Ecco i 10 emergenti che sposteranno l’asse della Terra

Nuovi protagonisti

Dire che il mondo sta cambiando molto rapidamente è ormai un’ovvietà, tanto che non sorprende che TIME abbia deciso che un papa argentino meriti di succedere a un comunista cinese come personaggio dell’anno. Ma ovviamente la lista delle personalità che si sono distinte nel mondo emergente è molto lunga e articolata. Questa è la mia selezione, molto personale.

Un generale egiziano ha fischiato la fine della ricreazione per gli islamisti che credevano di avere la strada in discesa dopo la Primavera araba del 2011. Il cinquantanovenne Abdelfatah Khalil al-Sisi è ministro della Difesa e presidente del Consiglio supremo delle forze armate dal 12 agosto, nominato dallo stesso presidente Mohamed Morsi che ha poi abbattuto nel colpo di Stato del 3 luglio 2013.

Formato, come molti ufficiali egiziani, in un’accademia militare britannica e al United States Army War College, al-Sisi debutta in fanteria ma, dopo aver servito in Arabia Saudita, assume un incarico ben più importante – capo dei servizi segreti militari. Nazionalista e conservatore, tanto da aver consentito agli islamisti di integrare le accademie militari, ammira, e sarebbe arduo credere altrimenti, il generale Gamal Abdel Nasser. Il che non gli impedisce di essere convinto sostenitore dell’alleanza strategica con Washington.

In prima linea nel sostenere la messa al bando dei Fratelli musulmani, decisa il giorno di Natale, il generale è il deus ex machina delle discussioni sull’avvenire politico dell’Egitto dopo il referendum costituzionale del 14-15 gennaio. Sarebbe però ingenuo farne una caricatura del dittatore perennamente con gli occhiali da sole, a proteggerne le reali intenzioni. Pio musulmano, avrebbe però sangue ebraico nelle vene (da parte della madre, di origine marocchina) e paradossalmente non sono pochi gli israeliani che, di fronte alla sedicente crisi della democrazia nel paese della Stella di David, si augurano che un Morsi possa emergere anche sull’altro lato del Sinai. Per il momento è l’eroe della borghesia cairota – come testimoniano i cioccolatini con la sua effigie in vendita nelle pasticcerie della capitale.

Di un paio di settimane più anziano è Joaquim Benedito Barbosa Gomes, delle cui credenziali democratiche, invece, nessuno nutre dubbi. Già avvocato, professore e magistrato, presiede il Supremo Tribunal Federal, in altre parole è il capo del potere giudiziario brasiliano. Padre muratore, madre casalinga, con sette fratelli più piccoli, ha iniziato a lavorare a 16 anni per potersi mantenere mentre proseguiva gli studi nelle scuole pubbliche. Una volta iniziata, la sua carriera è stata una progressione quasi inarrestabile di successi, ritmata da soggiorni all’estero: a Helsinki come diplomatico, a Parigi per il dottorato a Panthéon-Assas, a Columbia e UCLA per fare ricerca sulla difesa dei diritti dell’uomo. Anche in Brasile dove la borghesia illuminata è poliglotta non sono in molti a parlare francese, inglese, spagnolo e tedesco, ancora meno i neri.

Nominato da Lula nel 2003, Barbosa è infatti il primo giudice di colore nel STF. Nel paese dove in teoria non c’è razzismo, solo un “mulatto scuro” e un “mulatto chiaro” erano stati giudici costituzionali. Presidente dal 10 ottobre 2012, Barbosa è strettamente associato al processo del mensalão e alla sentenza che ha condannato a pene di vari anni alcuni dei personaggi di punta dell’epoca Lula, tra cui il suo “primo ministro” (carica che formalmente non esiste in Brasile), per aver corrotto parlamentari dell’opposizione in modo da farli appoggiare il governo. Un’altra primizia per il STF, che dalla sua creazione nel 1824 non aveva mai condannato alcun politico.

