“La proprietà privata permette di prendere decisioni”

I CLASSICI DELLA LIBERTÀ IN EBOOK/6

Con questo articolo del 1920 intitolato Il calcolo economico nello Stato socialista, Ludwig von Mises porta un attacco radicale a ogni forma di pianificazione, prefigurando con grande anticipo il crollo dei Paesi a socialismo reale. Sviluppando le proprie ricerche all’interno del paradigma della Scuola austriaca, sulla scorta della lezione di Carl Menger ed Eugen Böhm-Bawerk, egli dimostra come entro un regime socialista l’assenza della proprietà privata dei mezzi di produzione impedisca l’emergere di prezzi liberi (frutto di negoziazioni di mercato). Essendovi solo tariffe fissate d’autorità, nessun attore economico può allora disporre delle informazioni veicolate dai prezzi, ed è dunque normale che si abbia una sovrapproduzione di beni poco richiesti e, all’opposto, una sottoproduzione dei beni di cui ci sarebbe più bisogno. Nell’insieme, l’intera vita economica precipita nell’irrazionalità.

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L’INTERVISTA IMPOSSIBILE
Di Carlo Lottieri (Direttore Dipartimento “Teoria Politica”, Istituto Bruno Leoni)

Professor Mises, quale bilancio si sente si fare – a quarant’anni dalla sua dipartita – in merito al suo lascito intellettuale? È soddisfatto o no di come le sue ricerche sono state variamente riprese e sviluppate?
Non mi è facile rispondere. Da un lato non c’è dubbio che vi sia una rete internazionale di studiosi che ha in vario modo innovato quel filone di studi su cui ho lavorato per decenni, sviluppando soprattutto la lezione di Carl Menger. C’è anche un gran numero di istituti che porta il mio nome: in tantissimi Paesi. In un certo senso credo che pochi intellettuali del Novecento abbiamo avuto tanta attenzione. Eppure…

Cosa c’è che non va?
Mi pare abbastanza evidente che le posizioni culturali e metodologiche da me interpretate – il mio liberalismo di “scuola austriaca”, basato in primo luogo su una teoria rigorosamente soggettiva del valore e quindi sul rifiuto di ogni positivismo – siano state messe ai margini degli studi accademici. Ovviamente l’economia insegnata nelle università è oggi qualcosa di assai diverso rispetto a quanto era negli anni che hanno visto apparire le mie prime ricerche. Però quella era un’epoca che vedeva un confronto assai aperto tra le varie tesi. Oggi invece prevale un’ortodossia piuttosto chiusa su se stessa, che tende a riprodursi nell’assoluta incapacità di mettere in discussione i propri presupposti, anche in ragione di indici bibliometrici e criteri di valutazione degli studi che quasi impongono di pubblicare su determinate riviste e di conseguenza aderire a taluni schemi concettuali. Con gravi conseguenze pure sulla società nel suo insieme.

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Perché dice questo? Che relazione vede tra il dominio degli orientamenti variamente neoclassici o keynesiani e l’andamento della società dell’economia?
In definitiva, le politiche dei Paesi occidentali sono ormai caratterizzate da interventismi di vario genere (tassazione, nazionalizzazione, regolazione) che possono essere difesi solo a partire da quel tipo di rappresentazione assai semplificata dell’economia, che rinvia a modelli assai ingenui. Non c’è dubbio che vi siano differenze significative pure all’interno del mainstream economico, ma se il senso autentico della lezione austriaca fosse stato compreso e se ad esempio s’intendesse che, nella soggettività dei punti di vista, ogni scambio è per definizione produttivo di valore (perché vi partecipa solo chi ritiene di uscire “migliorato” da quell’interazione), la regolazione dovrebbe essere bandita.
Il ceto politico ha però bisogno di una scienza economica accomodata ai suoi interessi.

