Gramsci, il primo rottamatore, antenato di Matteo Renzi

Corsi e ricorsi

Con la vittoria di Matteo Renzi alle primarie democratiche sembrerebbe che una fase storica si sia chiusa. I burocrati, l’apparato delle sezioni, i grigi e ferrigni militanti del Pci spazzati via. Un nuovo partito, forse modellato sui democratici americani. Eppure un rottamatore c’era già stato nella politica italiana. E aveva iniziato la sua opera quando la situazione interna ed esterna era molto più difficile di adesso. E paradossalmente è proprio uno dei fondatori del Partito Comunista uno dei rottamatori di quella che allora era la classe dirigente del maggior partito della sinistra italiana, il Partito Socialista.

Si chiamava Antonio Gramsci, e si era fatto conoscere al grande pubblico come critico teatrale su L’Avanti negli anni Dieci del Novecento. Dopo la Grande Guerra, l’11 maggio 1919 fondò a Torino, insieme ad altri intellettuali dell’ala massimalista del Psi tra cui Togliatti, L’Ordine Nuovo. Un periodico che già dal nome prometteva un cambiamento radicale. E Gramsci, pur essendo un marxista rigoroso (non mancò comunque di criticare l’eccessivo “meccanicismo” di alcuni esponenti radicali) usò sempre l’arma dell’ironia per colpire in modo tagliente e incisivo i vizi di chi avrebbe dovuto cambiare completamente le cose nel nostro Paese. Già l’11 ottobre 1919 con un articolo intitolato “Sindacati e Consigli” colpiva uno dei pilastri dell’apparato socialista, definendo l’immobilismo dei dirigenti sindacali con una parola fulminante, “funzionarismo”:

«Gli operai sentono che il complesso della “loro” organizzazione è diventato tale enorme apparato, che ha finito per ubbidire a leggi proprie, intime alla sua struttura e al suo complicato funzionamento, ma estranee alla massa che ha acquistato coscienza dalla sua missione storica di classe rivoluzionaria. Sentono che la loro volontà di potenza non riesce ad esprimersi, in un senso netto e preciso, attraverso le attuali gerarchie istituzionali. Sentono che anche in casa loro, nella casa che hanno costruito tenacemente, con sforzi pazienti cementandola col sangue e le lacrime, la macchina schiaccia l’uomo, il funzionarismo isterilisce lo spirito creatore e il dilettantismo banale e verbalistico tenta invano di nascondere l’assenza di concetti precisi sulle necessità della produzione industriale e la nessuna comprensione della psicologia delle masse proletarie».

Subito dopo Gramsci rincarava la dose, prendendosela direttamente con i funzionari, accusati di trattare gli operai come “massa bruta”:

«Spiriti eminentemente burocratici, essi credono che una condizione obiettiva, radicata nella psicologia quale si sviluppa nelle esperienze vive dell’officina, possa essere superata con un discorso che muove gli affetti, e con un ordine del giorno votato all’unanimità in un’assemblea abbruttita dal frastuono e dalle lungaggini oratorie.
Oggi essi si sforzano di porsi all’“altezza dei tempi” e, tanto per dimostrare che sono anche capaci di “meditare aspramente”, rivogano le vecchie e logore ideologie sindacaliste, insistendo penosamente nello stabilire rapporti di identità tra il Soviet e il sindacato, insistendo penosamente nell’affermare che il sistema attuale di organizzazione sindacale costituisce il sistema di forze in cui deve incarnarsi la dittatura proletaria».

Il sindacato, dunque, andava rottamato e sostituito con una forma nuova di partecipazione dal basso, allora incarnata alla perfezione dai “Consigli”, modellati sulla base dei soviet russi. Qualche anno più tardi, falliti i consigli e l’occupazione delle fabbriche, il 21 gennaio 1921, Gramsci, Palmiro Togliatti e Nicola Bombacci si scindettero dal partito socialista formando il Partito Comunista d’Italia, per meglio attuare un cambiamento rivoluzionario nella Penisola. Gramsci non cessò nemmeno allora di sferzare i “riformisti”, soprattutto quelli nascosti nella Cgl, allora come oggi importante organo di potere, la cui obsolescenza era addirittura peggiore di quella dello stato liberale. Leggiamo cosa scrive in un articolo intitolato “La Confederazione Generale del Lavoro” datato 25 febbraio 1921:

«La Confederazione generale del lavoro (negli altri paesi esiste una situazione identica a quella italiana) è un meccanismo di governo che non può essere paragonato allo Stato parlamentare borghese: essa può trovare dei modelli solo nelle antiche organizzazioni statali assire e babilonesi o nelle associazioni guerriere che ancor oggi nascono e si sviluppano in Mongolia e in Cina. Ciò si spiega da un punto di vista storico. Le masse sono entrate nel movimento sindacale per la paura di essere schiacciate da un avversario che sanno strapotente e del quale non sono in grado di prevedere i colpi e le iniziative. Preoccupate di questa loro condizione di inferiorità assoluta, prive di ogni educazione costituzionale, le masse hanno completamente abdicato a ogni sovranità e a ogni potere; l’organizzazione è per loro diventata una stessa cosa con la persona dell’organizzatore, allo stesso modo che per un esercito in campo la persona del condottiero diventa il palladio della salute comune, diventa la garanzia del successo e della vittoria.
Sarebbe stato il compito del Partito socialista dare alle masse proletarie la preparazione politica e l’educazione costituzionale di cui esse difettavano. Sarebbe stato compito del partito socialista innovare gradualmente le forme organizzative e trasferire il massimo del potere nelle mani delle masse.
Il Partito non fece nulla in questo senso; l’organizzazione fu completamente lasciata in balìa di un ristretto gruppo di funzionari, che minuziosamente montarono su la macchina che oggi dà loro l’assoluto dominio. Sette anni senza congresso hanno permesso di più: tutto un nugolo di funzionari è stato scaglionato nelle più importanti posizioni, e si è costituita una fortezza imprendibile e inaccessibile anche ai più tenaci e volenterosi. Il Congresso socialista di Livorno si spiega solo per questa condizione di cose esistente nel campo sindacale: il Partito socialista è completamente caduto nelle mani della burocrazia sindacale che, del resto, col suo personale e coi mezzi delle organizzazioni, aveva procurato la maggioranza alla tendenza unitaria; il Partito socialista è ridotto a far da giannizzero ai mandarini e ai condottieri che sono alla testa delle Federazioni e della Confederazione».

