La vera decadenza non è solo quella di Berlusconi

Generazione 40% (di disoccupazione)

Qualche giorno dopo la decadenza di Berlusconi, ho invitato a cena da me due amiche, entrambe conterrone, Ça va sans dire. Una pugliese di Mola di Beri e una siciliana di Palermo. La cosa che più mi inorgoglisce di entrambe è la ritrosia a piegarsi all’accento locale, nonostante anni di dura militanza milanese. Niente. Non un barlume di cadenza lombarda, non un’accennata cantilena. Manco un “pirla”, un “figa”, un “ma ce la faaai?!?”. Niente di niente. E io le ammiro profondamente per questo, per la loro capacità di usare ancora parole come “cristiani” per dire “persone”, “morra” per dire “tanto”, “curtigghio” per dire “pettegolezzo”. È questione di integralismo lessicale, salvaguardia dialettale, roba che se si facesse un referendum per transitivizzare il verbo “uscire”, io voterei “SI”.

Ecco, le ho invitate a cena da me e abbiamo ordinato una pizza dal mio fido pizzaiolo egizio, che forse non tutti lo sanno, ma la Quattro Stagioni era il piatto preferito di Tutankhamon. E così, deglutendo birra, ho lanciato l’argomento del momento, tanto per capire se poteva essere trending topic anche tra di noi, oltre che nell’intera agenda mediatica italiana: “Oh, è decaduto Silvio”. “Minchia, finalmente”, fa una. “Eh, mi sa che sto per decadere pure io”, risponde l’altra. “In che senso?”, chiediamo. Nel senso che proprio quel giorno l’ubercapo dell’agenzia interplanetaria in cui lavora, l’aveva convocata per dirle che il suo contratto scade a dicembre, che quasi sicuramente non la tengono, che le consigliano di guardarsi intorno. “Cazzo”, ho detto io, che in questi casi ho le stesse capacità dialettiche del pubblico in studio nelle trasmissioni di Maria De Filippi.

E così non abbiamo parlato di Berlusconi. Abbiamo parlato di noi. Abbiamo parlato di cosa significa non sapere che fare, se andare o restare, se fuggire o tornare. Abbiamo parlato di cosa significa transitare speditamente verso quel 40% di disoccupazione giovanile, chiedendoci poi se in effetti a circa 30 anni si possa essere considerati “disoccupati giovani”. Quando è arrivato il momento di dire qualcosa di sensato, che è un momento che arriva sempre quando un amico ti dà una brutta notizia, quando da te non pretende nulla ma si aspetta che tu riesca a dire la cosa giusta anche quando di giusto non c’è niente, suggerendogli magari una prospettiva diversa, anche a costo di spacciargli la merda per nutella, spalmandola sul pane e raccontando quanto sia invitante, ecco quando è arrivato quel momento le ho detto che, tutto sommato, perdere il lavoro per lei in questo momento sarebbe un’opportunità: per andare, per rompere le catene, per ridefinirsi da capo allargando gli orizzonti. Le ho detto di prenderla come libertà, come occasione per fare qualcosa di migliore, che la diceva pure Tyler Durden una roba del genere, e Tyler Durden ne sapeva a pacchi (si capisce dal fatto che io non cito mai nessuno, a parte citare Tyler Durden).

Le ho ricordato che, almeno, ora può sottrarsi a questa sottospecie di contemporanea schiavitù digitale, per cui per anni ha fatto una vita di merda lavorando – a babbo morto – dodici ore al giorno, per 1.000 euro al mese e un sonoro calcio in culo sul più bello. Che poi lei non ha nemmeno il culo grosso, vojo dì, con l’airbag incorporato, quindi deve fare ancora più male.

Ma il punto, soprattutto, è che il dibattito su “Mr. B” l’abbiamo lasciato agli altri. Ai cosiddetti intellettuali, agli avventori dei salotti televisivi, ai giornalisti sagaci che se vedono una superficie riflettente iniziano a leccarla convinti di poter finalmente limonare con se stessi. Il dibattito sulla decadenza lo lasciamo a chi sta a posto così, con i figli sistemati a retribuzioni auree e i nipoti iscritti alle migliori scuole private. Per loro sì, lo immagino, che sia autenticamente libidinosa questa decadenza, in quanto tale. E, in effetti, lo sarebbe anche per noialtri, ne parleremmo anche noi per giorni e giorni, se non avessimo da occuparci dei contratti che non ci rinnovano, dellaffitto da pagare, del cesso ancora da spartire con estranei perché anche se sei adulto e lavori a strafottere se la famiglia non taiuta difficilmente puoi permetterti di vivere da solo a Milano. Sarebbe una figata, questa #decadance giunta tempestiva dopo appena un ventennio di imbarbarimento culturale e civile, se non dovessimo pensare a tutti i progetti che non stiamo costruendo e a tutta la vita che stiamo mancando, certo, oh yeah, oll tugheder nau!

Sarebbe divertente farci le seghe insieme, ora, se non dovessimo preoccuparci di come somatizziamo lo stress delle nostre miserabili quotidianità, dell’insoddisfazione che ci costipa l’anima, del fatto che non è che tutti possiamo andarcene a vivere in una baracca sulla spiaggia su qualche maledetto atollo sperduto nel mare. E non è che tutti possiamo essere Mark Zuckerberg. E, tutto sommato, anche se non sei un genio, forse il diritto a vivere dignitosamente ce l’hai. Non si parla di chissà cosa, siamo perfettamente consapevoli del tempo che viviamo e dei privilegi che non abbiamo e non avremo. Tuttavia, vedere un barlume di meritocrazia, un briciolo di coscienza civile, una remota ombra di cultura imprenditoriale realmente votata allo sviluppo e alla crescita dei ragazzi, ecco forse potrebbe darci almeno il bene supremo che ormai ci manca: la speranza. Ma, ehi, calma, adesso è il momento del trenino, peppepeppepeppé-maracaibo-mare-forza-nove, dai su, venite a ballare anche voi, Berlusconi è decaduto, champagne!

Con comodo, poi, quando i fuochi d’artificio saranno spenti, quando avrete avviato il lungo processo di Deberlusconization, quando avrete portato a compimento le vostre campagnucce elettorali, ecco a quel punto magari occupatevi anche dei giovani. Di questa generazione ammalata a cui si nega sistematicamente, da anni, l’ossigeno del futuro. A questa schiera di ragazzi cresciuti nell’agio e destinati agli stenti. Sfruttati, disgregati e sodomizzati senza mezze misure.

E sia chiaro: la sodomia può essere molto piacevole, ma deve essere consenziente.

E mi arrogo il diritto di parlare a nome di una generazione intera, quando dico che questo consenso noi non l’abbiamo firmato. Mai.

http://memoriediunavagina.wordpress.com 

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