Barbosa nel 2011 si pronunciò contro l’estradizione in Italia di Cesare Battisti, condannato per quattro omicidi compiuti nei primi anni Ottanta. Ora la storia potrebbe vivere una svolta, visto che uno dei condannati per il mensalão, col suo passaporto italiano, è riuscito a fuggire dal Brasile prima della condanna.

Barbosa gode di moltissime simpatie tra i giovani protagonisti del movimento di protesta contro corruzione e malgoverno che si è fatto conoscere nel mondo in occasione della Coppa delle Confederazioni di giugno e minaccia di concedere il bis durante la prossima Coppa del Mondo. Tanti consensi potrebbero spingerlo alla salita in politica, anche se l’aggressione all’ex-moglie nel 1985 rimane una macchia su un percorso professionale e personale quasi perfetto.

Quello di Usain St. Leo Bolt lo è, tanto che non c’è forse bisogno di presentare il più grande atleta di tutti i tempi, sicuramente quello che ha accumulato il più gran numero di record. Detiene quelli mondiali dei 100 e dei 200 metri, il primo a realizzare l’exploit da quando esiste il cronometraggio automatico; è stato il primo a vincere due volte l’oro olimpico sia nelle prove individuali, sia nella staffetta 4×100; e nel 2013, ai Mondiali di Mosca, ha conquistato tre ulteriori titoli, stabilendo anche qui un record assoluto, otto ori. Non a caso, oltre ad inanellare i riconoscimenti e i premi, è anche l’atleta meglio pagato nella storia dell’atletica leggera, soprattutto grazie all’associazione con Puma.

Bolt è un puro prodotto della scuola sportiva giamaicana, anche dopo il passaggio al professionalismo nel 2004, a 18 anni. Ha continuato a rifiutare le allettanti offerte del mondo universitario americano, preferendo rimanere ad allenarsi alla University of Technology, Jamaica, magari anche per seguire meglio l’adorato cricket. Quando iniziò ad uscire con una disegnatrice di moda bianca, la canadese di origini slovacche Lubica Slovak, l’eroe nazionale fu per la prima volta criticato dai media giamaicani, fino a convincere Bolt a rompere prima delle Olimpiadi di Londra. Da allora è uno degli scapoli più appetibili al mondo, tanto da essersi lamentato, tra il serio e il faceto, per le assidue attenzioni femminili di cui è oggetto sempre e ovunque.

Chi non rischia invece di essere criticato in patria, né probabilmente di passare per preda delle attenzioni del sesso debole, è il trentatreenne Sheikh Tamin bin Khalifa al-Thani, che a giugno ha preso le redini del Qatar dal padre, Hamad. Ha ricevuto un’eredità pesante: da sonnolenta capitale di uno statarello qualsiasi, Doha è diventata un polo economico regionale e le ambizioni del Qatar, ormai il paese più ricco del pianeta grazie alle sue ricchezze energetiche, sono diventate molteplici e su scala globale. Ma se la parola d’ordine è “continuità”, soprattutto nella gestione dello sterminato portafoglio di partecipazioni finanziarie accumulato in anni recenti, l’enfasi sta rapidamente cambiando.

La piccola penisola non può probabilmente permettersi di contestare l’egemonia dei potenti e ben più grandi vicini, Iran e Arabia Saudita, né ambire al ruolo di leader del mondo musulmano cui aspirano in tanti. Non a caso la principale decisione di Tamim, attualmente il più giovane monarca al mondo, è stata rimuovere il potente cugino Hamad bin Jassim al-Thani, ministro degli Esteri da vent’anni e primo ministro dal 2007. Troppi i rischi di lasciare HBJ spandere i proventi del gas qatarino nella costante promozione dell’immagine di Doha, in particolare in Siria dove è il principale sostegno all’opposizione islamista e in Egitto dove lo era del governo dei Fratelli musulmani. Senza dimenticare l’entusiasmo con cui HBJ si era offerto come mediatore per risolvere alcune delle più spinose questioni diplomatiche dei nostri giorni, dal Darfur al Cono d’Africa, dal conflitto palestinese a Cipro. Un’altra vittima collaterale del cambio di leadership sono le strutture parallele che si erano via via sostituite al governo formale: per esempio la potente Qatar Foundation, in mano alla moglie dell’ex-emiro, Sheikha Moza. È poi probabile che anche le risorse a disposizione di Al Jazeera, vero e proprio megafono della Primavera araba, ne risentano.