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Stati Uniti ed Europa si trovano da alcuni anni nel cuore di una crisi che però è addebitata proprio a quel capitalismo di mercato che Lei vorrebbe difendere…
La situazione disastrosa in cui si trovano America ed Europa è figlia di un continuo intervento nelle logiche di mercato: di una manipolazione della proprietà privata e, di conseguenza, anche dei prezzi. In particolare si è distrutta la moneta di mercato, soprattutto quando l’apparato monopolistico che la produce e l’amministra (banca centrale) ha fissato tassi di interesse artificiosamente bassi. In tal modo si è prodotta un’espansione monetaria che ha favorito ogni genere di cattivo investimento e ha amplificato cicli economiche che, entro certi limiti, sono inevitabili, ma che vengono esasperati dai “fallimenti di Stato”.
In particolare, manipolando il prezzo del denaro si ha prodotto una situazione nella quale esso non ha potuto aiutare a distinguere, come invece dovrebbe fare, tra buoni e cattivi progetti. Di conseguenza si è investito in maniera spropositata e irragionevole nel settore immobiliare: tanto più che le garanzie governative hanno ridotto quella prudenza che deve sempre guidare gli attori di mercato. Ma se si ha la convinzione che in caso di difficoltà il governo interverrà a propria tutela, non ci sono molte ragioni per agire con oculatezza.

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A giudizio di taluni critici la sua difesa della proprietà privata sembra avere toni “ottocenteschi”. Come risponde a tali attacchi?
Credo che la proprietà sia da difendere quale garanzia fondamentale di libertà. Quando siamo proprietari decidiamo noi; quando siamo cittadini decide l’apparato politico e amministrativo. Mi conceda un’autocitazione, tratta dal mio volumetto intitolato Burocrazia, dove affermo che vi sono «due metodi contrari di fare le cose: quello in cui ad agire è il cittadino privato e quello in cui operano le autorità amministrative dello Stato e delle municipalità». In secondo luogo, senza la proprietà – o anche quando essa è in vario modo manipolata da tassazione e legislazione – non possiamo disporre dei prezzi di mercato, che sono la condizione fondamentale di un agire economico razionale.

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Dato il prevalere di una cultura ampiamente illiberale e in ragione degli interessi in gioco (schierati a difesa di ogni forma di interventismo), sembra quindi difficile essere ottimisti. Ne conviene?
Non direi. Quando nel 1920 pubblicai il mio articolo sull’impossibilità del calcolo economico sviluppai una riflessione teorica che, mi sento di poter dire, mantiene tuttora una sua attualità. La manipolazione artificiosa del mercato e della moneta produce effetti disastrosi, ma alla fine la realtà impone le proprie regole. Non so dire quando e a quale prezzo, ma credo che le economie occidentali presto dovranno prendere atto del fallimento dell’interventismo esattamente come – un quarto di secolo fa – hanno dovuto farlo i Paesi a socialismo reale.

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Un eventuale acutizzarsi di questa crisi potrebbe rimettere in discussione pure lo Stato nazionale ereditato dal diciannovesimo secolo. Con quali conseguenze?
Come ho avuto modo di scrivere ne Lo Stato onnipotente, in un mondo in cui prevalessero i valori del rispetto reciproco e del liberalismo «le frontiere sarebbero tracciate sulle mappe ma esse non impedirebbero le migrazioni di uomini e il traffico delle merci». In questo nuovo contesto internazionale dovrebbe essere preso sul serio il diritto all’autodeterminazione di ogni comunità locale e di conseguenza vedremmo emergere molti piccoli governi cantonali, orientati a vivere in pace tra loro e disposti a lasciare la massima libertà alle persone e alle imprese.
Il programma liberale è sempre stato basato su pace e commercio: continua a esserlo ancora oggi.
 

CHI È LUDWIG VON MISES (1881-1973)

Ludwig von Mises (1881-1973) è stato uno dei maggiori scienziati sociali del Novecento. Ebreo originario della Galizia, ha operato a lungo a Vienna, prima di lasciare l’Austria e accettare una cattedra a Ginevra. In seguito si trasferirà in America, insegnando alla New York University dal 1945 al 1969. Le sue principali opere sono “Socialismo” (1922), “I problemi epistemologici dell’economia politica” (1933), “L’azione umana” (1949) e “Teoria e storia” (1957).