VideoreportageEsodati e disoccupati, homeless in centro a Milano

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MILANO – Accanto alle vetrine griffate, davanti agli ingressi delle banche, sotto i portici delle gallerie dello shopping a pochi metri dal Duomo e dal comando dei vigili. Incredibile. Quando il sole va via e il freddo comincia a gelare l’aria di Milano, li vedi sistemare un cartone a terra o, nei migliori casi, montare una tenda canadese tirata fuori da un trolley. È lì che riconosci i senza fissa dimora: disoccupati, esodati, immigrati, emarginati. Durante il giorno se ne vanno a spasso per la città, magari in compagnia di un cane, confusi nel fiume di gente delle vie del centro. La sera tornano nell’angolo di strada che li ha adottati. Secondo l’ultima rilevazione fatta da Istat, ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, Caritas e Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora, gli homeless solo a Milano sarebbero 13mila, su un totale di 47mila in tutta Italia.

«Home sweet home», scherza uno di loro mostrando il suo cartone-letto illuminato da una vetrina di abiti da sera femminili. In molti casi si creano gruppi di “vicini”, «per essere più sicuri», anche se, dicono tutti, «per strada non ci si può fidare di nessuno». È una lotta per la sopravvivenza, aspettando i volontari delle associazioni milanesi che si sono suddivisi la città per zone e giorni della settimana, in modo che ogni sera ci sia sempre qualcuno a distribuire cibo e bevande calde.

Come i volontari della Fondazione Progetto Arca, che ogni giorno tra Milano, Roma e Napoli offrono 800 posti letto e 2mila pasti caldi. Sono tutti ragazzi, con cappelli, guanti e sciarpe di lana. Si incontrano all’ora di cena due volte a settimana, indossano una pettorina azzurra e bianca, in una mano hanno carrellini pieni di panini al formaggio o al prosciutto, nell’altra termos di tè caldo zuccherato. Studiano una mappa e il percorso da fare. In alcuni casi sanno già chi troveranno, a volte li chiamano per nome. In poche ore due trolley pieni di panini vengono svuotati.

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I portici alle spalle di piazza San Babila, dove fino a poche ore prima ticchettavano i tacchi di milanesi e turisti, nelle ore della notte si riempiono di canadesi dai colori sgargianti. I volontari distribuiscono da mangiare per strada, propongono a tutti di andare a dormire nei centri di accoglienza. Tanti rispondono di no. Un no secco. Per gli immigrati irregolari c’è la paura di essere fermati; per molti, di mezzo si mette l’orgoglio; in tanti hanno i cani, che non possono entrare nei dormitori. «Di certo non abbandono il cane per dormire in un dormitorio. Lui è la mia famiglia», racconta Vittorio alla soglia dei 60 anni. E finché c’è qualcuno di cui prenderti cura, anche la vita per strada ha un senso.

Sono giovani, vecchi, di mezza età, uomini, donne. Ciascuno ha una storia alle spalle. Famiglie distrutte, figli che non incontrano da un pezzo, lavori che non esistono più, permessi di soggiorno scaduti, pensioni misere. Perché «con 800 euro al mese di stipendio, se paghi l’affitto, le bollette e compri da mangiare, non ti rimane più niente. Dormendo per strada non ho nessuna spesa. E vado avanti con 300 euro di pensione d’invalidità». La prima notte senza un tetto sulla testa è arrivata così, all’improvviso. Poi le notti sono diventate una, due, tre, cento. E anche il corpo si abitua ai dolori di un pavimento freddo. Nelle tende spuntano anche tablet e qualche cellulare da caricare nel bar accanto. Perché il tempo dovrà pur passare.

Molti sono ex lavoratori, vittime di fallimenti e liquidazioni d’azienda. Sotto un portico a pochi passi dal Duomo, un uomo di colore dai capelli bianchi ha radunato in un angolo tutti i suoi averi: qualche coperta e una valigia stracolma. Addosso ha un cappotto lungo ed elegante, e una sciarpa annodata al collo. È originario del Sudan e per tanti anni ha lavorato per una nota società di apparecchi telefonici. Alle spalle ha un matrimonio fallito e una casa alla quale ha dovuto rinunciare. Parla correttamente inglese, francese, italiano e arabo. Eppure la società intera lo ha “dimenticato” su un marciapiede, all’angolo di una strada qualsiasi. «Devo aspettare ancora sei mesi per avere la pensione. Poi potrò affittare una casa». Lo aspettano notti insonni di freddo e risvegli improvvisi al rumore dei camioncini per la pulizia delle strade.

La sua storia è simile a quella di tanti altri. Ci sono (ex) informatici, (ex) ingegneri, (ex) cuochi. Qualcuno è più lucido di altri. «Perché la strada è una ragnatela che ti fa cadere in una trappola». E con innumerevoli notti fatte di poche ore di sonno, si perde anche la cognizione del tempo. 

Non appena i volontari della Fondazione Progetto Arca cominciano a distribuire panini e tè, si vedono persone arrivare da tutti gli angoli. Una città nella città. C’è l’(ex) avvocato in doppio petto e i polsini della camicia sdruciti, che dice di aver lavorato «come consulente per un deputato. Poi per faide incrociate nel partito ho perso tutte le consulenze. La banca ha detto che dovevo rientrare su tutto, così ho dovuto vendere la casa e la macchina. Da poco ho ripreso a lavorare, faccio qualcosina, ma mi serve solo per pagare qualche debito». C’è l’esodato, che davanti a sé ha ancora tre anni prima di avere la pensione e che ha chiesto alla Caritas di offrigli qualcosa da fare «per far passare questi tre anni» in cambio di «qualcosa da mangiare». E c’è chi ormai si è rassegnato: «Da qui non me ne vado più, morirò per strada. A 41 anni ormai non mi fa lavorare più nessuno». 

Alla prima luce del giorno, si aprono le zip delle canadesi. Passa la guardia giurata di una banca. Saluta tutti. «Il nostro portiere», scherzano.È tempo di smontare le tende e infilare tutto negli zaini. Si vede già qualche fanatico del jogging, qualcuno in giacca e cravatta si muove di fretta verso l’ufficio, qualche altro porta a spasso il cane. Comincia una nuova giornata.  

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