Al riparo rimane invece la Coppa del Mondo del 2022, che sarà il più grande evento sportivo mai organizzato nel mondo arabo. Del resto Tamim è il fondatore di Qatar Sport Investments, proprietario del Paris Saint-Germain F.C., e membro del Comitato Olimpico Internazionale. Non che manchino le controversie peraltro – i sospetti di corruzione nella sua assegnazione, i dubbi sulla sua organizzazione in estate e l’opposizione dei club al suo trasferimento in inverno, e lo scandalo delle condizioni di lavoro sui cantieri di stadi e altre infrastrutture.

Jack Ma, nome cinese di Ma Yun, la sua fortuna se l’è invece costruita con fatica, pietra su pietra, anche se i suoi negozi sono virtualissimi. Alibaba Group, che raccoglie una serie di fortunate iniziative commerciali intorno a Internet, ha realizzato a dicembre 2013 la più grande operazione pubblica di vendita. A inizio anno aveva annunciato ai dipendenti l’intenzione di lasciare l’incarico di CEO, proprio per agevolare la quotazione.

Nato a Hangzhou e inizialmente destinato a una carriera da maestro d’inglese, Ma cominciò a disegnare siti per società cinesi, prima di lanciare nel 1995 le Pagine Gialle cinesi, la prima società della New Economy nell’Impero di Mezzo. Dopo un passaggio nel settore pubblico, è nel 1999 che vede la luce Alibaba.com, una piattaforma per il commercio B2B che conta attualmente 79 milioni di membri e il cui successo è stato tale da convincere eBay ad abbandonare ogni speranza di operare in Cina. Una delle società del gruppo è Alipay, che gestisce i pagamenti online e di cui sono azionisti anche Yahoo e Softbank. Della società informatica giapponese Ma è amministratore, raro esempio di cinese, e più in generale di straniero, nel consiglio d’amministrazione di una grande società nipponica.

Ogni storia ha il suo personaggio cattivo e per questa scegliamo Dino Delano Bouterse. Non perché nessuno abbia più crimini da farsi perdonare, ma perché essere al contempo figlio di un capo di Stato, responsabile della Counter Terror Unit (CTU) che dovrebbe garantire la sicurezza nazionale e ospite delle carceri federali americane è di per sé un bel record.

Dino è figlio di Desi Bouterse, ex-militare e dodicesimo Presidente del Suriname. Nato in Olanda, ha avuto a che fare con la giustizia la prima volta nel 1994, a 22 anni, quando passò 5 mesi in carcere con l’accusa di aver fatto sparire tre narcotrafficanti brasiliani. Fu assolto perché il testimone che lo accusava ritrattò tutto al momento del processo, ma nel 2003 fu arrestato all’aeroporto di Curacao con un falso passaporto olandese, accusato questa volta di avere sottratto fucili e pistole alle forze armate nazionali. Nuova assoluzione, ma nel 2005 Dino fu condannato a otto anni di prigione, in Suriname, per traffico di droga e di armi.

A settembre le accuse contro Dino sono però arrivate a un livello superiore: tentativo di vendere narcotici negli Stati Uniti, possesso di armi e sostegno a Hezbollah. La giustizia americana avrebbe prove sia audio sia video delle promesse fatte a esponenti del gruppo terroristico libanese di fornire loro passaporti del Suriname e ospitalità nel paese. In attesa del processo, il figlio del Presidente continua a godere del pieno sostegno del governo, ma Paesi Bassi, Stati Uniti e Brasile, i tre paesi con maggiori interessi nell’ex Guyana olandese, manifestano le proprie preoccupazioni e sono pronti a far giocare le proprie ragioni.

