Il colpo che sogna Renzi: Landini e Bonanni a braccetto

Le idee del segretario

Ma quando parte davvero il nuovo piano del lavoro di cui da giorni tutti i quotidiani anticipano qualcosa che ancora non è stato messo nero su bianco? Yoram Gutgeld, deputato renziano e cervello della squadra che sta lavorando sul nuovo congegno legislativo voluto dal neoeletto leader del Pd mette le mani avanti: «Dateci tempo, stiamo facendo i conti adesso. Il Paese – spiega – è stato costretto ad aspettare decenni, adesso i giornali potranno pazientare qualche ora. Anzi, di più. Ci vorrà almeno un mese».

Vero. Ma intanto il treno della comunicazione è già partito. Renzi, infatti, ha già annunciato quale sarà il cuore del nuovo progetto: contratti d’ingresso per i più giovani, senza articolo 18 per tre anni, e in cambio un sussidio di disoccupazione, un salario minimo a tutti coloro che restano a terra. In un Paese in cui si firmano quasi due milioni di contratti di lavoro l’anno, se questo contratto dovesse diventare davvero “il” contratto, questo significa che i costi del nuovo sussidio potrebbero diventare molto alti, tutti da calcolare,  e anche che il nuovo modello potrebbe imporsi su tutti gli altri, almeno per i neoassunti.

Un piano che a sentire queste prime anticipazioni pare figlio non tanto delle proposte di Pietro Ichino, ma – con tutte le contenzioni del caso – di quelle di Tito Boeri. Eppure, nel momento in cui apre “verso destra” toccando il “totem” (la definizione è sua) dell’articolo 18, Renzi celebra un feeling sorprendente con Maurizio Landini, il leader indiscusso della Fiom e della sinistra sindacale. Possibile? Sì, possibile: se non altro perché Renzi ha in mente un doppio colpo, e lo ha ventilato a Landini nel primo incontro che ha avuto con lui: concedere “a destra” la cancellazione dell’articolo 18 e “a sinistra” ( cioè alla Fiom) una legge per cui i metalmeccanici della CGIL si battono da quasi un decennio: quella sulla rappresentanza. A Renzi, che si considera figlio delle primarie, sembra infatti che l’introduzione del gradimento dei lavoratori sui sindacalisti possa essere l’ultimo anello di una rivoluzione che deve cambiare la sinistra. E pazienza se questa volta a soffrire potrebbe essere Bonanni. 

Ma al di là della tattica, senza dubbio intrigante, ci sono due domande da farsi. Era davvero l’articolo 18 il freno principale alle nuove assunzioni?

La domanda è legittima, perché già la legge Fornero aveva eliminato l’obbligo del reintegro in caso di motivazioni economiche. E soprattutto perché la discussione assomiglia a quello sull’uovo e la gallina. Oggi non si assume perché si teme di non poter licenziare, oppure perché si è certo di non aver bisogno di capacità produttiva per via della crisi? Ecco perché la scelta di Renzi è gravata da un punto interrogativo: sposta il grosso degli investimenti sul piano delle tutele, e il cuore del problema sul contratto di lavoro. Se c’è la possibilità di licenziare il contratto diventerà più sexy per gli imprenditori. Il che è possibile. Anche se il dubbio di fondo è che per diventare più sexy un contratto debba diventare non più flessibile, ma meno costoso. Se non si cancellano le altre forme di contratto più flessibili, infatti, c’è il rischio che il contratto depotenziato non sostituisca la foresta dei contratti precari, ma ne diventi solo un nuovo ramo, e nemmeno il più basso.

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