La sparizione dei farmaci salvavita: “vanno all’estero”

Il mercato parallelo vale 10 miliardi

Da diverso tempo trovare alcuni medicinali salvavita in farmacia non è più così scontato. Capita sempre più spesso che farmaci come quelli per l’epilessia, per il Parkinson per la depressione, o per il dolore neuropatico, per citarne alcuni, non siano reperibili: sono “mancanti”. Significa che il magazzino che si occupa della distribuzione dei farmaci non li ha disponibili in casa, perché la ditta farmaceutica non li invia. In genere il cliente viene invitato dal farmacista a riprovare dopo qualche giorno, quando magari la situazione si sarà sbloccata. Oppure una seconda soluzione è andare alla ricerca del farmaco in farmacie poco battute, dove qualche pezzo può essere rimasto in giacenza.

Ma possono passare anche venti giorni di fila senza che vi sia traccia del farmaco (qui un elenco dei farmaci). Periodo in cui il paziente può anche essere costretto a sospendere la terapia, perché non esiste un equivalente del farmaco. La conclusione è che il cliente è costretto a girare per le farmacie alla ricerca degli ultimi pezzi rimasti o a sospendere la terapia, mentre il farmacista nella maggior parte dei casi prova a chiamare i distributori delle regioni limitrofe pur di trovare e farsi mandare qualche pezzo. Ma dietro cosa c’è? Di chi è la colpa di questa caccia al farmaco?

Nonostante il fenomeno delle esportazioni parallele di farmaci (parallel trade) in mercati più redditizi sia iniziato circa 10-12 anni fa, solo ora gli attori direttamente coinvolti iniziano ad alzare la voce. Lo scorso luglio Federfarma Roma ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Roma per denunciare la carenza di farmaci dovuta al parallel trade: «A seguito dell’incremento dell’esportazione di medicinali verso altri Paesi europei, si sono registrate serie difficoltà a reperire, nel ciclo distributivo, alcuni medicinali di importante uso terapeutico» si legge nel documento. «Da segnalazioni e sulla base dei riscontri che emergono dal monitoraggio delle carenze effettuato dall’Aifa risulterebbe che, negli ultimi mesi, il fenomeno abbia assunto una dimensione significativa, che sta creando gravi disagi ai pazienti non sempre superabili dalla disponibilità professionale assicurata dai farmacisti».

In alcuni Paesi europei, come Italia, Grecia e Spagna, i farmaci costano meno rispetto ad altri, soprattutto rispetto al nord Europa, come in Germania, Regno Unito o Svezia. Con la conseguenza è che i primi sono diventati Paesi esportatori di farmaci e i secondi importatori. Un esempio, citato diverse volte dalla stampa, è quello di un noto farmaco antiparkinsoniano, che alla farmacia italiana costa 53,10 euro, contro gli oltre 270 euro per una farmacia in Germania. Evidente che dal punto di vista economico il vantaggio di vendere lo stesso farmaco all’estero è notevole. Proprio a causa di questa differenza di prezzo, negli ultimi anni, la distribuzione di alcuni farmaci è stata concentrata in larga parte verso altri paesi, a discapito dell’Italia e dei pazienti, ed economicamente a favore del distributore.

Sotto accusa sembrano esserci soprattutto i distributori di farmaci e le grandi farmacie che hanno intrapreso un’attività secondaria di distribuzione di farmaci. Entrambi comprano i farmaci direttamente dalle industrie farmaceutiche a un prezzo fissato per l’Italia, più basso, per poi rivenderli in paesi dove il prezzo è più elevato, una volta rietichettato nella lingua locale. Tutto perfettamente nella norma, perché «il farmaco, come qualsiasi altro bene o prodotto commerciale, può circolare all’interno del mercato dell’Unione Europea e dei paesi dello Spazio Economico Europeo (See), secondo l’ormai affermato principio della libera circolazione. Il “mercato parallelo” dei farmaci può essere considerato come conseguenza dell’affermarsi di tale principio» spiegano Anna Rosa Marra e Ugo Santonastaso  dell’Ufficio di valutazione e autorizzazione, dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa).

Secondo uno studio di Fabrizio Gianfrate, della Luiss Business School, «il mercato parallelo dei farmaci si stima ammonti a circa il 7% del mercato farmaceutico continentale, ovvero a circa 10 miliardi di euro». Le industrie farmaceutiche dal canto loro, con un danno «stimabile che va dai 3,5 ai 4,5 miliardi di euro di minor introito – che riduce la capacità di investimento, soprattutto in ricerca – cercano di contenere i danni contingentando le forniture ai grossisti nazionali, con l’obiettivo di fornire loro solo le quantità necessarie a coprire la loro domanda per il mercato interno». Questi pochi pezzi, però, invece che finire nelle farmacie loro clienti a cui sono destinati, possono essere esportati all’estero, facendo passare il prodotto per mancante e lasciando di fatto chi ne ha bisogno senza farmaci anche per lunghi periodi.

Annarosa Racca, presidente nazionale di Federfarma, ha dichiarato di «non avere alcuna tolleranza verso chi fa parallel trade, siano farmacie o distributori intermedi» e sostiene che una soluzione potrebbe essere il prezzo unico in Europa. Secondo Franco Caprino, invece, intervistato da L’Indro, non è questa la soluzione: «Se ci fosse la volontà tutto potrebbe essere realizzabile, ma l’industria non accetterà mai un prezzo unico europeo, al momento è impensabile. In Francia l’Iva è al 2,2%, da noi al 10%, in Germania al 16%. Si tratta di tutti casi in cui, a mio parere, la plusvalenza resta all’estero».

Un’altra soluzione ipotizzata da diverse parti, tra cui Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria, e Federfarma è quella del doppio prezzo, «applicato non direttamente ma sotto forma di pay-back – spiega Fabrizio Gianfrate al Corriere.it – le aziende farmaceutiche vendono a prezzo pieno sul mercato nazionale e su quello estero, poi sui medicinali acquistati dal Servizio sanitario nazionale praticano uno sconto che corrisponde alla differenza tra prezzo pieno e prezzo d’acquisto concertato con le autorità sanitarie».

Federfarma Roma concludeva scrivendo che «considerato che appare quanto mai urgente un intervento del Ministero della salute […] si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti e se non ritenga opportuno intervenire al fine di individuare una soluzione alla problematica». Per ora una soluzione non è ancora stata trovata. 

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