In realtà un altro cattivo ci sarebbe, Tshering Tobgay. Che probabilmente non ha mai fatto male a nessuno, ma ha avuto l’ardire di distruggere una delle storie più belle degli ultimi anni, quella secondo cui le politiche pubbliche devono ambire a massimizzare la felicità. Peccato che in Bhutan, celebre per l’applicazione di questa teoria, le elezioni di aprile abbiano visto il trionfo del Partito Democratico Popolare, all’opposizione, e la nomina a Primo ministro di Tobgay.

Diplomato in India, ingegnere meccanico della University of Pittsburgh e Master in public administration di Harvard, ha iniziato la sua carriera professionale come dirigente del ministero dell’Istruzione, prima di lanciarsi in politica. Tobgay ha sconfitto il Druk Pheunsum Tshogpa, che per decenni ha messo in atto i procetti della Gross National Happiness (GNH), a man bassa – 32 seggi conquistati sui 47 a disposizione. Al di là del carisma personale del nuovo capo di governo, la ragione è semplice: il debito nazionale sta esplodendo, la valuta nazionale soffre, la disoccupazione cresce, la corruzione sembra fuori controllo, i giovani emigrano e gli anziani si tolgono la vita. Una combinazione fatale contro cui poco può la retorica del GNH. Anche perché Tobgay, evidentemente politico abbastanza navigato malgrado la giovane età, puntualizza che la nuova amministrazione si atterrà scupolosamente ai dettami del buddismo e che pertanto a Thimphu si massimizzerà la felicità senza bisogno di parlare di GNH.

E le donne, nelle economie emergenti? Probabilmente nessuna nel 2013 ha visto la propria ricchezza crescere più velocemente che Isabel dos Santos, che ha festeggiato i 40 anni con il titolo di donna più ricca e potente d’Africa. Laureata in Ingegneria al King’s College di Londra, la figlia del Presidente angolano José Eduardo dos Santos e della sua prima moglie, Tatiana Kukanova, si lanciò nel business nel 1997 – il Miami Beach di Luanda, un ristorante i cui considerevoli successi hanno accompagnato la trasformazione della capitale dell’Angola.

Per entrare nella classifica di Forbes ha però avuto bisogno di ben altri investimenti, soprattutto in Portogallo: 28,8% di ZON Multimédia (vale 385 milioni di dollari), 19,5% del Banco Português de Investimento (465 milioni) e il BIC Português (160 milioni). ZON (che è in processo di fusione con Optimus) e BPI (il cui maggior azionista è la Caixa spagnola) fanno parte del PSI20, l’indice principale della Borsa di Lisbona, mentre il BIC è cresciuto recentemente con l’acquisto del Banco Português de Negócios. In più, Isabel dos Santos possiede un quarto di Unitel, il principale operatore telefonico in Angola, e ha progetti minerari e agricoli con Arkady Gaydamak e Lev Leviev, uomini d’affari israeliani di origine russa.

Il fior fiore del capitalismo lusitano è (o è stato) socio di Isabel dos Santos e del marito Sindica Dokolo (di origine congolese): Américo Amorim (il re del sughero, uomo più ricco del Portogallo, che insieme all’impresa pubblica angolana Sonangol controlla Galp Energia dopo l’uscita parziale dell’ENI e che detiene 25% del BIC), Sonae (che controlla Optimus), il Grupo Espírito Santo (storico alleato della famiglia Agnelli, ha attività di credito, pesca e aviazione in Angola), Portugal Telecom (in Unitel), e Pedro Sampaio Nunes.

