Un dramma ambientaleLe navi dei veleni sono ancora padrone del mare

Non solo “Terra dei fuochi”

Un primo, seppur timido, passo avanti verso la verità su una delle più intricate vicende di ecomafia del nostro Paese è stato compiuto proprio sul finire di questo 2013. È ciò che sostiene una nota della Camera: «L‘Ufficio di Presidenza della Camera, su proposta della presidente Boldrini, ha dato una prima importante risposta alle richieste avanzate da cittadini, associazioni e movimenti politici perché siano resi pubblici tutti gli atti – inclusi quelli ancora secretati – relativi alle indagini sulle cosiddette “navi a perdere”, o “navi dei veleni”, svolte da Commissioni parlamentari di inchiesta».

La vicenda affonda le sue radici già negli anni Settanta, quando l’Italia iniziò a fare ricorso al dumping ambientale, ovvero la procedura tramite la quale i rifiuti industriali tossici prodotti dal nostro Paese venivano trasportati verso il Sud del mondo. Con la rivelazione e la denuncia di questo scandalo, lo smaltimento di sostanze tossiche dovette trovare un’altra sede. E la scelta ricadde sui fondali del Mediterraneo. «Sicuramente questo è un fatto importante sulla via della trasparenza per cercare di fare chiarezza su uno dei più grandi misteri di questo paese», commenta a Linkiesta Antonio Pergolizzi, coordinatore dell’Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente, sulla decisione della Camera di iniziare le pratiche di desecrezione. I fatti su cui si chiede di fare chiarezza riguardano un periodo di tempo che va dall’inizio degli anni Ottanta alla fine dei Novanta, durante il quale numerose navi sarebbero state fatte affondare nei punti più profondi dello Ionio e del Tirreno per liberarsi del carico di rifiuti tossici che trasportavano.

In realtà i documenti da desecretare, che secondo le stime di Greenpeace ammonterebbero a circa 600 fascicoli, si limiterebbero ai materiali acquisiti dalla Commissione negli ultimi dieci anni. «Fare una richiesta generica di desecretare tutto sarebbe velleitario» ha spiegato Giuseppe Onufrio, Direttore esecutivo di Greenpeace «Noi abbiamo cercato di far leva su un documento ufficiale, la relazione conclusiva dell’ultima Commissione d’inchiesta, la Commissione Pecorella chiusasi all’inizio del 2013, in cui forse mai come questa volta si fa riferimento in maniera esplicita al ruolo dei servizi segreti e al fatto che le zone opache che rimangono spesso sono dovute proprio al fatto che molto informazioni sono segrete o non disponibili».

E in effetti di zone opache ce ne sono ancora molte, a partire dall’omicidio di Ilaria Alpi e del suo operatore Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio dove si pensa stessero seguendo una pista sul traffico illecito di armi e rifiuti di cui l’Italia sarebbe stata protagonista. E sospetta è anche la morte nel 1995 del capitano della Marina Natale De Grazia, che stava appunto indagando sugli affondamenti delle cosiddette navi a perdere. Molte altre domande rimangono in sospeso, non solo di tipo “storico”, ma anche molto attuale. Per esempio, poco è noto sui rischi che potrebbe correre la popolazione. Purtroppo però nessuno ancora sa cosa esattamente trasportassero le navi a perdere e quindi quali potrebbero essere le conseguenze per l’ambiente e per la salute delle persone.

«Di queste vicende conosciamo benissimo i contorni, lo scenario, ma sicuramente mancano alcune tessere importanti per capire fino in fondo cosa sia successo», dichiara Pergolizzi. «Mancano in particolare i corpi del reato: le navi affondate, che è un limite oggettivo per gli inquirenti ma che potrebbe essere risolto dal momento che le tecnologie ci sono. E poi è evidente che manchi la volontà». Allo stesso modo, purtroppo non si può affermare che le inchieste condotte negli ultimi vent’anni siano riuscite ad arginare il fenomeno dello smaltimento illegale di rifiuti pericolosi, come ci insegna la drammatica storia della Terra dei Fuochi.

«Non credo si possa dire che non è cambiato niente, ma nemmeno che la situazione oggi sia regolare. Se dovessimo dire che l’industria è passata alle tecnologie pulite, ovvero che prevengono la formazione di rifiuti pericolosi, questo certamente in Italia non è avvenuto» ha affermato Onufrio. E Pergolizzi rincara la dose: «sicuramente i nostri mari sono ancora solcati da trafficanti di rifiuti. Se ci sono ancora navi che vengono affondate con i loro rifiuti tossici non abbiamo elementi per affermarlo, anche se informative per così dire “off the records” parlano di un fenomeno che purtroppo ancora esiste».

Anche sul fronte della giustizia i risultati lasciano a desiderare. A oggi, di tutti gli affondamenti sospetti, l’unica sentenza definitiva si è avuta sulla vicenda della Rigel, inghiottita dallo Ionio nel 1987 al largo delle coste calabresi, mentre la Procura di La Spezia rappresenta l’ultimo troncone d’indagine ancora in piedi e il rischio che tutto si concluda con l’ennesima archiviazione è tutt’altro che remoto. «Gli elementi per andare fino in fondo non mancano, speriamo che questi documenti desecretati possano essere un ulteriore stimolo e possano in qualche modo convincere anche altre procure ad indagare fino in fondo» conclude Pergolizzi.