ad accettare tale codice, preferendo gestire le dispute bilateralmente.

Durante il vertice, il governo giapponese ha inoltre rimarcato il proprio sostegno all’istituzione della comunità economica. Tokyo ha garantito fondi per 20 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni, così da sostenere i Paesi coinvolti e ridurre le disparità tra i vari componenti della futura unione. Come ricorca il quotidiano AsahiTokyo si sta concentrando sulla cooperazione con il Sudest asiatico in modo particolare dal 2012, quando le tensioni con la Cina si sono fatte più forti, con ripercussioni nei rapporti tra la seconda e la terza economia al mondo. Negli ultimi sei mesi gli investimenti nipponici nei dieci Paesi sono aumentati del 89 percento, toccando i 9,7 miliardi di dollari, con le case automobilistiche e le aziende elettroniche decise a delocalizzare nella regioneCon l’avvicinarsi del traguardo del 2015 si fa più vivace il dibattito sulle opportunità, i benefici e i rischi del mercato unico.

Tra i distinguo spicca quello dell’ex primo ministro malaysiano Mahathir Mohamad. «I Paesi più poveri tra i membri dell’Asean non sono ancora preparati per la comunità economica. Anche tra i più ricchi c’è chi ancora non è del tutto pronto», aveva spiegato mesi fa intervenendo a una conferenza a Bangkok sulle capacità dei vari Stati. L’unico Paese ad avere le carte in regola è Singapore, seguito dalla Malaysia, aveva aggiunto Mahathir, secondo cui bisogna guardare alla crisi dell’Unione europea e trarne una lezione anche per il Sudest asiatico. «Per prima cosa occorre capire perché la Ue è entrata in crisi. Una volta capite le ragioni potremo agire per evitare di fallire», ha spiegato al quotidiano thailandese The Nation.

Il progetto delineato dai leader della regione mira all’integrazione economica, all’istituzione di un mercato comune, al libero movimento di merci, servizi, capitali e lavoratori qualificati, così da poter competere a pieno nell’economia globale. Secondo l’ex uomo forte della Malaysia se si dovesse continuare a procedere al ritmo stabilito, alcuni Paesi potrebbero incontrare problemi. Perciò si chiede se non sia utile permettere a nazioni come la Cambogia, il Laos o la Birmania di continuare a proteggere le proprie economie. L’esempio che porta è quello di Spagna, Portogallo e Grecia, in particolare nel passaggio dalle valute nazionali all’euro, considerato un errore da Mahathir.

L’integrazione del Sudest asiatico sembra però procedere spedita. Secondo Le Luong Minh, segretario generale dell’Asean, è già stato fatto l’80 per cento di quanto stabilito nell’autunno del 2007 a Singapore, in occasione del 13esimo vertice dell’organizzazione. Il restante 20 per cento riguarda temi come il libero commercio e gli investimenti. L’ex numero uno dell’organizzazione, Surin Pitsuwan, preme invece affinché le 10 nazioni che compongono il blocco sviluppino i commerci all’interno del gruppo, a oggi appena un quarto dei 2mila e 700 miliardi di dollari dei loro scambi con l’estero combinati. Per il primo ministro di Singapore, Lee Hsien Loong, realizzare la Comunità economica dell’Asean è una questione di volontà politica, perché «difficoltà di tipo politico», sono temi come la liberalizzazione del commercio e l’abbattimento delle barriere non tariffarie.

Lee, citato lo scorso settembre dal Brunei Times, non crede si riuscirà ad arrivare al 100 per cento di integrazione entro dicembre 2015. Quest’obiettivo, spiega il figlio del padre padrone della città-Stato, Lee Kuan Yew, deve però diventare una priorità. «Ogni Paese ha industrie e prodotti considerati sensibili», ha sottolineato, mantenere o meno misure protettive è una decisione in mano alla politica. Una posizione che ha spiegato portando a esempio il caso delle compagnie aeree che ricevono finanziamenti statali e l’impatto, in negativo, che l’apertura delle rotte per garantire maggiori collegamenti tra gli Stati membri potrebbe avere su queste società.

«Una delle maggiori sfide sarà fare in modo che i Paesi membri collaborino per avere eguali benefici e una competizione salutare», ha detto il sindaco di Giacarta, Joko “Jokowi” Widodo, facendo gli onori di casa in occasione del meeting dei primi cittadini delle capitali del Sudest asiatico tre mesi fa. Proprio l’Indonesia, che a settembre ha alzato per la quarta volta in un anno il tasso d’interesse, è vista come uno degli Stati chiave della futura unione.

D’altra parte l’economia indonesiana conta circa per il 40 per cento dell’economia regionale, sebbene nell’ultimo periodo accusato segni di cedimento: crescita sotto il 6 per cento anche nell’ultimo trimestre, rupia ai minimi in quattro anni sul dollaro, fuga di capitali. 
In un commento pubblicato su diversi quotidiani asiatici, Simon Tay, presidente del Singapore Institute of International Affairs, lega il successo indonesiano a quello della comunità economica regionale. «Gli sforzi per risolvere i problemi possono fare coppia con gli obiettivi di una economia dell’Asean integrata. Le riforme per migliorare le infrastrutture e bilanciare i commerci e altri interventi possono far aumentare le sinergie e le connessioni nell’area. Questo migliorerà i fondamentali e proteggerà la regione», scrive Tay. E aggiunge: «Se l’Indonesia riuscirà in questo compito e a stilare un’agenda per riforme che integrino maggiormente la propria economia con quella regionale, questo sarà un’eredità duratura per la presidenza di Susilo Bambang Yudhoyono». E il prossimo anno nell’arcipelago si vota.

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