Viva la FifaI nuovi padroni del calcio: Sulejman Kerimov

Estratto

Quello che segue è un estratto dall’e-book I nuovi padroni del calcio, edito da goWare.

A Sulejman Kerimov piacciono tanto le Ferrari, gli yacht e il calcio. La sua è una storia fatta di grandi eccessi e passi indietro. O forse sarebbe meglio chiamarle redenzioni. La prima avvenne sulla via di Nizza. Fulminato sul lungomare francese, andò a sbattere all’improvviso con la sua Ferrari Enzo contro un albero, mentre era in compagnia di una fotomodella (e non della moglie). Dopo la lunga degenza – e vari interventi che gli rimisero a posto il viso – il magnate russo, una volta uscito dall’ospedale, diventò improvvisamente amico di Vladimir Putin, anche se prima i due non potevano vedersi. Qualcuno disse che il tempo trascorso fuori dalla sala operatoria aveva dato a Kerimov il tempo di pensare e rimettere ordine nella propria vita. Qualcun altro, invece, ritenne che quell’incidente fosse stato ordinato dalle stanze del Cremlino, perché anche se la vecchia Urss non c’era più, era ancora in uso oleare per bene i potenti di turno, prima di mettersi in affari. Uno che lo aveva capito bene era Roman Abramovich, che aveva approfittato della Perestrojka assieme all’amico Boris Berezovksij per aprire agenzie di import-export nel mondo dell’energia. Abramovich, prima oleò per bene gli ingranaggi di Tatyana Eltsin, figlia di Boris, poi quelli di Putin, regalandogli di fatto la tv di stato russa. Certo lo fece in due modi diversi, ma il risultato fu lo stesso per le sue tasche. E anche per quelle di Kerimov, che aveva cominciato a diventare ricco a dire il vero già nella seconda metà degli anni Novanta. Anche lui nel campo dell’energia. E come Abramovich, Kerimov si buttò in politica. L’anno di svolta è il 1999. Kerimov arrivò dalla sua regione d’origine, il Daghestan, fino a Mosca, dove si comprò il colosso energetico Nafta che ristrutturò. Nel frattempo, colto da furore campanilistico, decise di rappresentare la sua terra natia alla Duma, la camera bassa del parlamento russo.

Ma per fare soldi bisogna investire, e per investire ci vogliono soldi, cioè una banca. Così Kerimov ci si infilò dentro, diventando uno dei maggiori azionisti della Sberbank, il più grande istituto di credito di tutte le Russie, una mossa che gli consentì di ottenere finanziamenti a tassi agevolati, ma senza pendenze legali a proprio carico. Poi entrò pure nel bouquet di azionisti di Gazprom, visto che c’era, perché il suo interesse è il comparto energetico. Interesse: una parola che si presta a vari significati.

Una delle sue compagnie petrolifere fu coinvolta, nel 2004, nello scandalo “Oil for food”, programma istituito in Iraq tra il 1995 e il 2003 per permettere al paese di vendere petrolio in cambio di beni umanitari come medicine e cibo. Dal 2000 indagini interne all’Onu cominciarono a mettere in luce che il programma era molto vulnerabile e aveva alimentato un sistema di tangenti e corruzione che coinvolgevano il governo iracheno, funzionari dell’Onu e imprenditori stranieri, tra cui Kerimov, che ne uscì pulito, tanto che poté continuare a dedicarsi agli affari. Nel 2005 si diede ai metalli e comprò Polymetal, che possedeva cave d’argento e oro in Russia. Nel 2007 l’abile speculazione: Kerimov quotò l’azienda a Londra e ne rivendette il 70% ad altri imprenditori. Nella sua vita non manca neppure la politica. Eccessi e ripensamenti. Entra nella Duma con il partito d’ispirazione neofascista guidato da Vladimir Zhirinovsky, poi passa al raggruppamento Russia Unita di Vladimir Putin, che però è costretto ad abbandonare quando il Cremlino decide di espellere dal partito i parlamentari con più di un milione di dollari di patrimonio. E Kerimov era tra questi grazie ai suoi impressionanti guadagni: nel 2008 “Forbes” gli attribuiva un patrimonio di 17,5 milioni. Nascono così i contrasti con il Cremlino, passati subito dopo l’incidente con la Ferrari, nel 2006.

