Così Renzi e Letta rischiano di perdere entrambi

Il segretario e il premier

«So che vorrebbero bloccarmi nella tela del ragno. Ma io scarto, e resisto». Dice così Matteo Renzi, e fa impressione notare la velocità con cui la sua posizione sia repentinamente cambiata. Renzi era inseguitore, ed è diventato inseguito, appena un minuto dopo la sua elezione a segretario del Partito democratico, nei giorni in cui sembra diventare strutturale il conflitto della sua leadership con il governo di Enrico Letta. 

Due giorni fa Renzi ha dato battaglia sulla web-tax (dove ha disconosciuto l’operato di Francesco Boccia, un uomo che oggi nel partito gli è vicino), e ieri sulla questione del gioco d’azzardo, dove il segretario del Pd è entrato in polemica con gli emendamenti votati in Parlamento dal suo stesso partito.

Ora il conflitto, con toni e accentuazioni più o meno forti, si propaga e si sposta su altri tre terreni altrettanto nevralgici e divisivi:

– le unioni civili (dove ad essere scontenta delle aperture di Renzi è l’ala cattolica),

– la legge elettorale (dove i problemi sono i rapporti con gli alleati centristi alfaniani),

– la nuova normativa sul lavoro (dove lo scontro è con la Cgil, contraria alla cancellazione dell’articolo 18). Qui non si capisce se il sindaco di Firenze abbia deciso di rallentare, quando dice: «Per me l’articolo 18 non è un totem». Ma curiosamente è la stessa espressione che adoperò Mario Monti quando il suo governo aveva iniziato a ballare su questo tema. 

È interessante capire se Renzi potrà tenere aperti contemporaneamente tutti questo fronti, a destra, a sinistra e al centro. Anche sulle unioni civili, d’altronde, nulla di nuovo: i nodi sul tavolo e i termini della questione (contratti civilistici, diritto di adozione) sono esattamente gli stessi che produssero il conflitto tra Margherita e Ds al tempo della legge sui Pacs. Il che vuol dire che nulla sembra cambiato negli ultimi quindici anni.

Se qualcuno partendo d queste sorprendenti coincidenze volesse esercitarsi sui corso e i ricorsi della storia del centrosinistra, potrebbe prendere in mano un libro recentissimo e illuminante Chi ha sbagliato più forte di Marco Damilano (edito da Laterza) dove il giornalista de L’Espresso ricostruisce venti anni di guerre intestine a sinistra. Leggendo due capitoli cruciali del libro di Damilano si scopre la sorprendente sovrapponibilità di questa dinamiche a quelle delle stagioni del passato.

Il conflitto tra Renzi e la Camusso, infatti, sembra il remake di quello tra D’Alema e Cofferati che andò in scena a cavallo tra il 1999 e il 2003. Mentre quello tra governo e partito incarnato dalla contrapposizione tra Letta e Renzi è molto simile, nella dinamica, a quello tra Romano Prodi e Walter Veltroni che si verificó tra il 2007 e il 2008. Un conflitto così duro che, nell’intervista a Damilano ancora oggi Veltroni lo nega: «Per difendere quel governo sacrificai molta innovazione contenuta nel mio progetto».  Anche qui la storia e le dinamiche si ripetono in maniera sorprendente: l’elezione di un segretario che è anche un potenziale candidato premier istituzionalizza un conflitto di linea che fino a quel momento era stato solo potenziale e lo fa deflagrare. Come andò a finire nel 2008 lo ha raccontato Prodi, con parole più o meno crude, prima da Fabio Fazio e poi allo stesso Damilano: «Dopo il discorso di Orvieto venne da me Clemente Mastella, apri la porta del mio studio, e mi disse che non aveva nessuna intenzione di “farsi fottere”». 

Il dilemma di Renzi in queste ore è tutto qui: se spinge sulla discontinuità grazie a cui ha vinto le primarie, rischia il conflitto con Palazzo Chigi e la rottura con i centristi che ieri avevano la faccia rotonda di Mastella e oggi il volto asciutto di Alfano. Il discorso di Veltroni a Orvieto (con l’annuncio che il Pd avrebbe corso da solo) fece perdere pezzi, a Prodi, sia a destra che a sinistra: la necessità del ricambio di leadership nel 2008 fece crollare il fragile equilibrio dell’Unione, e non fu più recuperato – come è noto – in campagna elettorale.

Anche oggi le “ristrette intese” riposano su numeri precari: ma ancora più forte è il logoramento della politica e il bisogno di Renzi di esprimere discontinuità. All’epoca c’erano due poli, ora ce ne sono tre, il che complica ulteriormente le cose. Anche perché “La tela del ragno” di cui parla Renzi ha al suo centro Enrico Letta: uno che la storia di Prodi la conosce bene, e non intende ripeterla.O i due ragazzi ex democristiani trovano un accordo stabile e di lungo periodo, oppure rischiano di perdere entrambi, come nel 2008 accadde a Prodi e a Veltroni. Ma è proprio questo accordo che avvolgerebbe Renzi nella ragnatela, costringendolo ad attendere il suo turno, mentre ha avuto una investitura oceanica per fare in fretta: il paradosso è tutto qui.