Dato che anche i miliardari hanno un cuore, Isabela si è sposata nel 2002 con Sindika Dokolo – una cerimonia intima, cui furono invitate circa 800 persone tra cui il fior fiore dei capi di Stato africani. Il marito – originario del Congo, di madre danese e cresciuto a Parigi – è imprenditore e soprattutto collezionista d’arte africana. La sua collezione, la principale al mondo, è stata esposta dappertutto in Europa e in particolare alla Biennale di Venezia, dove nel 2013 l’Angola ha vinto il riconoscimento per il miglior padiglione nazionale.

E per finire, come ha scritto Sylvie Kauffmann su le Monde, il titolo di sconosciuto dell’anno va a Sakthivel Kumaravelu. L’8 dicembre, la morte di questo immigrato indiano che lavorava nell’edilizia, in un incidente stradale apparentemente banale, è stato all’origine di scontri come Singapore mai ne aveva visti. Indignati per l’episodio, centinaia d’immigrati del sub-continente indiano, mal integrati nella città-Stato che li accoglie in condizioni spesso deplorevoli per mansioni che nessun locale è disposto a svolgere, hanno incendiato vetture e opposto resistenza anche violenta alla polizia.

Kumaravelu e i suoi fratelli, parafrasando Vittorio de Sica, sono gli eroi – solitamente invisibili e muti – della globalizzazione. Ce ne accorgiamo e c’indigniamo quando avvengono tragedie come quella di Lampedusa, ma ce ne dimenchiamo rapidamente. Non ci accorgiamo, oltretutto, che anche nelle migrazioni le cose cambiano: le dinamiche Sud-Sud sono sempre più importanti, mostrando l’ingenuità, oltre che la mala fede, di chi continua a sostenere che, in quelle che un tempo erano le periferie del mondo, tutti sognano solo di emigrare in Occidente per rubarci il posto di lavoro.

Perché emigrare dal Sud al Sud? Sicuramente per fuggire a guerre e persecuzioni: dei quasi 16 milioni di rifugiati nel 2010, nove su dieci stavano nel Sud (afghani in Pakistan e Iran e flussi spesso complicati tra paesi dell’Africa dell’Ovest). Ma anche per fuggire alla povertà e cercare migliori opportunità economiche: lo “stock bilaterale” più ingente sono i più di 3 milioni di bengalesi in India, seguiti dalle centinaia di migliaia di africani del Sud e dell’Ovest in Sudafrica. In generale sono migranti meno istruiti rispetto a quelli che partono per il Nord, ma anche qui le cose stanno cambiando: basti pensare agli imprenditori cinesi in Africa e ai commercianti africani in Cina, oppure ai veri e propri talenti, che siano i calciatori brasiliani in Asia o gli scienziati russi in Messico. Non sono necessariamente numeri modesti: nel 2005, quasi un migrante qualificato su cinque si trovava nel Global South.

Le reazioni nei paesi di destinazione, a Nord come a Sud, sono spesso simili. Citando il rischio che l’immigrazione metta in pericolo coesione sociale e benessere, è facile imporre misure restrittive e chiudere un occhio sulle discriminazioni. Per far fronte al crescente malcontento della popolazione locale – giovane, senza lavoro e scarsamente istruita – le autorità saudite non hanno saputo escogitare nulla di meglio che una politica di “saudizzazione” che dovrebbe portare all’espulsione di due milioni di stranieri nei prossimi due anni. Anche in zone, come l’Africa dell’Ovest, in cui la retorica dell’integrazione regionale è pane politico quotidiano, la realtà è fatta di politiche d’integrazione sociale inadeguate, che danno scarso rilievo a protezione e promozione dei diritti dei migranti.

Lentamente le cose progrediscono: per esempio in Marocco, dove una timida operazione di regolarizzazione è stata avviata qualche settimana fa’. Ma molta strada rimane da percorrere, ovunque, per concretizzare l’impegno sottoscritto nel 1990 con la firma della UN Convention on the Protection of the Rights of All Migrant Workers and Members of Their Families.