Parole durissime, con i sindacalisti descritti come funzionari assiro-babilonesi e burocrati della peggior specie. Il 4 marzo seguente la critica si spinse ancora più in là e nell’articolo intitolato significativamente “Funzionarismo” sembra davvero di sentire un endorsement a Matteo Renzi, pur con tutte le diversità del caso:

«Il congresso confederale di Livorno è terminato. Nessuna parola nuova, nessun indirizzo è venuto fuori da questo congresso. […] l’unica preoccupazione della maggioranza del congresso è stata quella di salvaguardare e garantire la posizione e il potere politico degli attuali dirigenti sindacali, di salvaguardare e garantire la posizione e il potere (potere impotente) del Partito Socialista. […] La nostra lotta contro il funzionarismo sindacale non poteva essere giustificata meglio. […] Questi uomini non vivono più per la lotta delle classi, non sentono più le stesse passioni, gli stessi desideri, le stesse speranze delle masse: tra loro e le masse si è scavato un incolmabile abisso, l’unico contatto contatto tra loro e le masse è il registro dei conti e lo schedario dei soci. Questi uomini […] hanno paura della concorrenza, sono da capi, divenuti banchieri d’uomini in regime di monopolio, e il minimo accenno di una concorrenza li rende folli di terrore e di disperazione. […] I funzionari non rappresentano le masse. Gli Stati assoluti erano appunto gli Stati dei funzionari. Gli Stati della burocrazia: essi non rappresentavano le popolazioni e furono sostituiti dagli Stati parlamentari. La confederazione (CGIL ndr) rappresenta nello sviluppo storico del proletariato, ciò che lo Stato assoluto ha rappresentato nello sviluppo storico delle classi borghesi; sarà sostituita dall’organizzazione dei Consigli, che sono i parlamenti operai, che hanno la funzione di corrodere i sedimenti burocratici e di trasformare i vecchi rapporti organizzativi. E’ aumentato il nostro pessimismo, ma è sempre viva e attuale la nostra divisa: pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà».

Il distacco dal popolo, arroganza burocratica, ipocrisia. Tutte problematiche già presenti allora in quel partito socialista che pure aveva preso un brillante 31% alle prime elezioni politiche post-belliche. Ma come mai questo potenziale rivoluzionario non era stato sfruttato? Per Gramsci, a parte il crescente burocratizzarsi del Psi, il problema andava addirittura al cervello delle singole persone: semplicemente, i capi della Cgl o del Psi, vedevano gli operai in modo non troppi diverso da un qualunque industriale, come una massa bruta su cui un’aristocrazia rossa fonda il proprio potere parassitario. Un’aristocrazia che Gramsci definisce “Mandarini” nel suo editoriale del 23 giugno 1921 intitolato “La lotta su due fronti degli operai metallurgici torinesi”:

«Perché i comunisti chiamano mandarini i funzionari sindacali riformisti e non li chiamano con altri nomi, per es. Bonzi come in Germania, o in altro modo che indichi solo il dominio assoluto, I’intrigo burocratico per mantenersi al potere ad ogni costo, la prepotenza e l’altezzosità? Per questa ragione: perché i funzionari sindacali riformisti disprezzano le masse, sono convinti che gli operai sono tante bestie, senza intelligenza, senza carattere, senza principi morali, bestie che si tengono tranquille e mansuete dando loro modo di comprare un litro di vino e di andare all’osteria a ingozzarsi di cibo. I funzionari riformisti disprezzano le masse operaie cosí come i mandarini, uomini di alta casta, gente uscita dalla corte imperiale cinese, disprezzano i loro sudditi, ignoranti, sporchi, superstiziosi. Quando fu fondato L’Ordine Nuovo , settimanale e fu iniziata la campagna per i Consigli di fabbrica, che dovevano essere gli organismi in cui si incarna la tendenza storica proletaria verso l’autonomia industriale e l’autogoverno, i compagni de L’Ordine Nuovo erano continuamente tartassati dall’ironia rinocerontesca di tutti gli Oreste Bertero della Fiom: «Voi siete degli illusi, siete degli intellettuali non conoscete le masse operaie; gli operai sono egoisti, sono bestiame senza anima e senza intelligenza: bisogna trattarli col bastone, come i cani, e riempire il loro truogolo, perché si riempiano il ventre e siano tranquilli».

Quindi il partito che Gramsci aveva in mente, strutturato su una sinergia tra militanti coscienziosi e un’avanguardia colta e ardente, forse non vide mai completamente la luce, complice l’avvento del regime fascista e la sua prigionia che l’avrebbe portato alla morte il 27 aprile 1937. Rimasero però, anche nel Partito Comunista, tutte le pesantezze burocratiche del vecchio Partito Socialista. Senza la Rivoluzione, i rivoluzionari di professione rimasero solo politici di professione. Almeno fino a domenica sera.