Conti pubblici e convergenza europea: a che punto siamo

Obiettivo crescita

C’è un punto su cui è difficile essere in disaccordo: al giorno d’oggi le notizie vengono consumate tanto velocemente che spesso una dichiarazione fatta il giorno prima viene smentita o superata il giorno dopo senza che nessuno più se ne accorga. Nel caso del rapporto dell’Italia con l’Europa ed i suoi criteri di convergenza, questa circostanza è diventata ormai una regola. Ma come stanno davvero le cose?

Facciamo un passo indietro. Maggio 2013, il Paese brindava alla chiusura della procedura di infrazione per deficit eccessivo attivata da Bruxelles quattro anni prima. Il deficit ritornava sotto la soglia magica del 3%, sembrava vivere un nuovo 25 aprile, un’altra “Liberazione”.

Si liberano nuove risorse”, “Ora più flessibilità per gli investimenti”. Poi si sparavano cifre a raffica: i più ottimisti parlavano di 8-10 miliardi, i più prudenti di almeno 3 miliardi. Da dove dovevano venire queste risorse? C’è una clausola nel Patto di bilancio, così come modificato dal cosiddetto Six Pack, che dice più o meno questo: posto che i bilanci degli Stati membri dovranno essere in pareggio o in attivo, assumendo come obiettivo di medio termine lo 0,5% di deficit in rapporto al Pil, si potrà, in condizioni eccezionali, “deviare” dal percorso di aggiustamento dei conti pubblici (0,5% annuo), purché ciò non infici il conseguimento del risultato finale del pareggio strutturale. Roba da alchimisti medievali, più che da ragionieri o da economisti. Ma tant’è. I nostri governanti, in preda ad una ingiustificata euforia, si dichiaravano fiduciosi che quella norma facesse proprio al caso nostro. Nel frattempo si mettevano a lavorare alla nuova Legge di Stabilità, che, in base alle nuove norme sul coordinamento delle politiche fiscali degli stati membri dell’Eurozona, quelle contenute nel cosiddetto Two Pack, deve passare per le forche caudine della Commissione. Come da protocollo, allora, il 15 ottobre scorso viene inviato a Bruxelles il disegno di legge contenente gli interventi di finanza pubblica per il triennio 2014-2016, per il relativo vaglio di conformità ai criteri di convergenza sottoscritti insieme agli altri partner dell’Unione monetaria.

Prima doccia fredda. La Commissione boccia la manovra presentata dal governo italiano, rilevando che in essa non si evidenziano interventi strutturali atti a garantire il rispetto delle regole sul deficit. Tale censura, tra l’altro, arriva proprio quando il disegno di legge è al vaglio del parlamento, dando luogo ad un cortocircuito tra le prerogative di quest’ultimo ed il potere di interdizione dei tecnici di Bruxelles. Ma anche qui siamo di fronte ad un’altra storia, quella che riguarda la nostra democrazia ed il rispetto della Costituzione. Torniamo ai conti. Il 21 novembre si riunisce l’Eurogruppo, con all’ordine del giorno la valutazione di quanto rilevato dalla Commissione a proposito dei bilanci nazionali dei paesi dell’unione monetaria. E qui, d’incanto, cambia la sonata. Italia promossa. Cos’è successo? Il tutto è racchiuso in una sibillina espressione, che viene fuori in sede di conferenza stampa, al termine dei lavori dell’organismo: “Misure aggiuntive”. Altre misure al di là della manovra? Aggiuntive a che cosa? Presto detto: la Commissione sorvola sui limiti della Legge di Stabilità, ma l’Italia deve impegnarsi a fare cassa con altri mezzi, per esempio con le annunciate privatizzazioni e la nuova spending review, per la quale c’è pure il commissario, Claudio Cottarelli, ex FMI. Una manovra, tra dismissioni e tagli alla spesa, che varrebbe ben 32 miliardi di euro in tre anni. Mizzica!

Avete capito? Ricapitoliamo: il nostro Paese, per guadagnarsi 3 miliardi da investire nella crescita (Sic!), si impegna a rastrellarne 32 attraverso interventi che avranno senz’altro un effetto pro-ciclico. Nulla di nuovo quindi, ancora nel solco dell’austerità. E che austerità! Tutto risolto, nondimeno? Macché, ancora una volta il diavolo ci mette la coda. Non è passata nemmeno una settimana dall’approvazione della Legge di Stabilità ed ecco che arriva un altro gavettone ghiacciato, questa volta da parte di Mr Olli Rehn, commissario europeo per gli Affari economici e monetari: “L‘Italia deve rispettare un certo ritmo di riduzione del debito, e non lo sta rispettando. Le nostre previsioni di febbraio saranno un appuntamento molto importante per l’Italia. Se il governo per quella data ci fornirà risultati concreti e soddisfacenti, ne terremo conto per calcolare i possibili effetti sui margini di manovra a disposizione del Paese”. Rimandati a febbraio, allora. Gli investimenti possono aspettare.

Che ve ne pare? Sembra una telenovela, o una barzelletta, per essere più realisti. Peccato che tutto ciò avviene in un Paese in recessione da quasi tre anni, con la più alta disoccupazione dal 1977. Impietosa, a tal riguardo l’ultima fotografia del Censis: una famiglia su 4 non ce la fa a pagare le tasse o le bollette e il 70% è in difficoltà se deve affrontare una spesa imprevista, crescono i numeri della nuova emigrazione, crollano i consumi, si accentua il divario tra nord e sud. Ma Saccomanni è ottimista: “Il 2014 sarà l’anno della crescita”. L’avevano detto anche i suoi predecessori, ogni anno, per l’anno successivo. Secondo le stime dell’Ocse forse una piccola inversione di rotta ci sarà l’anno prossimo, attestandoci di un decimale al di sopra dello zero. Una domanda semplice: di cosa stiamo parlando?