Gli ebookGaetano Mosca: “Lo Stato si rafforza se ha meno poteri”

I CLASSICI DELLA LIBERTÀ IN EBOOK/4

Studiando la situazione del capoluogo siciliano sotto l’amministrazione spagnola, in questo suo scritto del 1902 intitolato La municipalizzazione del pane a Palermo nei secoli XVII e XVIII Gaetano Mosca unisce in un’unica lettura questioni di carattere economico e istituzionale. Il contesto è quello della decadenza di una società irrigidita da privilegi e blocchi sociali, all’interno della quale si decide addirittura di introdurre un monopolio della vendita del pane da parte del comune di Palermo. Ne risultò, in prima battuta, un prezzo sottratto per scelta politica a ogni rincaro e, in un secondo tempo, un debito fuori controllo che obbligò a innalzare il prezzo, causando la rivolta popolare del 1647. L’analisi di Mosca è primariamente storica e istituzionale, e mostra come egli avesse assai chiare le ragioni di fondo dell’economia liberale.

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L’INTERVISTA IMPOSSIBILE

L’interventismo statale genera un nuovo feudalesimodi Carlo Lottieri (Direttore Dipartimento “Teoria Politica”, Istituto Bruno Leoni)

Professor Mosca, Lei è stato universalmente apprezzato – durante la sua vita e anche dopo – come uno dei padri fondatori della scienza politica: in Italia e fuori dai nostri confini. Come giudica lo status della sua disciplina al giorno d’oggi?
Non mi è facile rispondere. Da un lato sono lieto di rilevare che le scienze sociali in generale e la scienza politica in particolare godano oggi di un favore ben maggiore che ai miei tempi. Certe ipoteche della filosofia idealista sono venute meno e ci si rende conto della necessità di esaminare il conflitto intorno alle istituzioni rifacendosi ai quadri di un’analisi oggettiva e rigorosa. Oltre a ciò, il prestigio degli studi che ho contribuito a fondare è oggi assai più consolidato che un secolo fa. Eppure…

Cosa c’è che non va?
La scienza politica a cui pensavo era certamente radicata nell’analisi empirica e quindi scevra da ogni ipoteca metafisica e da ogni filosofia della storia in qualche modo semplificatrice. Ho sempre ambito a dare scientificità alle discipline storico-sociali, ma non ho mai pensato che esse dovessero in qualche modo essere modellate sulla basi degli studi naturali. E così oggi mi pare che le ricerche sulla vita politica abbiano perso ogni profondità storica. Lo studio della politica troppo spesso sembra non avvertire che le questioni giuridico-istituzionali e la conoscenza delle dottrine politiche – che ho sempre considerato fondamentali – sono complementi irrinunciabili di una seria analisi della lotta per il potere.

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Venendo alla situazione dei Paesi europei, quale le pare la questione più degna d’attenzione?
Credo che taluni temi che sono stati al centro della mia riflessione restino di una notevole importanza ancora oggi. In primo luogo risulta evidente che è del tutto svanito il sogno di quanti ritenevano che la democrazia avrebbe superato la distanza tra governati e governanti. Oltre a questo, sembra chiaro che le difficoltà dei sistemi politici di questo inizio secolo poggino su formule politiche assai logorate. Un piccolo gruppo – l’insieme di quanti vivono di politica – domina la grande massa della società, ma non sempre è chiaro cosa ne legittimi il ruolo. Il mito della sovranità popolare continua a dominare la retorica pubblica, ma nessuno pare credere più veramente a queste favole “partecipative”.

Cosa vuol dire?
La mia tesi secondo cui non sono gli elettori a scegliere il ceto politico-parlamentare, ma è invece la classe politica a “farsi scegliere” dalla popolazione, mi pare che goda di un consenso sempre più ampio. Quando parliamo dello Stato democratico stiamo solo esaminando una peculiare modalità di selezione del piccolo gruppo in grado di egemonizzare il potere entro una data comunità.

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Di Lei si ricorda soprattutto il realismo politico, e dunque lo sguardo disincantato sulle istituzioni governative e sulle sue dinamiche spietate. Pochi però oggi ricordano come fosse favorevole a un’economia liberale, basata su una rigorosa limitazione dei poteri pubblici e di altri interventi regolatori.
Credo che la mia posizione fosse ragionevole allora e che lo sia ancora più oggi, alla luce dello sviluppo dell’interventismo pubblico. Ho sempre pensato che un potere autorevole e quindi meritevole di rispetto non possa invadere la società in ogni sua fibra e settore. Per giunta, una vera modernizzazione dell’ordine sociale deve evitare con grande cura quel tipo di azione statale che finisce per “feudalizzare” l’intera società, distribuendo favori ai vari gruppi e trasformandoli in caste protette. Sono le stesse esigenze di una vita politica dinamica a chiedere che si limiti la presenza dello Stato nell’economia.

Quale giudizio esprime, nel suo insieme, sul rapporto tra politica ed economia?
Si tratta di due ambiti autonomi, che rispondono a logiche distinte. La politica deve rifuggire le utopie del socialismo e della democrazia popolare, riconoscendo senza difficoltà – come ho detto – che ogni ordine si basa su un piccolo numero di governanti. Ci si deve allora impegnare affinché chi ha responsabilità sia in condizione di svolgere quel ruolo e goda del rispetto della cittadinanza. L’economia, però, segue altre logiche.

In che senso?
Un sistema produttivo dinamico, in grado di favorire lo sviluppo della civiltà, deve poggiare su proprietà privata e libero scambio. Ha bisogno di un sistema produttivo che responsabilizzi i soggetti, premi gli sforzi, stimoli comportamenti responsabili. Se il liberalismo politico talora pecca di utopismo, credo che in ambito economico la scuola liberale abbia più che un buon argomento dalla propria parte. Ogni forma di intervento statale finisce per alterare le normali logiche degli scambi di mercato. Né si deve credere che Karl Marx avesse ragione quando identificava economia e conflitto…

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Lei è sempre stato un netto avversario del socialismo. Non ha mai cambiato idea.
Marx è nel giusto quando individua all’interno della società una dimensione originariamente politica e conflittuale. Ritengo che sbagli, però, quando riporta sempre e solo allo sfruttamento capitalistico (e alla sottrazione del cosiddetto “plus-valore”) ogni relazione conflittuale. Io penso, al contrario, che il luogo della lotta più irriducibile sia proprio da riconoscere nella politica, che per sua natura porta taluni ad ambire al potere e altri a difendere le posizioni precedentemente acquisite. Nelle logiche economiche, di massima, prevale invece una qualche forma di cooperazione: basata su scambi e contratti.

Cosa consiglierebbe, quindi, alle società europee?
Di rafforzare le proprie istituzioni statali riducendone il raggio d’azione. Lasciando l’economia al libero gioco dei privati.

CHI È GAETANO MOSCA (1858-1941)

Gaetano Mosca (1858-1941) è stato uno dei padri fondatori della scienza politica. A lui si deve la teoria della classe politica, che influenzerà in maniera decisiva diversi studiosi, fra cui Joseph Schumpeter, Seymour M. Lipset e Charles Wright Mills. Al centro della sua riflessione c’è la tesi che ogni piccolo gruppo organizzato è sempre in grado di opporsi a masse disorganizzate. Tra le sue opere maggiori vanno ricordate Sulla teorica dei governi e sul governo parlamentare (1884), gli Elementi di scienza politica (1896) e la Storia delle dottrine politiche (1936).