Iran e petrolioL’accordo iraniano abbasserà il prezzo della benzina

La situazione fra dopo Ginevra

L’accordo nucleare tra Teheran e l’Occidente avrà conseguenze rilevanti non solo sulla sicurezza militare del Medio Oriente, ma anche sul mercato dell’energia. Secondo la banca d’affari Nomura, 800 mila barili di petrolio al giorno potrebbero tornare sui mercati globali già a partire dal prossimo anno – anche se per ora sul prezzo del greggio non sembrano esserci grandi conseguenze. «C’è stato un abbassamento il lunedì successivo al raggiungimento dell’accordo ma già nei giorni seguenti il prezzo del brent è tornato ai livelli soliti», spiega a Linkiesta Annalisa Perteghella, Research Assistant dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale). «Per avere effetti sul lungo periodo serve che l’Iran aumenti di molto la sua produzione. Cosa che per ora è esclusa, sia perché le sanzioni rimangono, sia per l’obsolescenza degli impianti che necessitano di investimenti».

Pesano, inoltre, le tensioni geopolitiche nel Golfo. «Anche questa è una questione che per ora rimane esclusa date le tensioni causate proprio dall’accordo con l’Iran, vedi le reazioni dell’Arabia Saudita». Per cogliere la potenziale portata del completo reinserimento dell’Iran nel mercato energetico basta dare una rapida occhiata ai numeri del Paese. La Repubblica Islamica è il terzo esportatore mondiale di greggio. All’inizio del 2012, prima dell’introduzione delle sanzioni che hanno bloccato l’export petrolifero, dai porti persiani salpavano 2,3 milioni di barili di petrolio al giorno. Poco più di un anno dopo, le esportazioni sono ferme a 700mila barili al giorno. Questo significa che in pochi mesi l’economia mondiale ha dovuto fare a meno di un milione e mezzo di barili di oro nero.

Il peso maggiore lo ha dovuto sopportare l’Europa, primo acquirente di petrolio iraniano. L’Italia è il principale importatore della Ue con 185mila barili al giorno, ovvero il 13 per cento del consumo nazionale. Per l’Italia il problema non è solo quello di fare a meno del greggio degli ayatollah. Molti degli impianti di raffinazione italiani sono stati progettati per lavorare un greggio particolarmente pesante come quello iraniano. Il petrolio iraniano può essere sostituito, ma questo richiede investimenti per rinnovare le strutture e il pagamento di un prezzo maggiore per acquistare un prodotto della stessa qualità. A causa dell’embargo sulle importazioni di petrolio deciso dall’Unione europea, nel 2012 l’Iran ha esportato i suoi prodotti in particolare in Cina (25 per cento), Medio Oriente (18 per cento), India (13 per cento) e soltanto il 2 per cento in Europa.

Ora il flusso di greggio verso i mercati occidentali è pronto a ripartire, anche sei nei prossimi sei mesi cambierà pochissimo. L’accordo raggiunto a Ginevra non consente all’Iran di recuperare i vecchi clienti ma solo di evitare un’ulteriore riduzione delle esportazioni, misure restrittive che hanno gravemente colpito il sistema economico iraniano. Le entrate petrolifere, secondo il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, rappresentano la metà dei ricavi del governo iraniano nonché l’80 per cento delle esportazioni. Teheran potrà comunque recuperare poco più di 4 miliardi di dollari di ricavi petroliferi oltre frontiera, nel tentativo di alleggerire il peso degli ultimi sanzioni. Si calcola che dal 2011 l’Iran abbia accumulato 100 miliardi di dollari di rendite petrolifere congelate in banche fuori dal territorio iraniano a causa delle sanzioni.

Perteghella precisa che «rimane in vigore il divieto di importare petrolio iraniano, così come rimane in vigore il divieto di investire nel settore energetico. Proprio quest’ultimo divieto è quello che interessa ai grandi colossi dell’energia europei». Molti analisti sostengono che la conseguenza più tangibile dell’accordo di Ginevra sarà proprio il reinserimento delle esportazioni di petrolio iraniano sul mercato globale. Questo significa, probabilmente, aprire agli  investimenti delle compagnie petrolifere straniere. Il Wall Street Journal riportava che il governo iraniano avrebbe già sondato l’interesse della francese Total, dell’olandese Royal Dutch Shell e dell’americana Chevron.

Anche l’Eni sarà della partita. Il cane a sei zampe ha una lunghissima “special relationship” petrolifera con l’Iran, cominciata addirittura nel 1956. «Non abbiamo mai abbandonato l’Iran» ha rivendicato l’amministratore delegato Paolo Scaroni, « Abbiamo sempre tenuto il nostro ufficio aperto, siamo sempre stati presenti, autorizzati dagli Stati Uniti e dall’Ue, in sostanza dalla comunità internazionale. Aver mantenuto una presenza in questi anni ci darà una leva maggiore rispetto ad altri per ricominciare a crescere». La mente di questa operazione è il potentissimo ministro del Petrolio Bijan Namdar Zanganeh che ha rivelato al Financial Times di aver contattato le aziende europee e, «indirettamente», quelle  americane, con l’intenzione di invitarle a tornare in Iran.

Zanganeh sa certamente come si fa, fu proprio lui negli anni ’90 (quando già era ministro del Petrolio) a convincere Eni, Total, Shel e Statoil ad investire nel settore degli idrorcarburi iraniani nonostante le sanzione americane. Appare evidente che l’industria petrolifera iraniana ha bisogno degli investimenti e delle tecnologie degli stranieri. Il governo iraniano, secondo il quotidiano finanziario della City, è pronto a rivedere i termini dei contratti petroliferi “buyback”che impediscono alle società estere di possedere quote di capitale nei progetti petroliferi iraniani, sostituendoli con nuovi accordi vantaggiosi sia per il governo che per le compagnie petrolifere, che avrebbero maggiori margini di guadagno. Se ne saprà di più a marzo, quando la Repubblica Islamica svelerà i dettagli dei nuovi accordi. Ad ottobre Mehdi Hosseini, uno dei consiglieri di Zanganeh  aveva spiegato che l’obiettivo di Teheran è quello attrarre investimenti per 100 miliardi di dollari nei prossimi tre anni. Il 29 novembre Zanganeh, ha rivolto un appello agli investitori a «tornare a investire in Iran», perchè «la minaccia di una guerra ora è più lontana». In una conferenza stampa convocata a Teheran, il ministro del Petrolio ha detto: «Noi sappiamo come fare ma gli investitori stranieri hanno i soldi e tecnologie più avanzate». Una strada obbligata per concorrere con gli altri produttori del Golfo che possono offrire condizioni migliori, in primis il vicino Iraq, e per tenere il passo con la rivoluzione dello shale gas. 

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