E poi il calcio, certo. Abramovich nel 2003 si comprò il Chelsea e, affascinato dall’idea di scontrarsi con Kerimov sui campi di calcio, come fosse un fantacalcio tra ricconi, gli suggerì di acquistare un club. Così il daghestano, tramite la Nafta, provò a comprare la Roma. I giornali italiani cominciarono a interessarsi a lui. Nel 2004, durante le trattative con l’allora proprietario dei giallorossi Franco Sensi, “la Repubblica” gli fece i conti in tasca e poi aggiunse: “La stampa rosa moscovita lo considera come un habitué delle cronache mondane del jet set russo e gli ha attribuito tra l’altro un flirt con la vistosa ballerinatop model Anastasia Volochkova, allontanata di recente dal Bolshoi per i suoi capricci e protagonista di una lunga querelle legale con il celeberrimo teatro moscovita”. Eccessi e passi indietro, dicevamo. Kerimov ama esagerare, come quando, sul suo gigantesco yacht di 90 metri “Ice” spese 1 milione di dollari per avere Shakira e Christina Aguilera a cantargli “Buon compleanno” (ne compiva 40, per la cronaca), ma mai quanto gli eccessi nel mondo del pallone, già dorato di suo.

Veniamo così ai giorni nostri. Nel gennaio del 2011, sempre colto da furore campanilistico, Kerimov compra una squadra della sua regione: l’Anzhi. Vuole trasformarla nel Chelsea russo e comincia a spendere. In tanti sorridono, quando il suo entourage arriva in centro a Milano per andare da Massimo Moratti e comprare Samuel Eto’o. In tanti piangono, soprattutto gli interisti, quando l’entourage se ne torna in Russia con il cartellino del camerunense, al quale vanno 20 milioni di euro all’anno e benefit come la casa di Mosca e l’aereo privato per andare a giocare le partite: vivere in Daghestan è noioso, meglio la capitale. Kerimov spende un sacco di soldi: 25 milioni di euro per il cartellino di Eto’o, 35 per il brasiliano Willian dallo Shakhtar Donestk, 19 per Aleskandr Kokorin, esclusi i costi per gli ingaggi. Dota la squadra di un budget di 83 milioni annui, ma i risultati non arrivano.

E come un copione che si conosce già, ecco la redenzione. Kerimov taglia i costi e diventa l’anti-Abramovich. Mentre il suo amico a Londra continua a spendere come un pazzo, lui ridimensiona tutto. Il simbolo del nuovo corso sta proprio in quell’assegno da 37 milioni di euro che Abramovich stacca a Kerimov per prendersi Willian. Il budget della squadra viene ridotto di quattro volte. Anche qui, a voler ben vedere, si nasconde un eccesso: Kerimov diventa il primo nababbo del nuovo calcio del duopolio russo-arabo a smettere di spendere e a introdurre un bilancio ragionato. Colpa del fair play finanziario? Macché. Kerimov, a inizio settembre 2013, risulta ricercato dall’Interpol. Il mandato d’arresto internazionale è stato emesso in seguito all’inchiesta sulla società di fertilizzanti russa, la Uralkali, di cui Kerimov è azionista di maggioranza. L’oligarca russo rischia 10 anni di carcere e il sequestro di tutti i suoi beni, per abuso d’ufficio e di potere. Un altro eccesso, insomma. Ma c’è l’amico Putin, pronto a difenderlo, tramite il suo portavoce, Dmitry Peskov. Il premier ha espresso la volontà di tutelare gli interessi dei cittadini e delle aziende russe, «in quanto è questo il principio guida della leadership russa». Meno male per lui che Kerimov si è redento, quella volta a Nizza. Anti-Abramovich sì, anti-Putin meglio di no.