“La web-tax? Un elemento di equità e giustizia”

Il dibattito sul tributo-internet

Io non credo che la cosiddetta web-Tax sia una tassa che si ripromette di perseguitare e affliggere l’innovazione, la rete e coloro che usufruiscono del web o ci lavorano. Credo, piuttosto, che la scelta di questo nome – web-Tax – sia già in sé una vittoria delle lobby, e per questo non andrebbe utilizzato: la tassa dovrebbe piuttosto essere ribattezzata “Google Tax”, per spiegare che non colpisce in nessun modo gli utenti che navigano, o i produttori di lavoro intellettuale che vengono indicizzati dai motori di ricerca, ma piuttosto gli operatori che fanno (ingenti) profitti in rete. 

La “Google Tax”, ovviamente, non riguarda solo Google ma tutti coloro che vendono “servizi” via Internet in questo Paese. Non capisco perché se Rai Mediaset e Sky – tanto per fare degli esempi – vendono contenuti, pubblicità e prodotti in Italia e di conseguenza pagano le tasse in Italia, Google o altri operatori della stessa tipologia possano vendere pubblicità, prodotti e servizi in Italia senza pagare le tasse nel nostro Paese. Quello con il network di Murdoch è il paragone più appropriato: anche Sky è una multinazionale, che però ha accettato di avere una ragione sociale italiana, e quindi di sottomettersi al suo regime fiscale, per le attività che svolge nel nostro Paese: perché non dovrebbe accadere altrettanto con gli operatori del web che distribuiscono in Italia contenuti diversi da quelli che offrono in altre parti del mondo?

La proposta di questa tassa è passata questa notte in commissione Bilancio alla Camera con una piccola modifica rispetto al testo originale: la partita IVA sarà obbligatoria (con l’eccezione del commercio elettronico, che può essere delocalizzato) per qualsiasi società operante in Italia: mi sembra un dato di buonsenso. Secondo l’indagine di accompagnamento al testo, realizzata dall’ufficio studi di Montecitorio, infatti, i numeri di crescita del settore Internet sono incredibili: nel periodo che va dal 2005 al 2012, infatti, i profitti raccolti in Italia sarebbero cresciute del mille per cento. Il mercato complessivo secondo stime che sono comunque prudenziali, perché non esistono dati certi, ammonta a almeno a 9 miliardi di euro. Sempre secondo i calcoli della commissione bilancio di Montecitorio, il gettito previsto, con le nuove norme, dovrebbe essere di 120 milioni di euro.

«Ma io» si augura Francesco Boccia, presidente della commissione «me ne aspetto almeno il doppio». Esiste tra laltro un precedente importante in Francia, dove, nei primi mesi di vita della presidenza Hollande, si arrivò a una sorta di “patteggiamento” preventivo con le multinazionali del Web: in quel caso, con i fondi recuperati dopo aver minacciato una tassa, si è scelto di finanziare la cultura il cinema. Mi sembrerebbe bello dare una finalità di scopo, ai fondi recuperati con la tassazione sulle attività di queste imprese. Ma la sostanza non cambia, e non credo nemmeno che sia necessaria una contestualità legislativa europea per imporre questa tassa: perché è vero che ci sono alcuni aspetti, per esempio lenorme questione dei diritti autori dautore che riguarda ad esempio YouTube, che devono essere normati sulla base di un nuovo diritto internazionale, ma ce ne sono altri, su cui non ci sono dubbi interpretativi, quanto piuttosto, un problema di pari opportunità: due imprese che operano sullo stesso territorio, devono essere sottoposte alla stessa tassazione. Se è vero che Google fattura 700 milioni di euro in Italia, è risibile, che paghi poco più di 1,8 milioni di tasse come è accaduto fino ad oggi. La Google tax, dunque, non è una grande giustizia, ma lo strumento minimo per ristabilire una par condicio infranta.