Il 30% degli italiani a rischio povertà

Il 30% degli italiani a rischio povertà

Quasi il 30% degli italiani è a rischio povertà o esclusione sociale, quasi un terzo della popolazione. Rispetto al 2011, l’indicatore cresce di 1,7 punti percentuali, ed è 5,1 punti maggiore di quello medio europeo. Aumenta la quota di famiglie severamente deprivate, dall’11 al 14,5 per cento. La quota di persone che vivono in famiglie a rischio di povertà è invece stazionaria al 19 per cento, così come quella relativa a persone che vivono una “bassa intensità lavorativa” (10,3%). Lo dicono gli ultimi dati Istat sul reddito e le condizioni di vita in Italia. 

I valori più elevati di rischio povertà o esclusione sociale si registrano tra i residenti nel Mezzogiorno (48%), tra le famiglie numerose (39,5%), tra le famiglie monoreddito (48,3%) e tra quelle con tre o più figli (39,8%), soprattutto se minori (48,3%). 

Aumenta fino al 42,5% la quota di individui in famiglie che dichiarano di non poter sostenere spese impreviste pari o superiori a 800 euro. La quota di quelli che non possono permettersi una settimana di ferie all’anno lontano da casa sale dal 46,7% al 50,8%; quelli che non possono permettersi un pasto proteico ogni due giorni crescono al 16,8%; mentre tocca quota 21% la percentuale di coloro che dichiarano di non poter riscaldare adeguatamente la casa. 

IL DISAGIO ECONOMICO CRESCE NEL MEZZOGIORNO E TRA I LAVORATORI AUTONOMI. Quasi la metà dei residenti nel Mezzogiorno (48%) è a rischio povertà ed esclusione sociale. Le situazioni di difficoltà si registrano soprattutto nelle famiglie con cinque o più componenti e nelle famiglie monoreddito (dove tutti gli indicatori raddoppiano rispetto alle famiglie con due o più redditi). 

Nel 2012 la severa deprivazione aumenta di più fra le persone che hanno come entrata familiare principale un reddito da lavoro autonomo rispetto a quelle con un redito prevalentemente da lavoro dipendente. Per la prima tipologia ad aumentare è soprattutto l’incapacità a sostenere spese impreviste, a fare una settimana di ferie all’anno e a riscaldare adeguatamente l’abitazione. 

La tipologia familiare meno esposta a povertà e deprivazione è quella delle coppie senza figli: il rischio povertà e la severa deprivazione sono inferiori alla media di circa 8 e 5 punti percentuali. Le coppie con uno o due figli, invece, mostrano livelli di rischio più contenuti rispetto alle persone che vivono da sole, anche giovani. Risultano invece più vulnerabili le famiglie che hanno tre o più figli. Elevati livelli di rischio di povertà o esclusione sociale si osservano tra le famiglie con figli dove è presente un solo genitore (41,7%) e tra gli anziani soli (38%). 

NEL SUD E NELLE ISOLE REDDITI FAMILIARI PIÙ BASSI DEL 27% RISPETTO AL NORD. Il reddito medio netto degli italiani nel 2011 è di 29.956 euro, circa 2.496 al mese. Tuttavia, la distribuzione dei redditi è asimmetrica e la maggioranza delle famiglie ha conseguito un reddito inferiore all’importo medio. Il reddito più elevato si registra tra le famiglie settentrionali. Ma dipende anche dalla tipologia familiare: per le famiglie monoreddito ci si ferma a 16.504 euro; per quelli che hanno un reddito principale da lavoro autonomo il reddito ammonta a 31.216 euro l’anno, valore che scende a 29.808 euro per le famiglie con reddito da lavoro dipendente e a 19.019 euro per quelle che vivono di pensioni o trasferimenti pubblici. Sono gli anzini soli a disporre, comunque, del reddito netto meno elevato: la metà ha avuto nel 2011 meno di 13.299 euro.

Nella distruzione del reddito ci sono anche differenze di genere notevoli. Quando il principale percettore è donna, il reddito mediano è inferiore di circa un terzo rispetto alle altre famiglie. 

I redditi più alti si registrano nelle province autonome di Trento e Bolzano, in Lombardia, Emilia Romagna e Lazio. I redditi più bassi, invece, sono in Sicilia, Basilicata, Calabria, Campania e Molise. 

Notevoli differenze si osservano anche rispetto alla principale fonte di reddito familiare: ben il 90% delle famiglie il cui reddito prevalente è una pensione (o un altro trasferimento pubblico) ha redditi inferiori ai 40mila euro (un terzo sotto gli 11 mila), contro il 69% di quelle con fonte principale da lavoro autonomo (17% sotto gli 11mila) e il 77% (12% sotto gli 11mila) di quelle con fonte principale da lavoro dipendente. Nella parte più ricca della distribuzione, sopra i 60mila euro, si posiziona il 13% delle famiglie che hanno come entrata principale un reddito da lavoro autonomo, contro il 6% di quelle di lavoratori dipendenti e il 3% di quelle di pensionati.